La canapa che cura la terra

Si chiama fitodepurazione ed è una tecnica di bonifica dei terreni adatta in caso di contaminazione da metalli pesanti e diossina. Alla base c’è un insieme di processi biologici, chimici e fisici che permettono l’assorbimento, il sequestro, la biodegradazione e la metabolizzazione dei contaminanti. La protagonista principale di questa ‘magia’ è la nostra amata pianta, la canapa. Non è la sola pianta che riesce a depurare i terreni ma è sicuramente la più efficace. Come ampiamente documentato nella letteratura scientifica, la canapa è infatti capace di assorbire i metalli pesanti e, a differenza di altre piante, può essere utilizzata in diversi ambiti, principalmente per usi industriali e per la produzione di energia. 

Perché la canapa è un ottimo fitodepuratore?

Prima di tutto perché ha tantissime capacità specifiche. A partire dal fatto che la sua coltivazione non necessita di trattamenti chimici come pesticidi o diserbanti e che è una coltura “da rotazione” che rigenera il terreno rendendolo più fertile lasciandolo in ottime condizioni per la coltura successiva. Inoltre, grazie alle sostanze allelopatiche, ovvero le sostanze attraverso le quali la pianta si difende, riduce la crescita di specie infestanti attorno a sé. Tutto questo comporta un basso costo delle tecnologie da utilizzare e un beneficio grazie ad una ‘automatica’ valorizzazione di aree agricole abbandonate.

Ma c’è di più. La canapa cresce molto velocemente, raggiungendo il pieno raccolto in soli 180 giorni e produce una sfera di radici che si estende nel terreno da 1,5 ad 2,5 metri. Questo vuol dire che le tossine possono essere estratte senza la necessità di rimuovere il terreno contaminato dello strato superiore, evitando così spese di smaltimento.

La sua capacità di crescere, poi, non viene influenzata dalle tossine che accumula. E la fibra derivata da piante utilizzate per la fitodepurazione può essere utilizzata per la produzione di materiali compositi oppure, l’intera pianta, può essere utilizzata per la produzione di energia in centrali termiche.

Tutti questi aspetti non possono davvero essere trascurati, soprattutto in Italia. I casi di terreni inquinati come nella Terra dei Fuochi oppure nelle zone di Taranto, intorno allo stabilimento dell’Ilva, ci dovrebbero porre in prima linea nella sperimentazione. Ed è infatti proprio a Taranto che sono partite le prime storiche prove.

Più di 10 anni fa Vincenzo Fornaro, allevatore tarantino, fu costretto ad abbattere le sue duemila pecore a causa della contaminazione da diossina. Vincenzo aveva la sua attività in una zona non lontana del polo industriale dell’ILVA e, quasi sicuramente, fu stata proprio la diossina sprigionata dallo stabilimento siderurgico a contaminare la sua terra. Da lì in tanti hanno puntato sulla canapa. Recentemente altri progetti stanno studiando la nostra pianta, per capirne di più. 

Sempre in Puglia, il progetto Green ha portato i biologi dell’ABAP a seminare diversi tipi di canapa in un terreno vicino all’aeroporto di Bari per riuscire a determinare il potenziale delle singole specie nel bonificare le aree inquinate.

L’intervento avrà un basso impatto ambientale e sarà sviluppato in un’ottica di economia circolare: dopo la raccolta, infatti, non ci si limiterà ad analizzare il terreno ma si cercherà anche di recuperare i metalli stoccati nelle strutture vegetali, così che possano essere impiegati nell’industria. Anche le piante potranno poi essere riutilizzate, ad esempio in bioedilizia o in altri settori non alimentari.

Non è la prima volta che l’ABAP porta avanti progetti simili. I ricercatori avevano già utilizzato la canapa in una masseria nei pressi dell’ex Ilva, dove i terreni erano inutilizzabili a causa dell’impatto dell’impianto siderurgico sui territori circostanti. E anche in Sardegna per depurare i terreni inquinati del Sulcis.

Se dopo questa ulteriore sperimentazione le piante risponderanno bene, progetti simili potrebbero essere esportati dove c’è più bisogno. Ed è davvero una buona notizia.

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