Coltivazione sostenibile della cannabis

La sostenibilità non deve essere considerata una tendenza, purtroppo oggi le aziende di tutti i settori sono molto “attente all’ambiente” nella comunicazione ma poi nei metodi produttivi non si scende così facilmente a compromessi.

Anche nel caso della canapa troviamo ancora aperto il dibattito, se da una parte è vero che la coltivazione di questa pianta sia di base più sostenibile di altre piante, dall’altra parte dobbiamo anche considerare l’impatto ambientale che essa produce, specialmente se entriamo in ambito indoor.

Oggi viviamo un tempo di sfide, le congetture internazionali obbligano  growers e le aziende in generale a stare attenti alle spese e razionalizzare i costi, in particolare per i fertilizzanti ed energia.

Come risposta, sempre di più ci si avvicina all’agricoltura naturale, mirando a sostituire sostanze nutritive “in bottiglia” con nutrienti che si possono trovare in natura, alternative low cost, senza finire nel banale e soprattutto senza ridurre la qualità del prodotto.

Le alternative sono tante, negli States sono state portate avanti nel tempo varie filosofie di coltivazione che s’incontrano nella coltivazione definita “Rigenerativa”, il numero di aziende è talmente cresciuto da arrivare a riservare ai solo produttori di categoria, la “Rigenerative cannabis farm award” che si tiene durante la famosa Emerald Cup.

Cos’è l’agricoltura rigenerativa

Un insieme di tecniche agricole prese da vari metodi di coltivazione organica e naturale, per lo più buone pratiche di permacultura organica old style, che si concentrano sul lasciare il suolo più sano, rigenerato dopo ogni raccolto.

Viene abbandonata l’idea di dominare la natura, favorendone la sinergia tra gli elementi – è uscito anche un docu-film “kiss the ground” su netflix in cui viene spiegato nel dettaglio questo modello di agricoltura ed i vantaggi che porta all’eco-sistema in cui coltiviamo.

Si è visto scientificamente che l’impoverimento del suolo non solo porta alla desertificazione ma facilita il riscaldamento globale.

Non a caso anche nella cannabis si sente sempre più parlare di no-till cultivazion – dove non è previsto la lavorazione del suolo e l’utilizzo di mezzi, perché il focus è prendersi cura del suolo, mantenerlo vivo ed in salute, rigeneralo quindi alla fine di ogni ciclo.

Questo permette il mantenimento di un vasto microcosmo di esseri viventi come:

Organismi che migliorano nel tempo la struttura del suolo e la sua fertilità, sequestrando carbonio anno dopo anno e permettendo così l’inutilizzo di mezzi pesanti per “preparare” il terreno alla nuova stagione.

“Il suolo è un ecosistema vivente ed è il bene più prezioso di un agricoltore. La capacità produttiva di un agricoltore è direttamente correlata alla salute del suo suolo”. Warren Buffet

Si sente spesso parlare di living soil – che non si riduce ad aggiungere micorrize e lombrichi al terreno – per capire bene il funzionamento di un suolo vivo, dobbiamo volare in oriente e apprendere le tecniche dell’agricoltura naturale giapponese e koreana.

Il korean natural farming, in particolare, mira a rafforzare le funzioni biologiche di ogni aspetto della crescita delle piante per aumentarne la produttività e la nutrizione, focalizzandosi sul concetto di microorganismi benefici autoctoni detti IMO ovvero presenti già nell’ambiente della coltivazione: Batteri, funghi, nematodi, protozoi etc…

Le tecniche del KNF riducono o eliminano così la necessità di interventi chimici, sia per proteggere dalla predazione che dalla concorrenza con altre piante, il risultato è il miglioramento della salute del suolo, della struttura e della sua limosità, inoltre sarà un ottimo attrattivo per i lombrichi – questo permetterà un alto rendimento senza uso di pesticidi ed erbicidi.

Compost Tea

Un metodo pratico con cui si può facilmente promuovere la qualità del suolo e controllarne le carenze è attraverso l’utilizzo di ammendanti o di tè microbici.

I tè microbici sono sempre più utilizzati nella coltivazione di cannabis, garantiscono una solida biodiversità, permettendo che tutti i nutrienti possano essere riciclati nella pianta – i “batteri benefici” inoltre toglieranno spazio a batteri patogeni, eliminando così la necessità di fungicidi o trattamenti del suolo.

Col passare del tempo, questa diversità microbica sempre crescente nella rete del suolo sequestrerà sempre più carbonio ogni anno.

La qualità ne risente?

Abbiamo approfondito l’argomento con il team di GreenOrganics  pionieri in Italia nella coltivazione di cannabis con metodi  “rigenerativi”, fattoria ad impatto positivo sull’ambiente tanto da arrivare ad autoprodursi tutto il necessario per la coltivazione.

Per loro esperienza diretta, queste pratiche agricole hanno migliorato nel complesso la qualità del prodotto finale, sia sotto resa finale che cosa più importante la qualità del prodotto, sotto il profilo del fitocomplesso, più ricco.

Uno dei loro “segreti” è la padronanza dei LAB – scientificamente dimostrato che i batteri dell’acido lattico migliorano notevolmente la salute delle piante.

Utilizzare questi batteri nella coltivazione di cannabis si ha solo vantaggi: non solo aumentano le difese immunitarie della pianta e la vigorosità, ma nel terreno sono anche azotofissatori ed aiutano a migliorarne la struttura.

Cosa più interessante è questi batteri producono molto acido esaonico come materiale di scarto – una sostanza che la pianta di cannabis utilizzerà per la biosintesi di acido olivetolico, uno dei due principali ingredienti per la produzione di cannabinoidi e terpeni.

Perché non iniziare a coltivare cannabis in modo sostenibile?

Anche se inizialmente può essere più faticoso in termini di tempo da dedicare, nel tempo si potrà godere di benefici maggiori in termini di resa e sostenibilità

Se da una parte bisogna prepararsi mentalmente a ricercare le informazioni utili per il proprio terreno e imparare a padroneggiarne le tecniche, dall’altra dobbiamo vedere l’investimento a medio lungo termine, in termini di risparmi economici ma soprattutto di maggior valore del prodotto finale.


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