L’interpretazione ragionata del nuovo D.M. sulle piante officinali

Il DM Officinali, sul quale pochi giorni fa è stata trovata un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni, ha creato nuovamente forte preoccupazione tra gli operatori del settore. Pubblichiamo di seguito una precisa e attenta disamina da parte degli avvocati Lorenzo Simonetti e Claudio Miglio, dello studio www.tutelalegalestupefacenti.it. Si tratta di un documento che rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che nulla è cambiato; un’analisi puntuale che ci auguriamo giunga al più presto anche sul tavolo del Ministero di competenza.


 

  1. Canapa Sativa L. ed impiego nelle piante officinali

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministero della transizione ecologica (ex ambiente) ed il Ministero della salute, ha emanato il decreto ministeriale contenente un elenco aggiornato delle specie di piante officinali.

Purtroppo, con riguardo alla Cannabis sativa L., solamente i semi ed i derivati dei semi dalla pianta possono essere intesi quali parti per l’utilizzo nel settore officinale (cfr. art. 1 co. 4 prima parte): in ordine a tale profilo, comunque, stiamo valutando una specifica censura nelle competenti sedi.

  1. Sulla necessaria corretta interpretazione dell’autorizzazione per la produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale

Occorre, invece, inibire la preoccupazione mediatica secondo la quale «La Cannabis light, quella a basso contenuto di Thc, torna a essere illegale al pari di altre sostanze stupefacenti».

È bene ricordare che, quando ci si approccia alla lettura di un testo normativo, occorre avere gli strumenti giusti per affrontare tale compito: è come, per esempio, il caso di qualcuno che si improvvisasse meccanico e tentasse di smontare un motore senza aver minimamente avuto una pregressa esperienza in un’officina di meccatronica. Magari – per fortuna o semplice intuito – può smontare il motore, ma certamente non sarà in grado di rimontarlo correttamente e, cosa più importante, trovarne il vizio occulto così da far ripartire la macchina. Nel mondo del diritto, fuor di metafora, l’interpretazione è un’attività retta da rigorosi criteri e consiste nell’attribuire a testi autoritativi (le c.d. fonti del diritto) un significato con il fine, diretto o indiretto, di risolvere problemi pratici (decidere una controversia, stabilire qual è il corso di azione “conforme al diritto” in un certo caso, fornire una consulenza legale, etc.). Da ciò, quindi, ne consegue che al fine di considerare qualcosa come “interpretazione giuridica” occorre fare riferimento non solo al risultato che l’interprete ha conseguito (ad esempio, il risultato interpretativo a cui perviene il meccanico), ma soprattutto al modo in cui l’interprete vi è arrivato. In particolare, quindi, il risultato interpretativo deve poter essere giustificato, alla luce di certi canoni accettati nella cultura giuridica di riferimento.

  1. L’analisi dell’art. 1 co. 4 secondo un condiviso criterio di interpretazione giuridica

Fatta questa necessaria premessa di metodo, passiamo alla lettura del testo (art. 1 co. 4 parte seconda del testo): «La coltivazione delle piante di Cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale è disciplinata dal decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990 n. 309, che ne vieta la coltivazione senza la prescritta autorizzazione da parte del Ministero della salute».

Per mezzo di condivisi e noti principi che illuminano l’attività di interpretazione giuridica e giudiziaria, al fine di dare un senso compiuto ad un testo dal carattere equivoco, possiamo affermare che:

1) l’espressione “uso medicinale” si riferisce indifferentemente alle “foglie”, alle “infiorescenze” e alle “sostanze attive”;

2) è stata utilizzata la congiunzione logica “e” tra “foglie”/”infiorescenze” perché esse sono parte vive di piante;

3) la congiunzione italiana “o” in logica può rappresentare due diversi connettivi, il che ne fa un termine ambiguo:

4.1: nella maggior parte dei casi, la “o” rappresenta una disgiunzione inclusiva, è anche chiamata vel in latino e OR in inglese: quindi, nel caso concreto, le “sostanze attive” (THC, principio attivo stupefacente + CBD, principio avente un effetto farmacologico) sarebbero equiparate alle “foglie”/”infiorescenze”: per la produzione di foglie/infiorescenze/sostanze attive con finalità medica, è necessaria l’autorizzazione del Ministero della Salute;

4.2 La “o”, molto raramente, può avere la funzione logica di disgiunzione esclusiva (chiamata aut in latino e XOR in inglese) e, quindi, separa gli elementi: nel nostro caso, quindi, “uso medicinale” sarebbe riferibile solamente a “sostanze attive”. Attribuendo il valore disgiuntivo, quindi, ne deriverebbe semplicemente che “foglie”/”infiorescenze”, essendo parti vive di piante, sarebbero concettualmente distinte dalle “sostanze attive” che da esse derivano. Ad ogni modo, anche in questo caso, il buon senso fa ritenere che se il Ministero avesse voluto vietare la coltivazione di “foglie”/”infiorescenze” lo avrebbe chiaramente scritto.

4.3 Nella teoria dell’interpretazione, comunque, quando non è chiaro dal contesto l’esatto significato della congiunzione “o”, sappiate che essa in generale è usata nel senso inclusivo: quindi, tutta la produzione di “foglie”/”piante”/”sostanze attive” per uso medicinale sarà sottoposta all’autorizzazione del Ministero della Salute (come è sempre stato disposto in Italia);

6) la coltivazione di Cannabis Sativa L. è disciplinata dalla Legge 242/2016: è legittima la produzione di foglie ed infiorescenze, non per “uso medicinale” ma per le destinazioni di cui all’art. 2 co. 2 (tra le quali il florovivaismo che ha ad oggetto la produzione di piante vive, fiori recisi e fiori secchi).

  1. Il principio generale in tema di rapporto tra le fonti normative Quanto appena detto trova conferma nel principio generale secondo il quale «la legge ordinaria dello Stato è fonte di rango superiore e non può essere derogata da una di rango inferiore come quella emanata con un decreto ministeriale» (Cass. Civ. Sez. II, 29595/2021).

Quindi, nel caso concreto, la Legge 242/2016 è legge ordinaria e il decreto ministeriale e fonte di rango inferiore.

A ciò si aggiunga che «Se ne ricava che la possibilità di deroga alla legge per essere legittima deve essere chiaramente consentita e prevista dalla legge stessa che rimette alle fonti secondarie la specifica individuazione dei casi in cui la deroga opera» (Cass. Civ. Sez. II, 29595/2021): nel nostro caso, la Legge 242/2016 prevede la produzione nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori solamente per gli alimenti (decreto del Ministero della salute del 4 novembre 2019) e per i cosmetici (Regolamento CE 1223/2009 e successive integrazioni).

Le piante, le foglie e le infiorescenze di Cannabis sativa L. provenienti da sementi certificate, possono essere coltivate e prodotte secondo i criteri e le disposizioni della Legge 242/2016.

  1. Indifferenza della giurisprudenza di legittimità con riguardo ai decreti ministeriali

La Corte di Cassazione, in numerose occasioni, ha mostrato una chiara indifferenza nei confronti delle circolari e dei decreti ministeriali che, in un modo o nell’altro, hanno interessato la Cannabis.

A titolo di esempio, si pensi alla seguente motivazione, allorché la Corte ritiene corretta la decisione di un Tribunale che aveva confermato il sequestro nonostante, all’epoca, la “Canapa Infiorescenza” fosse stata contemplata anche quale pianta officinale (D.M. 23.07.2020):

«Il Tribunale ha ritenuto che il citato decreto del Ministero dell’Agricoltura – che ha menzionato la “canapa sativa inflorescenza” destinata ad “usi estrattivi” tra le piante officinali – non abbia mutato il quadro normativo, secondo cui permane la rilevanza penale dell’attività di vendita sul libero mercato di estratti dalle inflorescenze di canapa sativa destinati al consumo ed aventi effetti droganti» (Cass. Pen., Sez. IV Pen. 15 marzo 2021, n. 10012).

Ne consegue, quindi, che il decreto ministeriale in questione non dovrà avere alcuna incidenza interpretativa e/o operativa nei confronti della disciplina della Legge 242/2016, a maggior ragione anche in ordine al discorso sulla soglia minima di principio attivo THC che, per scienza tossicologica condivisa, non deve superare 0,5%.

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