Accordo di Parigi sul clima: oggi siamo nel 2021, che progressi ci sono stati?

In occasione della Conferenza sul clima tenutasi a fine 2015 a Parigi, è stato stipulato un accordo sul clima per il periodo dopo il 2020 che, per la prima volta, impegna tutti i Paesi, non solo quelli europei, a ridurre le proprie emissioni di gas serra. L’Accordo di Parigi, è uno strumento giuridicamente vincolante nel quadro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Convenzione sul clima, UNFCCC) e comprende alcuni punti salienti tra i quali ricordiamo : puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici, riunirsi ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso gli obiettivi a lungo termine e fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

Oggi siamo nel 2021, che progressi ci sono stati? Secondo il Climate Change Performance Index delle ONG Germanwatch e del NewClimate Institute, nessun paese ha ancora raggiunto gli obiettivi dell’accordo di Parigi, Come nel 2019, i primi tre posti nell’indice di performance sui cambiamenti climatici di quest’anno sono rimasti vuoti. Le valutazioni sono state fatte tenendo in conto il consumo di energia pro capite, le strategie per combattere le emissioni, l’uso di energie rinnovabili e cosa la politica del paese sta facendo per cercare di migliorare la situazione. Ancora una volta non si sta facendo il possibile per arginare e combattere l’inquinamento, ma, dai vari report emerge anche qualche dato confortante. In generale non vi è un peggioramento, ma un lento miglioramento del quadro generale, che purtroppo non è assolutamente abbastanza per il nostro pianeta. 

L’Unione Europea si sta impegnando ad adottare politiche e strategie volte alla salvaguardia dell’ambiente, negli ultimi anni le emissioni si sono ridotte, al contrario di altri due grandi paesi emettitori come USA e Cina che si trovano rispettivamente all’ultimo posto,61 e, al 33 posto. In fondo alla lista troviamo anche nazioni come l’Arabia Saudita, dipendenti dal petrolio.

Negli ultimi mesi con la vittoria di Biden, gli USA hanno cambiato modo di approcciarsi all’emergenza climatica e il nuovo presidente ha dichiarato di voler rendere gli Stati Uniti neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050 e la produzione elettrica “carbon-free” entro il 2035.

I primi posti della classifica, esclusi i primi tre sono occupati dalla Svezia, Regno Unito, Danimarca, Marocco e Cile che, non hanno fatto abbastanza per salire sul podio ma sono sulla buona strada. In particolar modo la Svezia si è distinta grazie all’uso di energia rinnovabile e disegni di legge ad hoc per l’emergenza climatica.

L’Italia si trova nella posizione 27, non è sicuramente tra le peggiori, ma non sta facendo abbastanza e, tutto ciò è dovuto probabilmente al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili e ad una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi del piano di Parigi. Infatti, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di solo il 37% con una riduzione media annua, a partire dal 2020, di appena l’1.7%. Al contrario secondo l’accordo, dal 2020 al 2030 le emissioni devono essere ridotte del 7.6% l’anno per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C.

Nel novembre 2021 è prevista a Glasgow la prossima Conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (COP26). I Paesi membri avrebbero dovuto riunirsi secondo i piani nel 2020 ma il congresso è stato rinviato di un anno a causa della pandemia. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha chiesto che entro quella data “ogni Paese, città, istituto finanziario e azienda” adotti piani per la transizione a zero emissioni nette entro il 2050. 

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