Alcaliber – Regulación 2017: arriva il convitato di pietra

Vi dice qualcosa il nome Alcaliber? Probabilmente no. Forse vi suonerà più familiare la nozione che la Spagna è uno dei principali produttori al mondo di oppio legale. Il secondo, per la precisione. Non pochi traveller italiani hanno bordeggiato i suoi sterminati campi di papavero alla ricerca di brecce nelle recinzioni. Bene, Alcaliber è l’azienda farmaceutica spagnola che fin dall’inizio detiene il monopolio sulla produzione, lavorazione e distribuzione del papavero da oppio e derivati nella penisola iberica. Una media-grande azienda da un fatturato di poco superiore ai 60 milioni di euro e che conta con poco più di 150 addetti. Una società piuttosta nota per le sue vicende di fatture false ed evasione fiscale, e per le entrature del suo socio di maggioranza, il miliardario Juan Abellò, azionista fra le tante cose di Atresmedia, uno dei principali editori audiovisivi del paese. Siamo in presenza certamente di una delle principali farmaceutiche locali e, come accennato, di una azienda ben inserita nei gangli del potere reale spagnolo (dovrebbe destare stupore, per esempio, che a dispetto della acclarata evasione fiscale la concessione monopolista non le sia mai stata revocata). Non siamo però di fronte a un colosso farmaceutico, con i suoi “risicati” 60 milioni di fatturato annuale. Per completezza d’informazione giova però ricordare che il 40% di Alcaliber è in mano a Sanofi, questo sì un gigante del Big Pharma (è il quinto gruppo mondiale per fatturato).

Bene, suppongo che vi starete domandando perchè mai mi stia dilungando così tanto su Alcaliber.

Io stesso confesso che fino a qualche settimana fa non ne avevo mai sentito parlare, come immagino non pochi di voi. Fino a quando un sussurro via chat, pronunciatomi qualche giorno fa da Gerard Shanti, uno dei pionieri del movimento spagnolo, mi ha disvelato una delle notizie più rilevanti, gravide di conseguenze, e tuttora occulte di questi ultimi tempi.

Alcaliber infatti è la prima azienda spagnola -e ad oggi la unica, che mi consti- a cui è stata concessa una licenza per “coltivare, produrre, fabbricare, importare, esportare, distribuire e commercializzare cannabis e derivati per l’industria farmaceutica”, come riporta la sua stessa pagina web. Cito la pagina web ufficiale di Alcaliber perché ad oggi che vi scrivo quella è l’unica fonte scritta che mi sia stata possibile rintracciare. La web aziendale, una manciata di tweet, e qualche post nel gruppo facebook Narcoguerrilla, pagina di riferimento degli attivisti spagnoli.

Nulla più. Nessun articolo né sulla stampa generalista né tantomeno in quella specializzata. Una reticenza del mondo dell’informazione, e vieppiù quella cannabica, che non riesco tuttora a spiegarmi.

 

Alcaliber - ZamaldelicaXpanamaLo sbarco di Alcaliber nel business cannabico, per stessa ammissione della farmaceutica, ha infatti un carattere strategico e di lungo periodo nello sviluppo dell’azienda. Non è un esperimento estemporaneo. Sempre nella sua pagina web si legge: “da quel giorno (Ndr: l’ottenimento della concessione), una grande quantità di risorse aziendali sono dedicate allo sviluppo di un modello di business che ci aiuti a diventare leader mondiale nel mercato della cannabis per l’industria farmaceutica.” Una dichiarazione d’intenti che, per la solidità e traiettoria del suo autore, dovrebbe interrogarci a fondo sulle ripercussioni che già produce e ancor più produrrà sul processo di regolazione della marijuana nello stato spagnolo. E che getta una luce diversa sui fatti raccontati nell’ultimo articolo della rubrica, la grande mobilitazione mediatica e politica per arrivare finalmente a una legge sulla cannabis medicinale.

 

Ragioniamo insieme: a) Alcaliber è una grande azienda incistata nel potere reale spagnolo e specializzata in

Alcaliber - Peyote Mangobiche
Peyote Mangobiche

un modello di business affine -il papavero da oppio-; b) Alcaliber diviene titolare di una concessione statale assai ampia come quella descritta poco sopra; b) Alcaliber addirittura alloca una quantità significativa di risorse in assenza di una normativa sulla cannabis medicinale -e quindi di un mercato interno- : tutto ciò lascia intravedere che quella stessa normativa, e indifferentemente dagli sforzi delle anime belle, possa presto trovare approvazione da parte del Legislatore. In un mondo dominato dalla razionalità aziendalista è difficile pensare che un soggetto come Alcaliber scommetta a perdere. E “segui il denaro” è lezione che arriva direttamente da uomini come Giovanni Falcone. Non voglio però essere frainteso: non sostengo alcuna relazione deterministica fra i fatti che vi espongo e la certezza della rapida legalizzazione della cannabis medicinale. La realtà è troppo sfuggente e complessa per simili inferenze. Sostengo piuttosto una relazione probabilistica, dove in uno scenario dagli esiti sempre imprevedibili è facile pensare che attori razionali -Alcaliber, governo e burocrazie statali- seguano un percorso preordinato.

In fondo, nell’ultimo articolo, io stesso sostenevo che la questione in campo sia sui tempi e modi della legalizzazione della cannabis, non sulla sua, auspicata, ineluttabilità.

 

AlcaliberA questa prima considerazione ne deve seguire un’altra, propriamente sulle modalità della regolazione, e che ci avvicina allo stato dell’arte del dibattito italiano. Alcaliber è un soggetto monopolista nel mercato dell’oppio ed è strettamente organico all’AEMPS, l’agenzia spagnola dei medicamenti diretta emanazione del ministero della salute. Vi sarà spazio nel mercato cannabico iberico per futuri concorrenti o, come è facile pensare, si riprodurrà anche per la cannabis medicinale il modello monopolistico già ben sperimentato con l’oppio? L’inerzia e la ripetizione di modelli pre-esistenti sono fattori assai rilevanti nei processi decisionali.

Ancora: il diritto dei pazienti all’autocoltivazione quali spazi di agibilità avrà? Monopolio e autocoltivo sono termini in chiara e netta contraddizione, nonostante gli equilibrismi lessicali (vedi “monopolio attenuato) dei “riformatori” italiani. Come in chiara contraddizione sono profitti (di Alcaliber in questo caso) e diritti diffusi (dei pazienti coltivatori). A dirla tutta, il diritto all’autocoltivazione non era contenuto nemmeno nella PNL (mozione parlamentare) di cui abbiam lungamente parlato nel numero scorso.

 Million Marijuana March di Madrid
Million Marijuana March di Madrid

E tutto questo accade mentre va in scena una contrapposizione sempre più feroce all’interno di un movimento cannabico spagnolo sempre più diviso fra l’anima sociale della FAC e quella lobbystica di Regulaciòn Responsable (RR). Vi rimando all’articolo della rubrica “Spannabis, il gigante e il bambino” per gli approfondimenti del caso. Divisione plasticamente rappresentata dalla duplicazione della Million Marijuana March di Madrid. Diversamente che dall’anno passato, quando per il rilancio della manifestazione si

 Million Marijuana March di Madrid
Million Marijuana March di Madrid

era prodotto un autentico sforzo unitario che aveva visto insieme tutto (o quasi) il movimento, nel maggio appena trascorso l’immagine è stata rovesciata. Da un lato la MMMM è tornata ad essere stretta competenza della FAC e di AMEC, la storica associazione madrileña. Il ridimensionamento organizzativo della manifestazione è stato evidente, così come il suo impatto mediatico, a dispetto di una non trascurabile presenza di manifestanti, credo insperata dagli stessi organizzatori.

 Million Marijuana March di Madrid
Million Marijuana March di Madrid
Manifiestacción
Manifiestacción

Da un altro lato, RR e gran parte del settore industriale si sono cimentati in una ambiziosa iniziativa pro #Regulacion2017, e che temo verrà ricordata come un’occasione mancata: la Manifiestacción.

Nella centralissima Plaza del Sol di Madrid e solo qualche settimana dopo la Million, su un palco dalle grandi occasioni si sono alternati i principali nomi della scena hip hop e reggae spagnola come SFDK, Morodo e FyahBwoy, in una produzione sfarzosa e di grande qualità e professionalità.

La risposta del pubblico all’evento gratuito è stata poi

Manifiestacción
Manifiestacción

all’altezza delle aspettative, se non di più: la grande piazza e le stradine limitrofe sono state saturate da almeno 7.000 persone, secondo le stime ufficiali, in un’atmosfera gioiosa e partecipativa. Ciò che è mancata è stata la ripercussione esterna dell’atto pubblico, la propagazione del suo messaggio al di fuori della stretta cerchia dei partecipanti e del settore cannabico. Nonostante fosse stato contrattato un addetto stampa professionista, nessun media (o quasi) di qualche rilevanza ha dato voce all’evento. Un silenzio di tomba che ha generato fra stessi organizzatori l’hashtag #VetoCannabico e un lungo twittare alla luna. Di più, l’unico articolo che ha

Manifiestacción
Manifiestacción

girato ed è stato rilanciato dai big dell’informazione è un pezzo perfido ancorché lucido, dove si descrivono “i milionari dell’industria del cannabis” (dettagliandone i fatturati annui) che si organizzano un concertone nel cuore della capitale per chiedere di poter moltiplicare i loro profitti. La sintesi è piuttosto fedele ai contenuti dell’articolo. Ancorché il giornalista avesse il pennino intinto nel curaro, si deve ammettere che lo stesso colpo d’occhio fornito dalla Manifiestacciòn si prestava a più di un equivoco, con i loghi delle grandi aziende spagnole del settore a campeggiare sul palco e in ogni immagine ufficiale del concertone cannabico che loro stesse hanno pagato. Un eccesso di “brandizzazione” che ha certamente nuociuto e che denota in fondo una certa “naiveté” dell’industria cannabica, ignara che nelle migliori azioni di lobbyng i lobbisti rimangono fuori dalla scena.

 

Le tensioni fra i diversi pezzi del movimento, alimentate dalle vicende di maggio, sono poi sfociate in queste ultime settimane in un durissimo scambio di accuse e insulti via social che stanno offrendo invero una immagine poco edificante dell’attivismo spagnolo agli occhi dei terzi. Una lotta serrata per l’egemonia di un movimento cannabico che non riesce a ritrovare un filo conduttore unitario, e che vede proprio oggi che chiudo il pezzo un ennesimo rilancio, e che rilancio. Grazie al lavoro di Martin Barriuso, fondatore della FAC, si è oggi presentato a Madrid il Manifesto di Gepca, un think tank composto da cattedratici e esperti di chiara fama, che dopo lunga gestazione ha prodotto e offerto alla pubblica discussione il lavoro piú approfondito e le proposte piú avanzate in tema di cannabis, societá e regolazione. Una risposta ai “5 Pilastri del Cannabis” di RR lungamente preparata, e che ha immediatamente trovato eco nella sezione politica de El Pais, che titola e sintetizza: “L’idea è che la cannabis abbia una regolazione simile a quella dell’alcool”. Un messaggio potente e convincente, e che è anche il nostro.

Certo, tutto questo senza fare i conti con Alcaliber e gli appetiti del business tradizionale che hanno giá fatto irruzione sulla scena.

La chiusura all’articolo non può che essere d’obbligo: nel gran banchetto che si stava allestendo, ecco fare il suo ingresso il convitato di pietra.

Alessandro Oria – Presidente di Assonabis
Pubblicato originalmente in BeLeaf 4, luglio 2017

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