All’Auditorium della Tecnica, nel cuore dell’Eur a Roma, è andata in scena la settima Conferenza nazionale sulle dipendenze, un evento che nelle intenzioni del governo avrebbe dovuto rappresentare un momento di riflessione sul futuro delle politiche in materia di droghe. In realtà, si è rivelata l’ennesima celebrazione di un paradigma proibizionista che da decenni mostra la sua inefficacia, in Italia come nel resto del mondo.
Dietro gli slogan sulla “libertà dalla droga” si è consumato un rituale politico: la riaffermazione della “guerra alla droga” come unica via, con un linguaggio d’altri tempi e un’impostazione che ignora del tutto i dati scientifici, le evidenze sanitarie e le esperienze internazionali di successo basate sulla regolamentazione.
Mentre sul palco si alternavano interventi istituzionali e proclami moralisti, fuori dall’auditorium alcuni attivisti di +Europa e Meglio Legale hanno inscenato un flash mob non violento per denunciare il paradosso di una conferenza che parla di “libertà” ma celebra, di fatto, un fallimento.
I numeri ufficiali parlano chiaro: i consumi di sostanze aumentano, il mercato illegale prospera e le carceri scoppiano — anche per reati di lieve entità legati alle droghe. Gli istituti minorili, complici provvedimenti punitivi come il “decreto Caivano”, sono sempre più affollati da giovani per cui la repressione rappresenta l’unico intervento pubblico. Intanto, il governo inasprisce le pene e rifiuta ogni confronto con la realtà: la criminalità organizzata, silenziosa ma grata, continua a gestire un mercato miliardario senza concorrenza legale.
Nonostante l’evidenza, l’esecutivo insiste nel legare la cannabis alle droghe pesanti, arrivando persino a evocare un fantomatico “salto” dal THC al fentanyl. È un discorso che non regge né sul piano scientifico né su quello logico. Gli studi internazionali e i dati dei paesi che hanno scelto la via della legalizzazione – dal Canada alla Germania, passando per diversi Stati USA – mostrano esattamente il contrario: regolamentare riduce il consumo giovanile, migliora la qualità dei prodotti, toglie ossigeno alle mafie e genera risorse economiche da reinvestire in prevenzione e cura.
L’Italia, invece, resta ancorata a una visione punitiva e moralista che produce solo danni: stigma, carcere, sovraccarico del sistema giudiziario e sanitario, mentre nessun risultato concreto arriva sul fronte della riduzione del consumo o del controllo delle sostanze.
Se davvero si volesse parlare di “libertà dalla droga”, bisognerebbe partire dalla libertà di informarsi, di curarsi, di scegliere politiche pubbliche basate su evidenze e non su ideologia. Invece, la conferenza è sembrata più una celebrazione di sé stessa: il governo “se la canta e se la suona”, mentre nelle piazze italiane il mercato nero continua indisturbato e nelle carceri si affollano le vittime di un proibizionismo cieco.
La guerra alla droga, insomma, è una guerra persa. E ogni volta che la si rilancia con toni trionfalistici, qualcuno esulta davvero: non i cittadini, ma le narcomafie.





