O’Zulù presenta il nuovo EP “SuONO QUESTO SuONO QUELLO”

Manlio intervista Zulù dei 99 PosseIn questo articolo un’intervista esclusiva a Luca dei 99 Posse, in arte “O’Zulù”.

Bentrovati ragazzacci, eccoci qui con la prima intervista da Londra, questa volta a sud del Tamigi direttamente dal quartiere di Brixton per BeLeaf dopo un evento chiamato “Little Italy” in uno dei quartieri storici della musica reggae e che, a proposito della rubrica London Calling, ispirò proprio il gruppo punk-rock dei Clash a dedicargli la canzone intitolata The Guns of Brixton, presente nel loro terzo album, chiamato appunto London Calling.

Una canzone scritta e cantata dal bassista dei Clash Paul Simonon, cresciuto proprio a Brixton: il brano presenta sfumature “punky reggae” come direbbe il nostro caro Robert Nesta “Bob” Marley, il testo riflette molto sulla cultura e lo stile di vita dell’area, accennando un riferimento al film giamaicano “Più duro è, più forte cade” (The Harder They Come).

Tornando all’intervista il personaggio di questo numero è un pioniere della musica underground italiana sulla scena da oltre 20 anni, il leader di una band che, tra le prime in Italia, mescolando sonorità reggae, drum’n’bass ed hip hop riusci a portare le proprie liriche sovversive e antifasciste con brani come: Quello che, Curre Curre Guagliò, Rigurgito Antifascista, Ripetutamente, Salario garantito, O’ Documento, Napoli e via dicendo… Beh, sicuramente avrete capito che stiamo parliamo di Luca dei 99 Posse, in arte “O’Zulù”.

Zulù ci parla del suo nuovo Ep “SuONO QUESTO SuONO QUELLO” che ha presentato a Londra in anteprima ed io (Manlio Calafrocampano, da oramai decenni suo grande fan, essendo cresciuto con le cassette dei 99 Posse nella metà degli anni 90) ho avuto l’onore e il piacere di aprire il suo show londinese per la seconda volta.

M: Luca parlaci del titolo di questo tuo nuovo lavoro, da dove nasce?

L: Il titolo nasce da un gioco di parole tra le “o” e le “u”: infatti si può leggere oltre a “Sono questo sono quello”, anche “Suono questo suono quello”; ma anche “suono questo sono quello”, oppure ancora “sono questo, suono quello” e così via a libera interpretazione, con tutte le opzioni possibili che comunque le metti vanno tutte bene; è questa la cosa simpatica (scatta una risata) come preferisci interpretarlo o pronunciarlo, comunque mi descrive ed è questa la magia da dove nasce questo mio nuovo lavoro.

M: Da quante tracce è composto e da quale dei brani è nato?

L: L’Ep è composto da 7 tracce, e tutto nasce grazie a una canzone “Piantiamola” che credo interessi particolarmente BeLeaf Magazine, dove si tratta di Canapa e Cultura.

Questo brano nasce per caso, con un riddim passatomi dalla Love University di Taranto che stava raccogliendo artisti su un unico ritmo per creare una compilation legata a una campagna di sensibilizzazione all’uso terapeutico della Cannabis. Questa campagna è stata promossa da diverse associazioni di malati di SLA, che grazie all’uso di questa pianta stanno avendo grandi giovamenti a livello di salute e stile di vita da quando hanno sostituito le classiche medicine con l’uso della Cannabis.

La caratteristica di questa mia traccia è che non invita la gente a fumare, al contrario invita la gente a non fumare! Per la misura in cui fumando senza cultura e senza consapevolezza “consciousness” si possono avere meno giovamenti dall’uso e non si arriva a nulla di produttivo, anzi…

M: Quali sono le prime città dove porterai l’Ep e come è strutturato questo tuo nuovo show?

L: Londra e Napoli saranno le prime, e lo show di “SuONO QUESTO SuONO QUELLO”, che definisco autoironicamente “il primo disco di Zulù magro” è anche un liveset, una festa, uno spettacolo di impatto, in cui canto oltre 25 canzoni mie (tra cui anche 7/8 scritte coi 99 Posse, per gli irriducibili) tutte riarrangiate, remixate e ribaltate per l’occasione, e “controllo” la musica dalla consolle, proponendovi la mia attuale idea di suono e coinvolgimento emozionale, di pompa e dinamica, di intrattenimento e consapevolezza, di gioia e rivoluzione.

M: Quali ispirazioni, pensieri e input hanno partorito e portato il lavoro a termine?

L: Ero alla ricerca di suoni nuovi ed ho incontrato D-Ross e STAR-t-UFFO, due producers, due sarti, che appena mi hanno visto mi hanno preso le misure e mi hanno proposto la loro idea del mio suono. L’ho amata da subito, questa “visione”, perché mi ha spinto a scrivere di me, senza troppi drammi, con una rinnovata stima di me stesso, ma senza raccontarmi storie, senza mezzi termini, nel bene e nel male, sono questo/sono quello, e me ne vanto, lo rivendico e non mi pento di niente. Sto in forma, “mi sento nel momento”, risolto, pungente e combattivo. Sto in viaggio, un viaggio davvero nuovo, dove si uniscono atmosfere e poesia , dove il concetto di “movimento” prende la forma di Moto, verso luoghi che la musica stessa mi invita a definire, come un inquietudine che si trasforma in autodeterminazione. E proprio grazie a questa spinta e questa energia in meno di un mese abbiamo prodotto e mixato il disco senza troppi giri di parole.

M: Raccontaci del primo singolo estratto e del primo video ufficiale in uscita.

L: Il primo estratto dal mio nuovo Ep è il brano “Non lo farò” con il feat. di Simona Boo.

Questo video è stato girato sulla “strada in salita” della juta di Montevergine, quella che ogni anno, nel giorno della candelora, migliaia di “diversamente fedeli”, di “ultimi”, di diseredati e scomunicati dalla chiesa, percorrono a piedi, bevendo vino per scaldare i corpi e suonando tamburi per scaldare i cuori, fino ad arrivare ai 1300 metri della vetta, su cui si erge il santuario che regolarmente nega l’accesso non riuscendo a “gestire” la sottile linea di confine che separa la devozione dalla blasfemia, la Madonna stessa da Mamma Schiavona, già dea Cibele, che per i più si trova nel santuario ma che per me è la montagna stessa, femmina maestosa e meravigliosamente impervia, tra le cui vette per alcune frazioni di secondo, tutto mi sembra chiaro, nitido, e perde fuoco e definizione man mano che cerco le parole per fissare l’emozione, o anche solo provo ad attivare i meccanismi di interpretazione delle cose. La parola più vicina è “estasi”, ma non ne descrive profondità, intensità e colore, e se non è questo il “vedere la luce” allora ditemi cos’è? E comunque, anche se non la vedi la luce, da montevergine te ne puoi sempre tornare con un grandissimo caciocavallo podolico…

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Pubblicato originalmente in BeLeaf 2, marzo 2017

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