Ecomuseo di Carmagnola: la canapa è… nelle nostre corde

Ecomuseo della cultura della lavorazione della Canapa di Carmagnola

Nel Medioevo la coltivazione della canapa si afferma in tutta la pianura Padana, in particolare nell’XI secolo, quando la maggior parte della fibra veniva prodotta in Emilia Romagna. Il numero dei documenti, infatti, che ne attesta la presenza sul territorio italiano, aumentò proprio durante l’età medievale, per via, soprattutto della produzione dei cordami richiesti dalle flotte veneziane.

Gli astigiani esportavano canovacci in fibra di canapa a Genova sin dalla metà del XIII secolo, i mercanti di Alba, Asti e Ceva (Cn) la portavano sempre nel capoluogo ligure, dove vendevano tele e canovacci di fabbricazione piemontese. La tela prodotta a Carmagnola era molto ricercata a Trieste e a Venezia per le vele delle imbarcazioni come anche le funi e le gomene.

Ecomuseo di Carmagnola
L’ingresso del museo

Le migliori corde, infatti, venivano realizzate a Carmagnola dove oggi sorge un piccolo museo dedicato all’arte dei cordai. Carmagnola è una località in provincia di Torino, che conta 29 mila abitanti e dista dal capoluogo piemontese una trentina di chilometri.

Da oltre 800 anni il carmagnolese è terra di canapa e, ancora oggi si coltiva e si vende sotto forma di sementi, alimenti e prodotti tessili. Spostandosi in direzione della campagna sono ancora ben visibili i maceratoi, ricavati nei fossi ai bordi delle strade. Poco distante c’è una frazione che si chiama Borgo S. Bernardo, un tempo considerato il paese dei cordai; oggi è inglobato in Carmagnola e risulta difficile scorgerne i confini.

Ecomuseo di Carmagnola
Carretto originale dei primi del’900 con sopra i canapuli

Gli stessi residenti lo considerano un quartiere, un sobborgo. Proprio qui in via Crissolo al civico 20, esiste l’Ecomuseo della cultura della lavorazione della canapa fondato da Caterina Longo Vaschetti, deceduta da qualche anno e che è stata anche la presidente del Gruppo storico cordai. Per ben tre secoli, gli abitanti di questo borgo sono stati funai. Non è stato difficile reperire materiale per l’allestimento dell’eco museo fra i residenti, sono stati per questo trovati oggetti che servivano per realizzare le corde, ancora ben tenuti, anche se erano trascorsi 30-40 anni dall’ultima volta che erano stati usati. Le persone sono state contente di regalare gli oggetti, utili alla spiegazione di come avveniva la lavorazione della canapa in zona. Ma, soprattutto i volontari hanno trovato anziani ancora in grado di lavorare le corde. Non ci sono macchinari per questo, solo l’abilità di sapienti mani potevano dar vita ad un ottimo prodotto.

Gli ostacoli iniziali, semmai, sono stati altri da superare, prima che il museo diventasse una realtà.

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Uomo addetto alla manovella per attorcigliare le corde

C’era bisogno, infatti, di una tettoia sotto cui realizzarlo e l’unica esistente era proprio quella di via Crissolo, ma era di un privato che non aveva nessuna intenzione di cederla. Vari i tentativi di dissuaderlo, passando attraverso il Comune per esempio. Anche se proprio quest’ultimo, all’inizio non credeva nella nuova proposta. Finché un giorno, in seguito a una puntata della trasmissione di Raiuno “Linea verde” che era andata a registrare il programma da quelle parti e si era interessata al lavoro dei volontari del nascente museo, l’amministrazione comunale si è messa in discussione in prima persona per dar vita alla struttura museale. Si sa, quando intervengono le telecamere spesso si smuove qualcosa. Così, il proprietario della tettoia ha deciso di venderla e il Comune l’ha subito acquistata, dopo un anno di trattative.

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Strumenti originali dei primi del’900

Nel 1998 è nato il museo, negli anni a venire poi sono stati fatti diversi lavori d’ammodernamento, come per esempio una passerella di legno che costeggia tutto il “santè” un sentiero, (che è poi il cuore del museo), dove i visitatori camminano ammirando il porticato e, a sinistra vedono la canapa rigogliosa che si arrampica sullo steccato di bambù, mentre a destra vedono le corde antiche appese al muro di svariate misure e le gigantografie in bianco e nero che riproducono le varie fasi di lavorazione della canapa. Sotto tettoia lavoravano le donne e gli uomini per fabbricare le corde. Oltre agli attrezzi da lavoro, originali in legno, c’è anche un vecchio carretto al fondo del santè per il trasporto dei canapuli.

Ogni anno aumentano le scolaresche che si recano in visita al museo di Carmagnola. D’inverno è chiuso, è aperto da aprile a ottobre, escluso il mese di agosto.

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Dimostrazione lavorazione corde Caterina Longo Vaschetti (morta nel 2012)

Agli studenti viene mostrato come si realizzavano a mano le corde, impiegate sulle navi o per altri usi famigliari. Dopo che i fasci di canapa venivano estratti dai maceratoi, venivano disposti in verticale ad asciugare all’aria. Gli steli asciutti venivano stigliati a mano dalle donne spezzando lo stelo, i canapuli venivano, quindi lasciati alle lavoratrici come paga e usati per accendere il fuoco domestico o venduti ai fornai per l’avvio dei forni, perché della canapa non si butta via niente. Gli uomini la spazzolavano con pettini di ferro, in piemontese si chiamano i “ruscè”, l’operaio la pettinava molte volte fino a risultato ottenuto. Raccontano le guide ai visitatori: “Per favorire poi l’attorcigliamento delle fibre fra loro era necessario che non fossero tagliate di netto, bensì strappate”. Ancora oggi le donne dell’Associazione storica dei cordai, in particolari occasioni dimostrative dell’arte di lavorazione delle corde (visite scolastiche appunto, o riprese televisive), eseguono il lavoro tenendo sotto il braccio una matassa di fili di canapa già pettinata, regolando la quantità di fibra con una mano e indietreggiando fino a raggiungere la misura desiderata, mentre un uomo gira una ruota con una manovella per agevolare l’attorcigliamento; un tempo questa mansione era relegata ai ragazzi più giovani. Più fili possono essere ritorti insieme per formare una corda più grande e robusta, si potevano mettere insieme fino a 60 fili per corde di diametro maggiore. La corda veniva, quindi, rifinita, per tagliare i filamenti che la rendevano altrimenti pelosa, per far questo la si strofinava energicamente con maglie di ferro più e più volte, fin quando era bella liscia. Oggi i tempi sono cambiati e per la raccolta della canapa si usa la

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Aforisma appeso nel museo realizzato con corde

stigliatrice meccanizzata che taglia a un metro e mezzo e forma i fasci da sola lasciandoli depositati sul terreno ad asciugare, non sono più necessari i maceratoi e anche le corde sono realizzate con altri materiali più inquinanti come plastica e derivati del petrolio. Ma anche cotone, sisal o seta.

C’è anche un modo di dire, legato alla canapa, tipico di Carmagnola, che è: “Padrun d’la ciauv di j canaveui”, ossia padrone del nulla, perché coi canapuli non si faceva proprio più nulla, se non legna per avviare il camino.

In passato veniva anche allestito uno spettacolo con gente in costumi d’epoca che pettinava e filava la canapa e che è stato portato dai carmagnolesi in scena in Piemonte, in Liguria, in Toscana e in Veneto, registrando ovunque un notevole successo, gli spettatori rimanevano colpiti dalla bravura degli attori non professionisti, per via della straordinarietà con cui maneggiavano i fili di canapa.

Ci sono voluti 14 anni d’attività e la stretta collaborazione con Assocanapa per la messa in piedi dell’eco museo.

I visitatori ascoltano con vivo interesse le parole delle guide che tracciano la storia della canapa, e ricordano sempre che la coltivazione e la lavorazione delle piante comportava l’uso di migliaia di persone (le figure ormai scomparse del canapaio, del cordaio e del pettinaro), a cui era garantito un salario; ma non solo, infatti, durante le varie fasi di lavorazione fra i contadini si creava una sorta di cameratismo e al termine del periodo si festeggiava sull’aia, con canti e balli, oltre a pranzi e cene fra membri di più famiglie, diventava anche il momento per fare nuove conoscenze e potevano nascere le simpatie fra i più giovani, cosicché si gettava il seme delle future famiglie. Tutte le donne di estrazione popolare sapevano filare, era un’arte che imparavano fin da bambine dalle loro madri, acquisendo la consapevolezza dell’importanza che, quella capacità poteva avere nell’ambito della economia familiare. Un antico detto popolare diceva così: “Val più donna filando che cento regnando”.

Sono molti i musei in Italia che testimoniano la coltivazione della canapa secondo i modi e gli usi nelle varie regioni, alcuni dedicano solo una piccola parte della propria struttura all’argomento, altri invece sono completamente a tema. Sui successivi numeri esporrò queste realtà per comprendere la valenza che aveva la canapa in Italia e il rinnovato interesse che ne ha oggi.

Pubblicato originalmente in BeLeaf 7, gennaio 2018

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