“Desidero esprimere un parere sulla riportata azione antitumorale dei composti psicoattivi presenti nella Cannabis sativa”. Si apre così l’intervento di Ferdinando Nicoletti, ordinario di Farmacologia, direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica della Sapienza e direttore dell’Unità Operativa di ricerca in Neurofarmacologia dell’Irccs Neuromed di Pozzilli, oltre che membro del Comitato nazionale di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio.
I dati della letteratura scientifica
Il tema, sottolinea Nicoletti, è di “grande interesse” sia per le potenziali prospettive terapeutiche sia per il rischio di interpretazioni affrettate dei dati disponibili.
Su PubMed risultano oltre cento pubblicazioni internazionali che associano i termini “cannabis” e “cancer cell proliferation”. Diversi studi hanno evidenziato che estratti di cannabis e fitocannabinoidi – come il Delta-9-tetraidrocannabinolo (Thc), il cannabidiolo (Cbd), l’acido cannabidiolico e il cannabigerolo – mostrano un’azione antiproliferativa e citotossica su cellule di numerosi tumori solidi, tra cui:
- carcinoma del colon-retto
- carcinoma polmonare
- carcinoma della mammella
- carcinoma della cervice uterina
- colangiocarcinoma
- melanoma
- glioblastoma
La maggior parte delle ricerche, tuttavia, è stata condotta in vitro (su linee cellulari tumorali) o su modelli animali con xenotrapianti. In questi contesti sperimentali, i fitocannabinoidi hanno dimostrato di interferire con i meccanismi biochimici responsabili della proliferazione e della sopravvivenza cellulare, riducendo in alcuni casi invasività e metastatizzazione.
Entusiasmo sì, ma con cautela
Nicoletti articola le sue considerazioni in sei punti chiave.
- Apertura verso nuove strategie terapeutiche. Ogni approccio in grado di migliorare sopravvivenza e qualità di vita nei pazienti oncologici merita attenzione, soprattutto in patologie a prognosi severa come il carcinoma metastatico del colon-retto, il melanoma metastatico e il glioblastoma multiforme.
- Limiti dei dati clinici. Le evidenze sull’efficacia antitumorale della cannabis terapeutica nell’uomo sono ancora limitate. Molti composti efficaci in colture cellulari non hanno poi dimostrato beneficio clinico.
- Il ruolo del Cbd. Il cannabidiolo è il fitocannabinoide che ha mostrato l’azione antitumorale più consistente negli studi preclinici. Le preparazioni magistrali di cannabis contengono sia Cbd sia Thc, mentre un farmaco a base prevalentemente di Cbd con minime quantità di Thc è già disponibile per alcune encefalopatie epilettiche.
- Rischi e interazioni farmacologiche. L’uso di cannabis può comportare rischi psichiatrici nei giovani e un aumento del rischio di demenza negli over 45, effetti attribuiti soprattutto al Thc. Per il Cbd, il profilo di sicurezza a lungo termine non è ancora del tutto chiarito. Inoltre, il Cbd è un potente inibitore del metabolismo farmacologico: ciò può aumentare la concentrazione nel sangue di altri farmaci assunti dai pazienti oncologici, con possibili conseguenze anche gravi.
- Pericolo di abbandono delle terapie validate. Una valutazione superficiale dei dati potrebbe indurre alcuni pazienti a rinunciare a terapie consolidate – chirurgia, radioterapia, chemioterapia, farmaci “targeted”, immunoterapia – confidando esclusivamente nella cannabis terapeutica o in prodotti del mercato illecito. Un fenomeno già osservato in passato con presunte terapie alternative, talvolta con esiti devastanti.
- Uso integrato e sotto controllo medico. Nicoletti si dichiara favorevole all’impiego della cannabis terapeutica in aggiunta alle cure oncologiche specifiche, in particolare per il controllo del dolore oncologico o della cachessia. La decisione, però, deve essere di esclusiva competenza dello specialista, previa attenta valutazione del rapporto rischio-beneficio e delle possibili interazioni farmacologiche.
Tra ricerca e responsabilità clinica
Il messaggio del farmacologo è chiaro: la ricerca sui fitocannabinoidi in oncologia è promettente e merita ulteriori approfondimenti clinici rigorosi. Tuttavia, l’entusiasmo scientifico deve procedere di pari passo con prudenza, per evitare derive pericolose o illusioni terapeutiche. La cannabis terapeutica, conclude implicitamente Nicoletti, può rappresentare un supporto importante in ambito oncologico, ma non può sostituire – allo stato attuale delle evidenze – le terapie antitumorali validate dalla comunità scientifica.






