re:legalized, un viaggio americano sulla strada della cannabis

re:legalized – un viaggio americano sulla strada della cannabis

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Abbiamo intervistato Francesco Bussalai, regista del docufilm Re:legalized. Un viaggio americano sulla strada della pianta più utile e più proibita al mondo. Alla base di questo progetto ci sono domande che tutti noi ci poniamo: perchè una pianta che esiste sulla terra da 38 milioni di anni, conosciuta e usata da 5.000 anni, è stata proibita negli ultimi 80 anni?

Perchè oggi negli Stati Uniti un numero di stati sempre maggiore ne legalizza e regolamenta l’uso medico e ricreativo? Che direzione politica ed economica prenderà il viaggio di questa pianta negli Stati Uniti? Cosa possiamo imparare in Europa da chi per primo l’ha proibita e oggi rilegalizzata?

Abbiamo chiacchierato con l’ideatore di questo sorprendente viaggio terapeutico attraverso la frontiera della rilegalizzazione, tra coltivazioni biologiche e multinazionali del tabacco, tra scienziati illuminati e avide case farmaceutiche, tra chi passa gli anni in prigione e chi crea una nuova, gigantesca economia, sognando un mondo salvato dalla cannabis.

Re: legalized, sarà proiettato in occasione della quarta edizione di Canapa Mundi, la più grande fiera internazionale della canapa in Italia che si terrà al Palacavicchi di Roma il 16-17-18 febbraio 2018. Un’occasione per condividere informazione e confrontarsi sulle realtà della cannabis diffuse in tutto il mondo.

Francesco perchè hai scelto di realizzare un documentario su questo tema?

Tutto è iniziato durante un viaggio negli Stati Uniti. Sono partito con un’idea non particolarmente precisa, desideravo capire cosa stava succedendo riguardo questo argomento. Durante la mia permanenza ho potuto constatare che in tutto il nord ovest degli USA, in Oregon dove sono stato io, ma anche in California, era sempre più diffuso un fenomeno di mercato con la nascita di numerosi negozi del settore, inoltre erano sempre più numerosi i produttori confermando anche un fenomeno sociale. Era chiara la percezione: qualcosa che per tanti anni era stata proibito diventava legale e la cosa più interessante era che non comportava nessuna conseguenza. Questo aspetto è stato il più importante, la vera “molla” che ha motivato il progetto. Io nasco come economista e ho lavorato per tanti anni come economista del lavoro, gli elementi che leggevo e incontravo durante il soggiorno erano cose per me nuove e singolari, mi sono reso conto che parlarne avrebbe potuto avere delle ripercussioni importanti in Italia e in Europa.

Per la produzione di re:legalized avete cercato dei finanziatori o è stato prodotto in maniera indipendente?

Il film è una produzione indipendente realizzata con l’aiuto di alcuni amici. Questa scelta è stata fatta per alcuni motivi: innanzitutto oggigiorno non è facile trovare finanziamenti per i documentari. Nel mio caso sarebbe stato ancora più complicato considerato l’argomento trattato ma paradossalmente non è stata per me una demotivazione. Ci tenevo che il lavoro fosse completamente indipendente senza influenze di nessun tipo soprattutto da parte dei produttori e di tutte le persone che ho intervistato. Senza di loro non sarebbe stato possibile realizzare re:legalized ma non incidono assolutamente sulla mia valutazione.

Chiaramente, trattandosi di una distribuzione indipendente continuo a cercare possibili sbocchi.

Quando è stato girato re:legalized e quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?

Il documentario è stato girato tra la fine del 2015 e metà del 2016. Cinque mesi di permanenza negli USA e poi 5 mesi mesi di post produzione e di montaggio. Il film è uscito ad aprile 2017.

Che percezione hai avuto della cannabis legalizzata girando per gli USA?

re:legalized
re:legalized, il docufilm

Per me è stata una grande sorpresa perchè il tema è stato affrontato senza paura. La legalizzazione e la consapevolezza che la legge permette di avere comportamenti che sino a poco tempo fa erano proibiti, dava alla gente la libertà di parlarne apertamente, di discuterne andando contro i pregiudizi che ancora possono esserci. Negli Stati Uniti sono molti meno rispetto a qualche tempo fa perchè ormai l’uso della cannabis è diventato un argomento all’ordine del giorno. Dobbiamo considerare che in queste zone la cannabis è legale dagli anni ‘90 ma soprattutto è legale in modo diverso rispetto all’Italia dove è consentita la cannabis medica dal 2007 però è quasi impossibile averla. Le cose funzionano in maniera diversa. Un aspetto che ho notato negli USA è che le persone avevano un approccio molto più libero, tutti si sentivano legittimati a parlarne, in Italia le cose sono ancora molto diverse.

Guardando re:legalized sembra emergere che in Oregon non sono le big companies a speculare sul business della cannabis, quanto piuttosto piccoli produttori/consumatori che si sono battuti quando la cannabis era ancora illegale e che ora hanno aperto un dispensario generando PIL e fornendo lavoro. L’impressione è che sia così in tutti gli USA, è così?

Purtroppo no. Quello che racconto io è solo un aspetto, una parte di un grande discorso. La realtà dell’Oregon è un po’diversa, se consideriamo i numeri del Colorado per esempio (quelli che a confronto con gli altri stati sono i più completi), dove c’è grande produzione di cannabis, ci sono aziende molto grandi. La California è ancora a metà, ci sono sia grandi che piccoli produttori. L’Oregon è un bivio: ci sono produttori come quelli che ho intervistato che cercano di mantenere una produzione piccola e biologica ma ci sono anche realtà che spingono per le grosse coltivazioni. Dal mio punto di vista vorrei che qui in Europa si dedicasse più attenzione a come si legalizza. A mio avviso, se domani sarà legale andare al tabacchino e comprare il pacchetto di sigarette con dentro il 20 % di joint, ho l’impressione che abbiamo perso tutti. Dobbiamo fare attenzione a come si legalizza, è un aspetto fondamentale. Il mio lavoro testimonia e vuole dare voce a chi prova a mantenere un mondo biologico ma con molta fatica, una dedizione che cerca di rompere alcuni pregiudizi con un paziente lavoro quotidiano.

Ti è sembrato che i dispensari convivessero bene con la cittadinanza? Hanno testimoniato particolari problemi con il vicinato?

In Oregon e nelle zone dove sono stato per la maggior parte del tempo direi di sì. Lì le cose sono abbastanza tranquille e la popolazione lo accetta senza problemi. La maggior parte dei negozi specializzati si trovano verso le periferie ma ultimamente se ne contano diversi anche nei centri cittadini, nel documentario è ben testimoniato. In Oregon e California è legale acquistare sopra i 21 anni ma non è legale fumare in strada. Questi negozi sono molto simili alle nostre farmacie e non ai coffe shop dove si va a fumare. Alcuni comuni hanno scelto di non avere dispensari nei loro territori ma queste sono scelte circoscritte alla territorialità di competenza e indipendenti dal fatto che possano esserci stati problemi.

Il documentario è molto esplicito e sottolinea senza mezzi termini il crimine prontamente studiato e costruito contro una pianta dal potenziale quasi soprannaturale. Fra questi temi, affronta la questione cruciale legata al business collaterale al proibizionismo: carceri, centri di riabilitazione, abusi in divisa. Hai raccolto dei dati in merito oltre ad averne avuto la percezione durante le interviste?

Più che di una percezione durante le interviste è frutto di un lavoro di ricerca. Sono un economista per cui la parte di lettura dei dati economici mi interessa molto e ho provato ad usare gli studi e i dati principali dei centri di ricerca che ci sono sia in Italia sia negli Stati Uniti. Sono dati attendibili e reali anche se ho scelto di inserirli in un racconto cinematografico. I numeri di tutto quello che gravita attorno al proibizionismo sono davvero enormi e per calcolarli al meglio si dovrebbero considerare tutti gli aspetti: quelli relativi alle carceri, alla medicina, i centri riabilitativi, la parte sulla polizia e così via.

Il documentario sottolinea anche gli interessi antagonisti delle case produttrici di alcolici e tabacco. Spiegaci il nesso.

Il discorso è legato al mercato. Durante il mio viaggio me l’ha confermato chiaramente un produttore di Eugene con poche semplici parole: “La gente non ha così tanti soldi per comprare cannabis e la sera uscire per prendersi una birra”. Questo riassume un aspetto che si verifica dove la cannabis è diventata legale e alla base ci sono interessi molto grossi. Nel documentario riporto l’esempio: “Per la prima volta in Colorado la tassazione sulla cannabis ha superato quella dell’ alcool”. Questa dal 2017 è tre volte tanto. Se in Italia ci rendessimo conto che la tassazione sulla cannabis ci potrebbe permettere di incassare tre volte tanto rispetto agli alcolici, il consumo di alcool probabilmente scenderebbe, per le sigarette la stessa cosa.

Non dimentichiamo che è anche un problema legato alla distribuzione: se diventasse legale in un mercato dove ci sono pochi leader mondiali, ci sarebbe poca concorrenza e sarebbe difficile competere. In Italia l’interesse più forte è quello delle multinazionali del farmaco. Esistono casi particolari dove ci sono degli esempi di legalizzazione molto controllata dallo Stato. La Sardegna per esempio è una delle regioni al mondo con la più alta incidenza di sclerosi multipla. Qui il farmaco con un estratto puro di cannabis esiste ed è prescritto regolarmente però costa 8.000 Euro l’anno per ogni paziente. Se potessimo averla nel cortile di casa o sul balcone della finestra lo Stato risparmierebbe 8.000 E a persona. Tornando al problema con l’alcool e con il tabacco, in Italia e in Europa oggi non è ancora così percepibile.

Com’è andata la presentazione in senato? Come pensi possa evolvere in Italia?

La presentazione in senato è stato un passo importante ma non particolarmente soddisfacente. C’erano poche persone anche se molto importanti come Della Vedova e Manconi, però non ho avuto la sensazione fosse l’occasione giusta per discutere seriamente dell’argomento. Indubbiamente è stata un’occasione in più: avere visibilità in senato è stata una bella opportunità anche se non ha avuto il riscontro desiderato. Il messaggio che voglio comunicare nel documentario vuole essere uno sprone per tutte le persone che sono interessate all’argomento, quello di far sentire le loro voci perché come verrà legalizzata e come verrà formalizzata la legge farà la differenza. E’ una questione del “come” non del “se”.

Stai incontrando difficoltà a far girare il tuo film in Italia?

Quando parlo o propongo re:legalized incontro sempre molto interesse ma poi non mancano le difficoltà per le presentazioni. Si tratta di un film che ha avuto una piccolissima distribuzione cinematografica, abbiamo delle proiezioni programmate in importanti fiere del settore come quella che avverrà a Canapa Mundi il prossimo 16-17-18 febbraio. Oltre a queste belle occasioni, mi piacerebbe che il film girasse nelle scuole. Ho avuto diversi contatti da alcuni presidi che si sono dimostrati interessati purtroppo però hanno sempre preferito non mostrarlo agli studenti, non è facile concretizzare l’interesse e questo dimostra quanto è ancora considerato un argomento scottante. Il film è comunque disponibile per proiezioni e incontri pubblici e sarà presto visibile on demand. Maggiori info potete trovarle su relegalized.com oppure facebook/relegalized.

re:legalized ha l’obiettivo di fare informazione alternativa su una pianta ingiustamente colpevolizzata. Che reazioni hai avuto da parte della cittadinanza meno informata? Percepisci un cambiamento di opinione?

I cambiamenti di opinione hanno sempre bisogno di un po’ di tempo. Durante il mio viaggio ho percepito da parte della cittadinanza molto interesse e voglia di discutere di una pianta liberi dai pregiudizi. Per me è stata particolarmente indicativa la presentazione che abbiamo fatto a Nuoro, la mia città. Erano presenti circa 500 persone di tutte le età, dai bambini agli anziani. Ricordo che si poteva discutere e condividere idee facendo informazione con tutti. Abbiamo parlato di ogni singolo aspetto e ho notato lo stupore delle persone che non riconducevano la pianta ai suoi tantissimi usi industriali, come per esempio la tessitura: è proprio la stessa pianta con cui si facevano i vestiti! Non saprei ancora dire se si tratta di un vero cambiamento di opinione però devo riconoscere il grande interesse da parte delle persone e soprattutto la loro disponibilità a discutere della potenzialità di questa materia prima. Questo ricalca esattamente la mia idea e obiettivo principale del progetto: discutere quanto possibile dell’argomento spaziando e contrastando il preconcetto legato alla canapa.

Come vedi il futuro della cannabis in Italia?

Per la legalizzazione non ci si può accontentare. Ci sono spazi maggiori di libertà rispetto a qualche anno fa quindi oltre accettare regolamentazioni che spingono ad una produzione controllata dallo Stato e dall’istituto farmaceutico militare dobbiamo puntare al diritto delle persone di coltivare questa pianta perchè stiamo parlando solo ed esclusivamente di una pianta. Penso che diventerà legale molto presto e questo è il momento di parlarne.

Pubblicato originalmente in BeLeaf 7, gennaio 2018

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