Negli Stati Uniti il consenso verso la cannabis legale è ormai largamente maggioritario e attraversa gli schieramenti politici. Eppure, mentre alcuni Stati cercano di ridimensionare riforme approvate dagli elettori, altri aumentano la pressione fiscale sul mercato legale. Il risultato è un quadro molto più complesso di quanto suggeriscano i numeri sul sostegno alla legalizzazione.
Negli Stati Uniti il divario tra opinione pubblica e politiche sulla cannabis continua a essere uno degli aspetti più interessanti del processo di legalizzazione.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto nel gennaio 2026 su 8.512 adulti statunitensi, il 55% degli intervistati ritiene che la marijuana dovrebbe essere legale sia per uso medico sia per uso ricreativo, mentre un ulteriore 33% è favorevole alla legalizzazione esclusivamente terapeutica. Soltanto l’11% sostiene che dovrebbe rimanere completamente illegale.
In altre parole, l’88% degli americani sostiene almeno una forma di legalizzazione della cannabis.
Il consenso attraversa anche le appartenenze politiche, sebbene con differenze significative. Tra democratici e indipendenti vicini al Partito Democratico, il 67% sostiene la legalizzazione sia medica sia ricreativa; tra repubblicani e indipendenti vicini al GOP la percentuale è del 44%. Se però si considera anche chi sostiene esclusivamente l’uso medico, in entrambi gli schieramenti la maggioranza è favorevole a una qualche forma di cannabis legale.
È da questa apparente contraddizione tra consenso sociale e decisioni legislative che parte un recente intervento pubblicato da High Times e firmato da Paul Armentano, vicedirettore di NORML, una delle più longeve organizzazioni statunitensi impegnate nella riforma delle leggi sulla marijuana.
Stati repubblicani: il confronto sulle riforme approvate dagli elettori
Secondo Armentano, una delle principali criticità riguarda alcuni Stati a guida repubblicana, nei quali le assemblee legislative hanno cercato di modificare o limitare riforme sulla cannabis precedentemente approvate dagli elettori.
Uno degli esempi citati è il South Dakota. Nel 2020 circa il 70% degli elettori aveva approvato attraverso referendum un programma per la cannabis terapeutica. Nel 2025 è stata presentata una proposta per abrogare le norme relative alla marijuana medica, ma il provvedimento è stato fermato in commissione con un voto molto ristretto.
Situazioni analoghe, seppure con caratteristiche differenti, si sono sviluppate anche in Nebraska, Ohio e Texas.
In Nebraska, dopo l’approvazione popolare delle misure sulla cannabis terapeutica, il processo di implementazione ha prodotto un sistema più restrittivo rispetto a quello auspicato dai promotori della riforma, in particolare per quanto riguarda alcune modalità di consumo e tipologie di prodotto.
In Ohio il confronto politico si è invece concentrato sulle regole successive alla legalizzazione dell’uso adulto approvata dagli elettori nel 2023, comprese alcune delle tutele previste per i consumatori.
In Texas lo scontro si è sviluppato soprattutto a livello locale. Diverse città, tra cui Austin, Dallas e San Marcos, avevano approvato misure per ridurre o eliminare l’applicazione delle sanzioni per alcuni reati legati al possesso di marijuana. Il procuratore generale repubblicano Ken Paxton ha intrapreso azioni legali contro diverse amministrazioni locali per bloccarne l’applicazione.
Idaho e Louisiana, nuove restrizioni sulla cannabis
Anche l’Idaho rappresenta uno dei fronti più significativi del confronto politico sulla marijuana.
I legislatori statali hanno approvato una proposta di emendamento costituzionale destinata al voto nel novembre 2026 che punta a limitare la possibilità di utilizzare future iniziative popolari per legalizzare determinate sostanze, cannabis compresa.
Parallelamente, lo Stato ha adottato norme che prevedono pene minime obbligatorie per alcune violazioni relative alla marijuana.
In Louisiana, invece, nel 2026 sono state introdotte nuove conseguenze penali per determinate violazioni delle norme sul possesso di cannabis.
Nel suo intervento, Armentano interpreta questi provvedimenti come il segnale che la cosiddetta “war on drugs”, almeno per quanto riguarda la marijuana, non sia affatto conclusa nonostante il cambiamento dell’opinione pubblica americana.
Negli Stati democratici il problema è soprattutto fiscale
Il quadro cambia spostandosi negli Stati tradizionalmente a guida democratica.
Qui il nodo principale evidenziato dall’analisi di High Times non riguarda tanto il tentativo di cancellare le legalizzazioni approvate dagli elettori, quanto l’aumento della tassazione applicata alla filiera legale della cannabis.
Il caso più significativo è quello del Michigan.
Dal 1° gennaio 2026 lo Stato applica una nuova accisa del 24% sulle transazioni all’ingrosso di cannabis per uso adulto. La tassa si aggiunge all’accisa del 10% già applicata alle vendite retail e alla sales tax statale del 6%.
La nuova imposta del 24% non viene applicata direttamente al consumatore al momento dell’acquisto: grava sul primo trasferimento imponibile verso il rivenditore, anche se il costo può successivamente riflettersi lungo la filiera.
Per un mercato regolamentato della cannabis si tratta di una questione particolarmente delicata. Uno degli obiettivi fondamentali della legalizzazione è infatti rendere il mercato legale sufficientemente competitivo rispetto a quello non regolamentato.
Se tasse e costi regolatori fanno aumentare eccessivamente i prezzi al dettaglio, una parte dei consumatori può continuare a rivolgersi al mercato illecito, riducendo contemporaneamente ricavi degli operatori autorizzati e potenziale gettito fiscale.
Aumenti della tassazione sulla cannabis sono stati introdotti anche in altri Stati, tra cui Maryland e Minnesota, mentre in California il legislatore è intervenuto per evitare un ulteriore aumento fiscale previsto per il settore.
Il paradosso americano della cannabis
Il quadro che emerge è quindi meno lineare della semplice contrapposizione tra Stati favorevoli e contrari alla legalizzazione.
Da una parte, in alcune giurisdizioni il conflitto riguarda ancora l’accesso alla cannabis, le sanzioni e il rapporto tra referendum popolari e potere legislativo. Dall’altra, nei mercati ormai consolidati la discussione si sta spostando verso temi tipici di un settore regolamentato: fiscalità, sostenibilità economica delle imprese, prezzi e concorrenza con il mercato illecito.
Nel frattempo, il sostegno dell’opinione pubblica rimane molto elevato.
I dati del Pew Research Center mostrano infatti che nel 2026 solo circa un americano su dieci sostiene ancora la completa proibizione della marijuana. Il 55% è favorevole alla legalizzazione sia terapeutica sia ricreativa e un altro 33% accetterebbe almeno quella medica.
Un dato particolarmente significativo se confrontato con l’evoluzione dell’opinione pubblica negli ultimi decenni: secondo la serie storica riportata da Pew sulla base dei sondaggi Gallup, nel 1969 appena il 12% degli americani si dichiarava favorevole alla legalizzazione della marijuana.
Dalla battaglia sulla legalizzazione a quella sulle regole
Negli Stati Uniti, quindi, il dibattito sulla cannabis sembra essere entrato in una nuova fase.
La domanda non è più soltanto se legalizzare, ma sempre più spesso come costruire e mantenere un mercato legale capace di funzionare, quale livello di tassazione applicare, quali prodotti consentire, quali tutele riconoscere ai consumatori e fino a che punto i parlamenti statali possano modificare decisioni prese direttamente dagli elettori.
È proprio questo il punto centrale dell’intervento di Armentano: a suo giudizio, l’ampiezza del consenso popolare sulla riforma delle leggi sulla cannabis non trova ancora una corrispondenza altrettanto netta nelle politiche adottate a livello statale.
E mentre quasi nove americani su dieci accettano ormai almeno una forma di cannabis legale, negli Stati Uniti la partita politica si sta progressivamente spostando dalla legalizzazione in sé alle regole, alle tasse e ai limiti del mercato che viene dopo la legalizzazione.






