Negli ultimi mesi, l’Italia della canapa industriale — un comparto regolato dalla legge 242/2016, riconosciuta anche a livello europeo — è finita in una spirale di sequestri, indagini e processi che sta minando la fiducia e la sostenibilità economica di centinaia di imprese agricole e commerciali.
Secondo i dati diffusi da Canapa Sativa Italia (CSI), associazione nazionale di categoria, in un solo mese sono stati censiti 14 casi identici in diverse procure della Repubblica: da Torino a Sassari, passando per Palermo, Firenze, Trento e Brindisi. Tutti con lo stesso copione: sequestri e arresti preventivi, seguiti da scarcerazioni, archiviazioni e dissequestri.
“Dispiegamenti di forza sproporzionati”
«Si mobilitano più agenti per un campo di canapa legale che per un’operazione antidroga nelle grandi città», denuncia Mattia Cusani, presidente di CSI.
Cusani parla di una vera e propria “campagna di rastrellamenti” seguita all’introduzione dell’articolo 18 del cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato nell’estate 2024. Un emendamento che ha riacceso la confusione interpretativa fra canapa industriale e sostanza stupefacente, nonostante la norma europea e nazionale stabilisca la liceità della coltivazione e commercializzazione di varietà certificate di Cannabis sativa L. con THC inferiore allo 0,6%.
Secondo CSI, «queste operazioni hanno un costo altissimo per tutti: per gli imprenditori coinvolti, costretti a sostenere spese legali e perdite di merce, e per i contribuenti, che finanziano con le proprie imposte indagini e processi destinati a concludersi con l’archiviazione».
Torino e Sassari, due simboli di un cortocircuito giudiziario
Emblematico il caso di Sassari, dove il tribunale ha annullato il sequestro di 200 kg di canapa industriale e 6.000 piante, riconoscendo la piena liceità dell’attività agricola.
Nelle stesse ore, però, oltre 30 agenti facevano irruzione in un altro campo dell’isola, appartenente a un socio CSI.
A Torino, invece, si contano sei sequestri in meno di due settimane, molti dei quali già archiviati. In un provvedimento della Procura si legge chiaramente che “sotto lo 0,6% di THC non sussiste l’antigiuridicità del fatto”, confermando l’orientamento della Cassazione che considera determinante la “offensività in concreto” del prodotto, non il semplice risultato di un test rapido.
«È la conferma che la legge va interpretata alla luce della prova scientifica, non con automatismi punitivi», commentano gli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti, difensori di uno degli imprenditori coinvolti.
Storie di impresa e di paura
Dietro ogni fascicolo archiviato ci sono persone, aziende e famiglie.
Andrea, giovane imprenditore torinese, racconta:
“Vendo canapa industriale priva di effetti stupefacenti, nel rispetto della legge 242/16. Ho tre figli e pago regolarmente le tasse. Quando la polizia ha fatto irruzione, mi hanno trattato come uno spacciatore: mi hanno sequestrato tutto e ho dovuto pagare un avvocato. Poi la Procura ha archiviato senza neanche sentirmi”.
Casi analoghi si sono verificati anche in Puglia, dove un’azienda agricola della provincia di Brindisi ha ottenuto il dissequestro completo della propria produzione, “in tempi insolitamente rapidi”, come dichiarano i titolari.
La giurisprudenza chiarisce, ma l’incertezza resta
Nel panorama giudiziario, il Tribunale di Trento ha recentemente ribadito (ordinanza 5 settembre 2025) che l’articolo 18 del DL 48/2025 è da considerarsi meramente ricognitivo: non modifica il quadro penale definito dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2019, che già fissavano come criterio centrale la verifica dell’effettiva offensività del prodotto.
Nonostante ciò, gli effetti concreti del provvedimento legislativo continuano a pesare. Molte aziende, pur non coinvolte direttamente nei sequestri, stanno valutando la chiusura o la riconversione dell’attività, incapaci di sostenere la pressione psicologica e finanziaria di un settore divenuto incerto “per legge”.
Un settore vitale che rischia l’estinzione
Il comparto della canapa industriale in Italia, stimato in oltre 3.000 aziende e 15.000 addetti, rappresenta un’eccellenza agricola e tecnologica: dai biocompositi per l’edilizia green ai prodotti cosmetici e tessili sostenibili, fino agli alimenti funzionali.
Tuttavia, la mancanza di chiarezza normativa e coerenza applicativa rischia di comprometterne definitivamente la crescita.
«Parliamo di imprenditori giovani, con formazione alta e visione internazionale — ricorda Cusani — che hanno scelto di investire in Italia nella legalità. Lo Stato non può permettersi di trattarli come criminali».





