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Quando High Times intervistò l’uomo che diceva di essere lo spacciatore di JFK

Un’intervista semidimenticata, pubblicata per la prima volta nell’autunno del 1974 su High Times, racconta una storia straordinaria: quella di un uomo senza nome che sosteneva di aver fornito marijuana a John F. Kennedy — e forse anche a Bobby e Ted. Una testimonianza sorprendente che si intreccia con la Storia ufficiale, ma la osserva da dietro le quinte, con il filtro dell’erba e un pizzico di leggenda.


L’intervista, condotta dalla giornalista Lesley Morrissey in una suite dello Sherry-Netherland Hotel di New York, si apre con il misterioso interlocutore che, tra un boccone di pâté e un sorso di Scotch, confessa di aver fatto delle ricerche su High Times per verificarne la legittimità prima di parlare. Lei, a sua volta, si era già informata per capire se davvero quell’uomo orbitasse attorno al mondo dei Kennedy. La risposta, almeno per lei, sembrava positiva.

L’uomo si presenta come un ex laureato di Harvard del 1954, giornalista trasferitosi a L’Avana alla fine degli anni ’50, dove si sarebbe per la prima volta “acceso” grazie al clima di eccessi e contrabbando che caratterizzava Cuba all’epoca di Batista. Lì — racconta — avrebbe consolidato una rete di contatti nel mercato nero e nel governo cubano, che poi gli tornò utile anche negli Stati Uniti.

JFK e il primo incontro “informale”

Dopo il ritorno negli USA, e con JFK già presidente, il nostro narratore viene convocato alla Casa Bianca per un incontro con altri giornalisti che avevano coperto la rivoluzione cubana. Alla fine della riunione, offre a Kennedy un humidor pieno di sigari artigianali — ma è il contenuto aromatico che cambia il corso della storia. Kennedy, sofferente di mal di schiena, mostra interesse quando l’uomo suggerisce la marijuana come alternativa agli intrugli che riceveva da un certo “Dr. Feelgood”: un cocktail di anfetamine, cortisone, cocaina e vitamine.

Jack era curioso. Gli spiegai gli effetti dell’erba, la sua storia, le leggi assurde. Non ne aveva mai fatto uso — almeno credo — ma conosceva bene il mondo dello spettacolo, dove era impossibile non incrociare qualcuno che fumava”.

E fu così che, secondo il racconto, JFK ricevette il suo primo carico privato di marijuana. Il nostro informatore dice di non aver mai fumato direttamente con lui, ma di aver “consegnato” discretamente quanto richiesto — celando una preziosa oncia di Panama Red in una cartellina finta.

Bobby Kennedy: il discepolo attento

Il misterioso fornitore racconta anche i suoi contatti con Robert F. Kennedy, a partire dalla Convention Democratica del 1964, fino a un incontro più concreto due anni dopo, durante una festa piena di nomi illustri: Truman Capote, George Plimpton, Pete Hamill.

Bobby sembrava curioso, e forse anche consapevole del mio passato con Jack. Non mi stupì che iniziarono ad arrivare richieste indirette, da persone vicine a lui, per ‘favori’ legati alla mia rete di contatti nel Sud America”.

Secondo l’anonimo, Bobby sarebbe diventato un sostenitore silenzioso della depenalizzazione, anche se troppo cauto per esporsi pubblicamente prima delle elezioni. E sì — aggiunge — secondo lui Bobby “aveva provato e apprezzato” la marijuana.

Ted Kennedy, Chappaquiddick e un presunto “trip”

Quanto a Ted, l’intervistato racconta meno esperienze dirette, ma offre un’interpretazione scioccante dell’incidente di Chappaquiddick, in cui perse la vita Mary Jo Kopechne:

Un mio amico al Dipartimento dell’Agricoltura dice che quella notte Ted era fatto di acido. Era il suo primo trip. Avevano scelto la cabin per rilassarsi… ma Mary Jo si agitò e Ted volle accompagnarla. Dopo l’incidente, era troppo sballato per chiedere aiuto subito”.

Se il racconto è vero — e non ci sono prove conclusive che lo sia — getta una luce incredibilmente diversa su uno degli eventi più controversi della politica americana del Novecento.

I Kennedy, la controcultura e l’eredità “nascosta”

Nel corso dell’intervista, emerge una rappresentazione dei Kennedy come molto più immersi nella cultura psichedelica e libertaria degli anni ’60 di quanto la narrazione pubblica abbia mai ammesso. Peter Lawford, Steve Smith e altri personaggi vicini alla famiglia vengono citati come sostenitori, e consumatori, della cannabis.

Infine, l’intervistatore chiede cosa ne pensi dei figli dei Kennedy. La risposta è quasi profetica:

Sono ragazzi bellissimi, indipendenti… e amano sballarsi in ogni modo possibile. Ma tieni d’occhio John Jr.; con il suo amore per il rock, potrebbe essere più ‘head’ di tutti”.

Verità o fantasia?

Alla fine, anche Morrissey si chiede quanto ci sia di vero nel racconto. L’uomo rimane senza nome. Nessuna prova diretta. Solo una narrazione fluida, piena di dettagli che sembrano verosimili ma difficili da verificare. Tuttavia, se fosse anche solo parzialmente vera, questa intervista svelerebbe un lato intimo e sorprendente di una delle famiglie più iconiche della politica americana.

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