Dal carcere si vuole fuggire! Come fare? – Notizie dal carcere

Chi si trova rinchiuso/a in carcere è assillato/a da un solo pensiero: cercare una via di fuga. Quali vie di fuga escogitare? Le vie di fuga illusorie sono tante, impastate nel sogno o nei labili segni di speranze, nelle molteplici religioni promettenti, nei presagi di ricchezze in arrivo da ogni dove. Ma ora ci riferiamo ai modi concreti per uscire di prigione. E non sono tanti. Si aspetta il fine pena, il giorno della scarcerazione scritto in sentenza: ci si reca nell’ufficio “matricola” si firmano un sacco di fogli, si recupera ciò che ci è stato trattenuto all’ingresso, conservato in una busta gialla con su scritto il nostro n. di matricola e sotto, più piccolo, il cognome e nome. Ci vengono restituiti i soldi che sono rimasti nel “libretto” e infine una guardia ci accompagna alla porta di uscita.

A volte le condanne sono talmente lunghe che quell’attesa può essere devastante. Se non si vuole aspettare quella data, ci sono altri due modi per porre termine alla carcerazione: l’evasione e il suicidio.

Non è necessario spiegare cos’è l’evasione, nei prossimi racconti narreremo i tantissimi modi, i più ingegnosi, inventati dai carcerati per realizzare la fuga.

Organizzare il suicidio in carcere non è cosa semplice, in cella manca ogni cosa. Anche qui, drammaticamente, l’ingegnosità carceraria ha inventato molte tecniche. Per chi osserva da fuori, non è semplice capire le motivazioni di ogni suicida. Per il suicidio in carcere la complessità e la percentuale aumenta rispetto ai casi in libertà: quasi venti volte di più. Nelle cifre che leggerete al termine di queste righe, non vi sono compresi i suicidi delle persone uscite dal carcere che, non riuscendo a convivere con lo stigma indelebile della carcerazione, non riescono ad integrarsi in una realtà estranea e ostile, pongono in atto questo estremo gesto. Non sono compresi nemmeno coloro che muoiono appena qualche metro fuori del perimetro carcerario, o appena introdotti sull’autoambulanza. Queste persone hanno compiuto il suicidio in cella, ma la morte è intervenuta pochi attimi dopo la loro uscita dal carcere e sono ritenute formalmente “libere”.

Dal carcere si vuole fuggire! Come fare?

Come mai alcuni detenuti si impongono questa mors voluntaria?

Studi, analisi e anche interviste degli operatori penitenziari, educatori, psicologi, medici, ecc., hanno tentato di dare qualche interpretazione. Persino il “buon” Lombroso si è espresso sulle motivazioni del suicidio dei carcerati con una tesi utile a convalidare la sua assurda convinzione sui caratteri genetici dell’ “uomo delinquente”: «Questa frequenza del suicidio fra i delinquenti, nelle prime epoche della reclusione, anche prima della condanna o per leggere condanne, dipende da una tendenza speciale; e prima di tutto, da quella insensibilità, da quella mancanza dell’istinto di conservazione»- e ancora: «…è uno dei caratteri dell’uomo delinquente , ed è una prova di quella insensibilità verso se stesso pari a quella che ha verso gli altri». (1878). Le sue orme sono state seguite, purtroppo, da molti che hanno voluto motivare l’alto numeri dei suicidi assecondando le proprie tesi sul delinquente, sul criminale, sul pentimento, con la tesi più accreditata: «… forse trovano dio ma perdono l’uomo».

In Inghilterra nel XVII secolo i Coroners indagarono sull’alto numero di morti nelle carceri e conclusero: «morte per castigo divino». Si dovette arrivare alla metà del XIX secolo perché le morti in carcere fossero indagate più concretamente dai ricercatori britannici. In Francia, la scelta del “sistema cellulare”, isolamento totale (senza lavoro, né visite, né ora d’aria) sperimentato nella prigione di Mazas, portò il numero di suicidi in rapporto di 1 su 1.000 detenuti, mentre nella “prigione in comune” il rapporto era di un suicidio ogni 12.000 detenuti. Ciò non intaccava la convinzione dei tifosi del carcere cellulare perché, asserivano, faceva diminuire le malattie contagiose. Nel carcere cellulare oltre i suicidi dilagavano le alienazioni mentali, come avveniva nel sistema filadelfiano statunitense (anch’esso basato sull’isolamento totale, più la preghiera). Va tenuto presente che per tutto il ‘700 e l’800, sia in Inghilterra che in Francia, la gran massa di detenuti era costituita da mendicanti, vagabondi, accattoni, senza dimora, cioè persone che non riuscivano a integrarsi nei meccanismi dispotici del sistema industriale in espansione in ogni interstizio sociale.

Anche lo studioso Enrico Morsello nel lavoro “il suicidio dei delinquenti” (1875) verifica che il maggior numero di suicidi si ha nelle carceri a sistema cellulare (isolamento), mentre è relativamente ininfluente la durata della pena.

I tanti studi, ma soprattutto le riflessioni fatte da chi in carcere c’è stato, hanno messo in luce altri elementi. Proviamo a ripercorrerli. Partiamo dai dati numerici, quelli sì incontrovertibili:

1- Il numero dei suicidi in carcere. Dall’anno 2000 ad oggi sono stati 960. I morti in carcere, negli stessi anni, 2.672 (dati dell’Osservatorio di Ristretti, Morire di carcere: dossier 2000 – 2017).

2- Il periodo della carcerazione. Avvengono quasi tutti nella prima fase della carcerazione, il 75% entro il primo anno; il 34% nel primo mese; addirittura il 28% nei primi 10 giorni di carcerazione; raro il suicidio dopo anni e anni di galera.

La riflessione a questo punto è obbligatoria: non è tanto importante quello che si trova (su questo punto torneremo data l’importanza per la vita e la sofferenza di detenuti e detenute gli ambienti carcerari, celle, passeggi, docce, refettori, ecc,), quanto è decisivo quello che si lascia.

Il momento della carcerazione è uno degli atti più brutali e prepotenti che alcuni esseri umani compiono verso altri. L’autorità dello stato si impossessa di tutta la tua vita, da un momento all’altro ti sradica dal tuo ambiente dove coltivavi relazioni, interessi vari, attività lavorative, ricreative, sportive, amicali, affettive ecc. Da un momento all’altro ti toglie da un ambiente di vita, piacevole o meno, ma pur sempre il proprio e ti scaraventa in un luogo dove regna il nulla. Sei sradicato, devastato, depredato e gettato in un angolo buio, da solo, aspettando un tempo indefinito che “altri”, quelli che hanno quei poteri, decidano cosa fare di te.

Pubblicato originalmente in BeLeaf 5, settembre 2017

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