Quanto ci costa, in termini di ricerca, il proibizionismo?

Il mondo della canapa terapeutica è ancora in parte inesplorato. Tanti sono gli studi ma il proibizionismo ha impedito che medici e ricercatori potessero studiare liberamente questa meravigliosa pianta e i suoi effetti, come invece possono fare con altri principi attivi. E così tutto quello che sappiamo è limitato e non rappresenta affatto la vastità del mondo di questa pianta. Se ne sono accorti per tempo in Canada, dove la legalizzazione ha liberalizzato anche la ricerca. E non è l’unico caso, fin dal 2015 la Repubblica Ceca ha investito milioni di euro per avviare il primo centro per lo studio dei cannabinoidi in ambito terapeutico.

Ma nel resto del mondo le cose sono davvero diverse – a partire dal nostro Paese- e così l’appello lanciato in una recente edizione dell’European Journal of Internal Medicine è facilmente condivisibile: “La cannabis medicinale è sicura ed efficace nel sollievo dal dolore.  I ricercatori chiedono che il trattamento venga adeguatamente compreso all’interno delle nostre moderne dotazioni mediche”.

Quanto ci costa, in termini di ricerca, il proibizionismo?

Uno studio guidato dall’israeliano Victor Novack ci fornisce una panoramica completa dei benefici dell’utilizzo della cannabis e dei derivati in medicina ed invita la comunità medica a condurre ulteriori ricerche indispensabili a migliorare le evidenze scientifiche utili per un suo uso consapevole e clinicamente valido. Le sue certezze derivano da uno studio sui malati di cancro e sugli anziani: i dati sono stati raccolti durante il trattamento di 2.970 pazienti oncologici con cannabis medicinale tra il 2015 e il 2017 arrivando a sostenere che “i due principali problemi che i pazienti speravano di superare erano il sonno e il dolore, e la cannabis ha dimostrato di essere efficace nell’alleviare entrambi questi sintomi”, tanto che “il 95,9% dei pazienti ha riportato un miglioramento delle condizioni di salute”. 

Con queste evidenze per Novack è “assolutamente necessario non solo presentare lo stato attuale delle cose, ma anche proporre lo sviluppo di un programma di ricerca scientifica all’interno del paradigma della medicina basata sull’evidenza. Il nostro obiettivo finale dovrebbe essere quello di stabilire scientificamente il posto reale dei prodotti derivati dalla cannabis medica nel moderno arsenale medico”.

Sempre nello stesso numero dell’European Journal of Internal Medicine possiamo trovare anche un altro articolo che avvalora questa tesi: in “The therapeutic effects of Cannabis and cannabinoids: An update from the National Academies of Sciences, Engineering and Medicine report” di Donald Abrams,  si conclude “che ci sono prove conclusive o sostanziali che la cannabis o i cannabinoidi negli adulti sono efficaci per il trattamento del dolore, nausea, vomito e spasticità associati alla sclerosi multipla”. Ma il rapporto ha anche evidenziato i numerosi ostacoli che negli Usa vengono posti alla ricerca e che potrebbero spiegare l’attuale mancanza di prove evidenti per l’uso terapeutico della cannabis. Questa carenza nella ricerca scientifica sta portando numerosi problemi etici nella prescrizione della cannabis, anche perché molti medici non conoscono abbastanza a fondo il trattamento da poterne consigliare il dosaggio e l’uso.

In questo campo a fare scuola c’è solo lo studio “Practical considerations in medical cannabis administration and dosing” di Caroline  MacCallum, dell’Università della British Columbia, e di Ethan Russo, dell’International Cannabis and Cannabinoids Institute di Praga, che fornisce ai medici una guida pratica, con dati aggiornati sulla farmacologia della cannabis. Il documento, anch’esso ripreso nel numero di marzo dell’European Journal evidenzia la possibilità di un utilizzo efficace di cannabis terapeutica nella terapia del dolore. Molti sono i campi di azione, “in caso di sclerosi multipla, lesione del midollo spinale o per placare i sintomi dovuti a chemioterapia, radioterapia o terapie per hiv, come il vomito e la nausea. Può essere impiegata anche per abbassare la pressione arteriosa nel glaucoma che resiste alle terapie convenzionali e ancora può ridurre i movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette”.

Insomma è proprio il momento di superare i pregiudizi e fare un grande passo avanti nella ricerca.

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