Raggamuffin e Marijuana – London Calling

Raggamuffin e Marijuana

Un “caloroso” saluto da Londra a tutti i lettori di BeLeaf!

Come di consueto ci ritroviamo nell’angolo London Calling per un altro articolo antagonista e controcorrente che viaggia come sempre tra strade, musica, canapa, misticismo e sottoculture che molto raramente potete trovare nelle riviste main stream e che mai vi racconteranno i giornalisti di regime, alle prese con le “bad news” e la cronaca nera del monopolio mediatico che impone e propone ogni giorno su tv e giornali giusto per renderci più allegri ed energici!

In questo articolo il Calafrocampano vi parlerà di uno degli stili più sbarazzini della cultura reggae: il raggamuffin, uno stile musicale molto connesso alla marijuana o ganja, la famosa pianta che crebbe sulla tomba di Re Salomone, come citato nella Bibbia e nel Kebra Nagast, in italiano Gloria dei Re. Si tratta di un testo sacro che ha radici nell’Antico Testamento vietato in Italia dalla Curia della Chiesa Cattolica di Roma sin dal ventennio fascista e ancora prima dai Patti Lateranensi e dalle leggi razziali strette dal nazi-fascismo. Questo testo infatti sostiene l’affinità e la continuità tra Ebrei, Cristiani, Musulmani, fino ai “negri” d’Etiopia, ed in particolare il fatto che siano tutti un solo popolo, guidato da un solo Dio. Il Kebra Nagast tesse il filo della discendenza biblica che da Adamo (a Seth, a Noè, ad Abramo, a Mosè), fino a Davide, ed a suo figlio Salomone, Re di Israele, e poi al figlio che questi ebbe con la Regina Machedà, Re d’Etiopia, per arrivare all’ultimo Imperatore d’Etiopia, Ras Tafarì Maconnén, il duecentoventicinquesimo della Dinastia Salomonica, incoronato “negus neghesti” nel 1930 con l’epiteto di Haile Selassie I (letteralmente, “Potere della Santa Trinità”), Leone conquistatore della tribù di Giuda. Una discendenza che dimostra dunque come questi siano i re e come la loro gloria sia proprio questa regale discendenza diretta, tramandata per migliaia di anni e rappresentata dalla celestiale Zion, l’Arca contenente la Legge di Dio.

Dopo questa piccola parentesi “mistico-storico- politica” tuffiamoci alla scoperta dello stile raggamuffin che dal roots reggae si dirama nel digital dancehall. Con questa nuova ondata musicale, nei testi vennero raggiunti nuovi picchi di volgarità e libertà quando i deejay e gli mc iniziarono a porsi in modo offensivo toccando argomenti scottanti come le armi, le donne e la marijuana. Altri più spensierati riguardano gli episodi di vita di tutti i giorni. Nonostante già la prima dancehall irritasse molto i puristi e i sostenitori del roots, era relativamente innocua se paragonata a ciò in cui si sarebbe evoluta nel periodo successivo, o nello squallore della moderna dancehall-bashment attuale che nulla ha a che fare con il reggae toccando argomenti sessisti, razzisti e omofobi oltre a delle sonorità che si avvicinano più alla disco che al reggae.

La curiosità di questo genere è che nacque tramite una produzione eseguita tramite una sorta di loop della famosa tastiera Casio, infatti la prima registrazione raggamuffin fu il singolo di Wayne SmithUnder Me Sleng Teng” del 1985, prodotto proprio da King Jammy e costruito attorno ad un ritmo che poi si scoprì pre-programmato su una tastiera della Casio (Casio MT-40). Questo era il primo brano reggae dai ritmi elettronici che diede il via all’era della dancehall elettronica e del raggamuffin. “Sleng Teng” fu anche accreditato come il primo brano reggae senza linee di basso ad aver ottenuto successo. Il dilagare di questo nuovo stile di produzione e di nuove atmosfere richiedeva anche un nuovo approccio vocale che permettesse l’ascesa e la quasi completa dominanza dei dj piuttosto che dei cantanti. Per questa ragione questi ultimi vennero infatti messi in ombra come schiere di nomi sconosciuti dal ruolo secondario, mentre la scena dancehall venne colta dal sopravvento dei dj che, durante questa fase, sostituirono radicalmente il ruolo dei cantanti. La musica perse volontariamente l’uso degli strumenti convenzionali introducendo un sound completamente computerizzato.

Un’altra curiosità dello stile è proprio il nome, in quanto il termine raggamuffin o ragga è riferito a quella parte del dancehall reggae nel quale la strumentazione ritmica è digitale. “Ragga” è l’abbreviativo di “raggamuffin”, originariamente un termine usato per descrivere la gioventù del ghetti di Kingston. Secondo alcune fonti la musica assunse questo nome poiché divenne lo stile alternativo delle nuove generazioni di giovani durante la seconda metà degli anni ottanta, in ogni caso il termine era già usato nello slang all’interno della scena reggae prima della sua nascita e pare che il nome del termine venne poi definitivamente introdotto unendo lo stile reggae a quello hip-hop da Asher D & Daddy Freddy nel disco “Raggamuffin Hip-Hop”.

Un’altro dei primi artisti a creare questa fusione tra ragga e rap fu Shinehead (Edmund Carl Aitken), dj nativo britannico di origine giamaicana. Il suo singolo “Who the Cap Fit“, fu il primo esempio di raggamuffin rap. Nella musica di Shinehead, il dancehall reggae e l’hip hop riuscivano a sposarsi ed entrare in conversazione a livello ritmico ed in questo modo il rap afro-americano e il toasting nel patois giamaicano trovavano un punto di intersezione. Tuttavia l’invenzione del genere viene spesso accreditata al dj dancehall/ragga giamaicano Daddy Freddy che però cronologicamente giunse un anno più tardi. Nel 1987 Freddy si spostò nel Regno Unito, dove firmò un contratto con l’etichetta discografica Music of Life ed iniziò a lavorare con il produttore e rapper britannico Asher D. Grazie a questa collaborazione, anch’egli creò un esempio di fusione tra la musica dancehall/ragga e l’hip hop. Nel 1987 infatti Daddy Freddy pubblicò, in coppia con Asher D, l’album Ragamuffin Hip-Hop precedentemente citato, opera che coniugava i due generi e che gli permise di raggiungere il successo internazionale. Shinhead e Asher D & Daddy Freddy contribuirono quindi a stabilire un nuovo stile che sarà molto diffuso negli anni novanta, periodo in cui ebbe il suo massimo successo. Uno stile che soprattutto in Europa e in Italia ha ispirato e unito moltissimi singer e mc.

Soffermandoci sulla scena ragga in Italia alcuni dei gruppi più importanti del panorama reggae nostrano adottano prevalentemente lo stile raggamuffin e molti di loro hanno avuto un enorme successo grazie a canzoni sull’erba. Queste lanciano un messaggio positivo che arriva ai più giovani cercando di allontanarli da droghe pesanti, ricordando e sottolineando che l’utilizzo della ganja è totalmente differente dalle altre droghe sintetiche. Ne spiega inoltre gli effetti psicoattivi, terapeutici, ricreativi, tessili e culinari oltre che utile mezzo meditativo, di condivisione di gruppo e di riflessione per l’uso personale. Tra gli artisti più famosi della scena italica come non citare i Sud Sound System con i loro brani: “L’erba è bona” ed “Erba erba”. La Villa Ada Posse Crew con le storiche canzoni: “Erba libera” e “Bom Bom Chiloom” e Brusco con la sua storica hit “L’erba della giovinezza”.

Pubblicato originalmente in BeLeaf 6, novembre 2017

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