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Tra gli effetti collaterali della guerra alla droga c’è anche l’aggravamento della crisi climatica

La crisi climatica non è solo il risultato delle emissioni industriali o del consumo di combustibili fossili. Secondo un nuovo e ampio rapporto internazionale, uno dei fattori strutturali che contribuiscono alla distruzione degli ecosistemi – in particolare dell’Amazzonia – è il proibizionismo sulle droghe.

Il report “From Forest to Dust: Socioeconomic and environmental impacts of the prohibition of the coca and cocaine production chain in the Amazon basin and Brazil”, realizzato dalla coalizione Intersection – Land Use, Drug Policy and Climate Justice, mette nero su bianco un concetto spesso ignorato: la guerra alla droga non protegge l’ambiente, lo devasta.

Proibizionismo e distruzione ambientale

Il documento analizza decenni di politiche repressive contro la coltivazione della coca in Sud America, mostrando come la criminalizzazione non abbia ridotto produzione e consumo, ma abbia invece spinto le coltivazioni sempre più in profondità nelle foreste.

«Quando arrivano esercito e repressione, la coca si sposta in aree più remote», spiega Rebeca Lerer, giornalista brasiliana e coordinatrice del report. «Questo spinge la frontiera agricola nella foresta. Poi arrivano miniere, allevamenti e disboscamenti».

Un meccanismo già noto anche in altri contesti proibizionisti, che trova un parallelo evidente nella storia della cannabis illegale: assenza di regole, spostamento continuo delle coltivazioni, devastazione ambientale e nessuna tutela per chi produce.

Chimica, inquinamento e assenza di controlli

Uno degli aspetti più gravi riguarda l’impatto ambientale della produzione illegale di cocaina. Il processo di raffinazione utilizza grandi quantità di sostanze chimiche – benzina, ammoniaca, acido solforico, acetone – che vengono smaltite senza alcun controllo.

«Essendo tutto criminalizzato, non esiste gestione dei rifiuti», sottolinea Lerer. «Questo porta alla contaminazione di acqua, suolo e animali, con gravi rischi anche per la salute umana».

Studi sul campo citati nel report mostrano livelli elevati di metalli pesanti nei terreni e nei corsi d’acqua vicini ai laboratori, oltre a un aumento della mortalità di pesci e anfibi. Tracce chimiche sono state rinvenute persino negli ecosistemi marini.

Il traffico come motore di altri crimini ambientali

Il traffico di cocaina, spiegano gli autori, funziona come una vera e propria “banca di investimento” per altre attività illegali: disboscamento, estrazione mineraria, traffico di fauna selvatica e land grabbing.

Tra il 2017 e il 2021, nel solo bacino amazzonico brasiliano, numerosi sequestri hanno rivelato carichi di cocaina nascosti in legname illegale destinato all’Europa. Il risultato è un’escalation di violenza, corruzione e repressione che colpisce soprattutto comunità indigene e difensori dell’ambiente.

Un dato impressionante: cocaina e CO₂

Secondo stime ONU riportate nel documento, la produzione globale di cocaina nel 2023 avrebbe generato oltre 2 miliardi di tonnellate di CO₂. Dalla deforestazione alla lavorazione chimica, fino al trasporto globale, ogni fase contribuisce all’impronta climatica del mercato illegale.

Un paradosso evidente: è il proibizionismo stesso a impedire qualsiasi forma di regolamentazione ambientale, rendendo impossibile ridurre i danni.

La lezione per la cannabis

Per chi si occupa di cannabis, il messaggio è chiaro. Dove esiste un mercato regolamentato, con standard ambientali, controlli sui fertilizzanti, gestione dei rifiuti e diritti dei lavoratori, l’impatto ecologico può essere drasticamente ridotto. Dove invece domina l’illegalità, proliferano pratiche distruttive.

Il report mette in guardia anche da un altro rischio: una legalizzazione mal progettata, dominata da grandi multinazionali, può riprodurre nuove forme di sfruttamento ambientale e sociale. È un tema già centrale nel dibattito sulla cannabis legale.

Riduzione del danno ecologico

La proposta avanzata dagli autori si chiama “riduzione del danno ecologico”: un approccio che unisce riforma delle politiche sulle droghe, tutela dell’ambiente e giustizia sociale. Al centro ci sono le comunità locali, le pratiche agricole sostenibili, la diversificazione delle colture e la restituzione delle terre sottratte.

«La proibizione è partita dalle piante», conclude Lerer. «Ed è dalle piante che dobbiamo ripartire. Liberare la foglia di coca, ma senza consegnarla alle multinazionali».

Una questione climatica, non solo di droghe

Il report chiude con un’affermazione netta: non è possibile proteggere l’Amazzonia né raggiungere gli obiettivi climatici ignorando la guerra alla droga. Un messaggio che riguarda la coca, ma anche la cannabis e tutte le sostanze rese illegali da politiche che hanno prodotto più danni che benefici.

Per chi si occupa di cannabis, questa analisi rafforza una consapevolezza già diffusa: regolamentare non significa solo legalizzare, ma anche proteggere persone, territori ed ecosistemi.

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