La XVII edizione del Libro Bianco sulle droghe, presentata al Senato della Repubblica in occasione del 26 giugno – la giornata internazionale della campagna Support! Don’t Punish! – dedica uno dei suoi capitoli più politici a ricostruire l’evoluzione delle politiche sulle droghe durante il governo Meloni. Ne emerge una tesi netta: in questi anni non si è assistito soltanto a una sequenza di provvedimenti repressivi, ma alla costruzione di una vera e propria “dottrina Mantovano”, una visione ideologica che ha fatto delle droghe uno strumento di governo, saldando proibizionismo, sicurezza e controllo sociale.
L’analisi prende le mosse dal ruolo assunto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, titolare della delega alle politiche antidroga e principale interprete della linea del governo. Secondo gli autori del Libro Bianco, l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non intervenire sulle principali criticità del Testo unico sugli stupefacenti – dal peso dell’articolo 73 sul sovraffollamento carcerario alla sproporzione delle pene, fino alla marginalizzazione della riduzione del danno – preferendo invece rafforzarne gli aspetti più repressivi.
Dal decreto anti-rave al decreto Caivano, dal Piano nazionale sul fentanyl al nuovo Codice della strada, passando per la guerra alla cannabis light e i decreti sicurezza, il filo rosso sarebbe sempre lo stesso: utilizzare la questione droga per giustificare un ampliamento della risposta penale e della logica securitaria.
Secondo il Libro Bianco, nel discorso pubblico costruito dal governo scompaiono progressivamente le distinzioni tra uso e traffico, tra consumo problematico e occasionale, tra cannabis e sostanze ad alto rischio. Si afferma invece una narrazione fondata su alcuni assunti considerati dogmatici: non esistono droghe leggere, non esiste un diritto all’uso di sostanze, la legalizzazione rappresenta una resa culturale e la riduzione del danno rischia di trasformarsi in una forma di “gestione del male”.
Una posizione che, sottolineano gli autori, si colloca sempre più in controtendenza rispetto all’evoluzione internazionale. Mentre numerosi Paesi sperimentano modelli di regolazione della cannabis, le istituzioni delle Nazioni Unite introducono progressivamente il linguaggio della riduzione del danno e gli organismi per i diritti umani denunciano gli effetti delle politiche proibizioniste, l’Italia sceglie di irrigidire ulteriormente il proprio impianto normativo.
Il capitolo dedica particolare attenzione anche all’utilizzo dell’emergenza fentanyl. Pur in assenza di una crisi comparabile a quella nordamericana, sostengono gli autori, il governo avrebbe trasformato il tema in un dispositivo politico capace di rafforzare la narrazione emergenziale e giustificare nuovi strumenti repressivi, privilegiando controlli e monitoraggio rispetto agli interventi di salute pubblica che la letteratura internazionale indica come più efficaci.
Non meno significativa è, secondo il Libro Bianco, la battaglia contro la cannabis light. Una filiera agricola e commerciale perfettamente legale viene descritta come un nemico da eliminare non tanto per la sua pericolosità, quanto per il valore simbolico attribuito alla normalizzazione della pianta di cannabis. Una scelta che, oltre a mettere a rischio migliaia di imprese e lavoratori, rischia di riconsegnare quote di mercato alla criminalità organizzata.
L’analisi collega inoltre la politica sulle droghe all’evoluzione più generale dello Stato di diritto durante questa legislatura. Droghe, carcere e sicurezza diventano infatti, secondo gli autori, tre facce della stessa strategia politica: aumento delle pene, espansione del carcere, criminalizzazione della marginalità e restringimento degli spazi di dissenso.
I dati raccolti nella XVII edizione del Libro Bianco confermano come oltre un terzo della popolazione detenuta sia reclusa per violazioni della normativa sulle droghe e come una quota molto elevata dei nuovi ingressi in carcere riguardi persone con dipendenze. Per gli estensori del rapporto, questi numeri dimostrano il fallimento di un modello che continua a produrre stigma, sovraffollamento penitenziario e marginalità senza incidere sulla disponibilità delle sostanze né sul potere economico delle organizzazioni criminali.
Le conclusioni sono altrettanto nette. Dopo cinque anni, sostengono gli autori, la “dottrina Mantovano” non ha ridotto il mercato delle droghe, non ha protetto i giovani, non ha rafforzato la prevenzione né migliorato l’accesso ai servizi. Ha invece consolidato una politica nella quale il proibizionismo diventa una chiave di lettura più ampia della società: uno strumento per parlare di ordine pubblico, sicurezza e disciplina sociale.
Per questo il Libro Bianco rilancia un paradigma opposto, fondato su depenalizzazione, regolazione legale della cannabis, riduzione del danno, proporzionalità delle pene e decarcerizzazione. Una proposta che si inserisce pienamente nello spirito della campagna internazionale Support! Don’t Punish!, nata proprio per chiedere ai governi di sostituire l’approccio punitivo con politiche fondate sulla salute pubblica, sui diritti umani e sull’evidenza scientifica.
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