Notizie dal carcere: chi ci sta, oggi, in carcere?

La composizione della popolazione carcerata muta negli anni col mutare della fisionomia di una società, che ha nel carcere, comunque la si pensi, un’intelaiatura e un dispositivo disciplinante, essenziale al mantenimento dell’ordine produttivo ed esistenziale della società stessa.

Notizie dal carcere: chi sta in carcere?

La popolazione reclusa si modifica, cresce o diminuisce, aumentano alcuni gruppi sociali reclusi, oggi sono gli immigrati, ieri erano i tossicodipendenti, ma permangono alcunecostanti fondamentali. Una di queste risiede nell’immagine che la gente comune ha del carcere e di chi vi è rinchiuso. Un’immagine non basata sull’osservazione della realtà, ma imposta da quanto ci viene quotidianamente proposto dai Media. Oggi, come ieri, la propaganda mediatica è insistente e chiassosa, sulle numerose inchieste riguardanti il malaffare, il mondo della corruzione, gli appalti truccati, i fondi illeciti ai partiti, ecc.; tutto questo produce nella mente delle persone la convinzione che la macchina punitiva dello Stato operi in prevalenza nei confronti di chi è colpevole di queste violazioni di legge.

Immaginiamo un sondaggio condotto tra le persone che passeggiano per strada, che siedono al bar, che escono dalla metropolitana o dai posti di lavoro, e proponiamo loro la domanda: «secondo lei chi ci sta in carcere?»; una domanda così generica riceverà una risposta altrettanto generica, ovvero: «i delinquenti». Se però aggiungiamo alla domanda un elenco delle tipologie ritenute più comuni tra i probabili rei, in pratica un elenco delle violazioni di legge possibili, ebbene molte risposte delle persone interrogate, indotte dal clamore dei media, indicheranno una grande presenza in carcere di chi ha avuto a che fare con la corruzione, con l’istigazione a corrompere, con l’abuso d’ufficio, col falso di bilancio, insomma prevalentemente con i reati finanziari.

La realtà però è ben diversa! I dati del ministero della Giustizia dicono che su 54.653 persone detenute alla fine dell’anno appena trascorso, quelle responsabili dei reati finanziari, dal riciclaggio, all’insider trading, al falso in bilancio, alla corruzione, ai reati contro la pubblica amministrazione ammontano a circa 220 corrotti e 210 corruttori per una percentuale complessiva dello 0,8% sul totale delle persone detenute. Un quantitativo molto piccolo a fronte delle 18.702 persone detenute in carcere per consumo e spaccio di stupefacenti e delle 30.900 per reati contro il patrimonio, cioè i piccoli furti. I numeri hanno un loro linguaggio, a volte non in sintonia con le urla dei grandi media, soprattutto televisivi. In questo caso ci dicono che negli anni trascorsi, in questo Paese, era più facile essere sbattuti in carcere se sorpresi con uno spinello o per aver rubato una mela, che non per aver esercitato per anni attività speculative importanti contro la cosa pubblica, traendone lucrosi profitti.

Cerchiamo conferma sulla fisionomia della popolazione reclusa oggi in altri dati. Tra le persone recluse, 505 hanno la laurea; 4.125 hanno diploma di scuola media superiore o professionale; 21.793 hanno la licenza di scuola media o la licenza elementare, o addirittura nessun livello di scolarità.

Un’ulteriore conferma ci viene dalla lunghezza della condanne da scontare. Sulle 54.653 persone incarcerate, circa diecimila hanno avuto una condanna inferiore a tre anni e addirittura ventimila hanno un residuo pena ancora da scontare inferiore a tre anni. Continuano a rimanere in carcere nonostante la legge 21 febbraio 2014, n. 10 (Conversione in legge del decreto 23.12.2013 n.146 “Riduzione controllata della popolazione carceraria”), renda possibile l’avvio alle “misure alternative”, quindi al di fuori del carcere, per chi ha una pena residua di 3 anni e preveda la possibilità che un percorso esterno al carcere possa essere concesso anche dal Tribunale in sede di condanna, se questa non supera 3 anni, o anche 4 in alcuni casi particolari.

Nella loro aridità, i numeri ci ricordano che, al di la di tante ideologie, costruite periodicamente per dirottare le paure e il malessere della popolazione, il carcere continua a funzionare con lo stesso congegno che ha sempre avuto, da oltre 500 anni: incarcerare la povertà, deportare il disagio sociale – rinchiudendolo – penalizzare l’emarginazione e la difficoltà di inserimento sociale. Tutto ciò in omaggio alla conservazione dell’attuale ordine produttivo e distributivo.

Pubblicato originalmente in BeLeaf 2, marzo 2017

Altri articoli di Salvatore Ricciardi

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*