Nel dibattito parlamentare sul nuovo decreto sicurezza, il governo guidato da Giorgia Meloni imprime un’ulteriore svolta repressiva in materia di droghe, scegliendo ancora una volta la strada della criminalizzazione invece di quella, più complessa ma efficace, delle politiche sociali e sanitarie. L’emendamento approvato, che cancella l’attenuante della lieve entità per piccoli e ricorrenti reati di spaccio, rappresenta un cambio di paradigma destinato ad avere conseguenze profonde — e per molti versi prevedibili.
La prima, e più immediata, riguarda il sistema carcerario. L’Italia si trova già oggi in una condizione di sovraffollamento cronico, con circa 64.000 persone detenute e una quota significativa — intorno al 34% — incarcerata per violazioni della normativa sugli stupefacenti. Eliminare o restringere ulteriormente gli strumenti che consentono di distinguere tra grande traffico e microspaccio significa alimentare un flusso costante verso istituti penitenziari già al limite della sostenibilità. Non è un rischio teorico: è uno scenario già vissuto negli anni della legge Fini-Giovanardi, quando si arrivò a 69.000 presenze e a una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il punto politico, però, è ancora più critico. Mentre molti Paesi europei e occidentali stanno sperimentando modelli alternativi — dalla depenalizzazione alla regolamentazione — l’Italia sceglie di irrigidire il proprio impianto normativo, ignorando evidenze empiriche e indicazioni giuridiche. La stessa Corte Costituzionale ha ribadito nel 2025 che lo spaccio di lieve entità è un fatto di ridotta offensività e dovrebbe essere trattato con misure alternative al carcere. Il decreto sicurezza sembra muoversi in direzione opposta, in un evidente cortocircuito tra legislazione e principi costituzionali.
Le critiche non arrivano solo dagli osservatori, ma anche dall’opposizione politica. Riccardo Magi ha denunciato apertamente il carattere “proibizionista, illiberale e giustizialista” del provvedimento, accusando il governo di voler “sbattere quante più persone possibile in carceri già sovraffollate ai limiti della disumanità”. Le iniziative simboliche organizzate davanti e dentro il Parlamento, proprio nella giornata internazionale della cannabis del 20 aprile, mostrano quanto il tema sia diventato anche terreno di scontro culturale oltre che legislativo.
A rendere il quadro ancora più contraddittorio è la situazione normativa complessiva sulla cannabis in Italia. Da un lato, resta vietato l’uso ricreativo secondo il DPR 309/1990; dall’altro, la cannabis terapeutica è legale ma difficilmente accessibile, con una domanda stimata di circa 1600 kg annui per 50.000 pazienti e frequenti problemi di approvvigionamento. Nel mezzo, la filiera della cannabis light — sviluppatasi grazie alla legge 242/2016 — viene ora colpita duramente dal decreto sicurezza, che di fatto vieta la commercializzazione delle infiorescenze anche a basso contenuto di THC.
Questa stretta rischia di distruggere un intero settore economico senza offrire alternative, esponendo agricoltori e commercianti a sequestri e procedimenti penali. Le associazioni di categoria parlano apertamente di misure irragionevoli, mentre il contenzioso nei tribunali amministrativi è destinato ad aumentare.
In sintesi, il decreto sicurezza appare come l’ennesima risposta sbagliata a un problema complesso. La repressione può essere politicamente spendibile nel breve periodo, ma non affronta le radici del fenomeno né offre soluzioni sostenibili. Al contrario, rischia di riportare l’Italia indietro di anni, sia sul piano dei diritti che su quello dell’efficacia delle politiche pubbliche.






