Contro il populismo penale, svuotiamo le carceri. Intervista a Stefano Anastasìa, Garante dei detenuti della Regione Lazio

“Ci vuol poco a mettere in ansia l’opinione pubblica su fatti di cronaca legati alle droghe, ma bisognerebbe anche saper spiegare che, con una diversa politica, si potrebbero facilmente superare tutte quelle situazioni che creano tanta preoccupazione”. Ne è convinto Stefano Anastasìa, Garante dei detenuti della Regione Lazio che non ha dubbi sul percorso da fare: bisogna  depenalizzare i reati sulla droga. “L’unico modo per riformare le carceri e svuotarle è ridurre all’indispensabile: cioè mettere dentro solo chi ha commesso gravi reati contro le persone”, ci dice ancora, ricordando che chi ha commesso reati per droga non dovrebbe essere dentro un carcere. 

Eppure sono la percentuale più alta della popolazione carceraria. Il 35% dei detenuti infatti sono dentro per reati legati alla droga e in particolare per la violazione degli articoli 73 e 74 del Testo Unico sulle droghe. Si sa anche che la maggioranza dei detenuti scontano condanne minori di tre anni quindi si può facilmente ipotizzare che non si tratta di grandi traffici internazionali di droga, ma reati legati allo spaccio di strada.

 Insomma in carcere ci sono solo ‘i pesci piccoli’? 

“Sicuramente sì. Basta vedere i numeri di condannati per l’articolo 73 (spaccio di stupefacenti) e l’articolo 74 (traffico di stupefacenti in associazione, quindi legato ad organizzazioni criminali): nel 2020 i primi erano 12143, chi invece era stato condannato per entrambi gli articoli erano 5616, solo per l’articolo 74 erano in 938. Quindi si può dire, senza essere smentiti, che due terzi di chi sta in carcere sono piccoli spacciatori”.

E perché sono in carcere se sono ‘solo’ piccoli spacciatori?

“Ovviamente gli spacciatori e le persone tossicodipendenti sono quelli che suscitano più ansia nell’opinione pubblica e fra la società civile. E di solito sono anche quelli che hanno meno risorse per evitare il carcere. Difficilmente un colletto bianco implicato in fatti di droga finirà in cella, mentre un immigrato irregolare – perché la maggior parte degli spacciatori hanno quel profilo – non avendo garanzie da dare, è sicuro che andrà dentro”.

Però con una condanna a pochi mesi. Sappiamo che la maggioranza della popolazione carceraria è dentro per pene inferiori o uguali a tre anni, come si può mettere in atto la funzione rieducativa e di reinserimento nella società con così poco tempo?

“Non si può. E infatti queste persone sono anche quelle che hanno il più alto tasso di recidive. E’ difficilissimo fare un percorso di formazione professionale in tempi così brevi: per iniziare questa strada ci vuole tempo, tanta burocrazia e spesso accade che a metà del percorso il detenuto ha finito di scontare la sua pena ed esce. Immaginiamo quindi che senso può avere l’esecuzione di una pena per un detenuto che deve scontare due anni? Nessuna, se non un intento punitivo. Ci si limita a dare qualche rassicurazione temporanea ad una parte di popolazione che vede magari il suo quartiere pieno di spacciatori ma non risolve il problema. C’è una grande spreco di energia e di risorse pubbliche ma il risultato è sempre lo stesso: la droga gira uguale”.

Il carcere è diventato un grande amplificatore delle disuguaglianze sociali?

“Il carcere seleziona, purtroppo, fin dalla fase processuale. Soprattutto gli immigrati stranieri, che non capiscono pienamente cosa accade in queste fasi, subiscono dei processi rapidissimi che potrei definire sommari. Nella fase esecutiva poi, chi entra in carcere senza risorse esterne – sociali o relazionali- molto probabilmente finisce la sua pena in carcere. Quindi il carcere diventa la riproduzione delle disuguaglianze che ci sono nella società invece di essere, come ci dice la nostra Costituzione, un luogo di recupero e reinserimento. Purtroppo quando cominci a vivere esperienze di carcerazione, fossero anche soltanto di pochi mesi, ma ripetuti nel tempo, la tua vita diventa il carcere”. 

Ma quindi il problema del sovraffollamento carcerario non è un problema irrisolvibile, un modo per risolverlo ci sarebbe: cambiare le leggi sulle droghe

“Con una diversa politica sulla droga certamente il problema potrebbe essere superato e le carceri sarebbero praticamente svuotate”.

Ma manca la volontà politica per farlo…

“Manca la volontà però nel resto del mondo le cose stanno cambiando e si potrebbe prenderne esempio. Quello che noi abbiamo è ancora l’influsso della War On Drugs di Reagan e delle Nazione Unite, che in In Italia sono state recepite dalla legge Iervolino-Vassalli e inasprite ancor di più con la Fini-Giovanardi. Ma questa ormai è una posizione che è stata superata. Pochi Stati al mondo continuano su questa strada, solo la Russia e pochi altri”.

Ma lei tutte queste informazione le ha date in Parlamento quando è stato audito in Commissione Giustizia? Cioè i parlamentari ne sono consapevoli?

“Certamente. E non sono stato l’unico ad aver detto che servirebbe distinguere nettamente fra la repressione della criminalità organizzata dalla manovalanza che quelle organizzazioni utilizzano. Ma i tempi, evidentemente, non sono ancora maturi per superare l’ideologia su questo argomento”.

Lei è a favore della depenalizzazione delle droghe ma è a favore anche della legalizzazione della cannabis? 

“Sicuramente è un percorso che va intrapreso anche nel nostro Paese. La cannabis è una sostanza di massa che coinvolge centinaia di migliaia di adolescenti e che ha bisogno non di repressione e proibizione ma di informazione. Rendere consapevole un ragazzo o una ragazza è molto meglio che proibire, ovviamente senza incentivare ad un abuso di questa sostanza. Anche su questo punto in altri Paesi si sono fatte sperimentazioni di consumo controllato che hanno coinvolto anche sostanze molto più pesanti, e che avevano l’obiettivo di ridurne l’utilizzo e togliere il controllo alle criminalità organizzate. I risultati sono stati ottimi”.

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