Mr. Draghi, tear down this wall!

“Mr. Gorbachev, tear down this wall!”. Per i pochi che non lo sapessero, questa frase è stata pronunciata il 12 giugno del 1987, dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, durante uno storico discorso tenuto presso la Porta di Brandeburgo, a Berlino, in occasione delle celebrazioni dei 750 anni dalla nascita della città. Una frase rivolta al presidente sovietico Mikhail Gorbachev, che viene considerata l’inizio della fine della Cortina di Ferro e della Guerra Fredda. Un percorso che portò, nel novembre del 1989 alla caduta del Muro di Berlino. 

Prendiamo in prestito questa frase dall’enorme significato politico e la applichiamo, con tutte le dovute proporzioni, a ciò che sta succedendo in Italia sulla cannabis. Nonostante la legalizzazione sia un dato di fatto ormai in molte democrazie occidentali, da noi si fatica ancora a parlare di cannabis light. Da questo punto di vista il dibattito parlamentare, salvo rare meritorie eccezioni, è praticamente inesistente e condizionato da inutili quanto retrogradi pregiudizi. 

Anche il dibattito pubblico è messo sotto naftalina, benché la rete di associazioni ed operatori di settori si stia impegnando a 360 gradi per riportare al centro dell’agenda un tema considerato secondario, ma che secondario non è. E su questo il racconto che i media fanno del nostro mondo è a dir poco deprimente. 

Legalizzare vuol dire togliere ossigeno alle organizzazioni criminali, vuol dire riconoscere diritti e libertà ai pazienti che si curano con la cannabis, vuol dire sicurezza di consumare prodotti garantiti e certificati, vuol dire sviluppare ricerca e innovazione, vuol dire alleggerire il peso del proibizionismo sui tribunali e sulle carceri. E vuol dire produrre crescita economica e posti di lavoro.

Come rappresentato plasticamente dal Jobs Report di Leafly (di cui parliamo nella nostra storia di copertina) negli Stati Uniti ci sono al momento 321.000 persone occupate a tempo pieno nel settore della cannabis legale. Più degli ingegneri elettrici, più del doppio dei dentisti, poco meno di barbieri, parrucchiere ed estetiste. Un numero che solo nel 2020, in tempo di pandemia, è cresciuto di oltre 77mila unità. 

Ecco perché allora ci rivolgiamo direttamente al presidente Draghi. Con il suo profilo e la sua storia ha dimostrato di avere l’autonomia e il coraggio necessari per affrontare il suo ruolo senza cedere ai ricatti dei partiti e alle logiche che hanno tenuto in ostaggio per anni il Parlamento. E in questo momento storico, Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno. Ha fatto capire a tutti, per esempio, che sulla pandemia e su come regolare chiusure, riaperture e restrizioni, non si decide in base a logiche populistiche di consenso e convenienza politica, ma solo in base ai dati, alla scienza, alla ragione. 

Per questo gli chiediamo, nel nostro piccolo, di mettere davanti a tutto, anche quando si parla di politiche sulle droghe e di legalizzazione, razionalità e buon senso. Capiamo che sono assolutamente merce rara nella politica dei nostri giorni, ma è assolutamente vitale adottare  questo approccio. Se non le interessa la questione dei diritti, caro presidente, si faccia convincere dalle ripercussioni economiche. Se non si lascia persuadere dalle istanze dei pazienti, valuti almeno l’alleggerimento del peso sul sistema giustizia di processi e incarcerazioni inutili. 

Se si fermerà a rifletterci, caro presidente, si accorgerà che ci sono tantissimi motivi per buttare giù questo maledetto muro. I tempi sono maturi, centinaia di migliaia di persone non aspettano altro.

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