Cannabis medica: standard di qualità e ricerca scientifica per futuri sviluppi

Nei suoi circa 28 milioni di anni di evoluzione, la pianta di cannabis ha goduto di una forte popolarità nelle fasi iniziali dello sviluppo della nostra civiltà, richiamando l’attenzione delle culture asiatiche e per poi diffondersi verso ovest. Estremamente apprezzata per la sua fibra, veniva spesso impiegata nel settore tessile, nonché nella produzione di corde e reti da pesca. Poiché allora conteneva livelli più bassi di cannabinoidi, le persone apprezzavano maggiormente il valore della pianta come risorsa. A seguito dell’identificazione dei tratti maschio/femmina e dell’osservazione dell’impatto sulle colture a seconda della manipolazione della rimozione dei maschi dalla coltavizione, si sono scoperte le proprietà medicinali dei fiori femminili.

Le principali applicazioni terapeutiche erano la soppressione del dolore, il controllo del sonno e il trattamento delle malattie mentali. Questo testimonia come la popolazione cinese passò rapidamente dall’osservazione di lievi effetti mentali ad un’ampia applicazione nella medicina erboristica tradizionale cinese, che durò per circa 1800 anni. La cannabis si diffuse in altre culture e continenti, venendo impiegata più o meno allo stesso modo e per scopi simili, evidenziando un punto di vista comune tra le diverse culture.

L’approccio scientifico e l’interesse per la ricerca biochimica delle proprietà delle piante è arrivato relativamente tardi – alla fine del fine del XX secolo – con la scoperta del nostro sistema endocannabinoide interno, dando risposta a interrogativi posti fin dall’inizio. Come funziona l’impatto dei fitocannabinoidi nel nostro corpo? Dopo la scoperta dei primi due recettori endocannabinoidi all’inizio degli anni ’90, si sono ricercati possibili partner di legame, il che ha portato alla graduale identificazione di endocannabinoidi di base come l’anandamide (AEA) e 2-Arachidonoilglicerolo (2-AG). Sono nati così i primi progetti sui meccanismi biochimici che ci hanno permesso di avere una visione più nitida sul funzionamento del nostro sistema endocannabinoide interno (ECB) e sulle sue reazioni a fattori esterni come il trattamento con cannabis medica. 

Negli ultimi 20 anni, sono state concluse alcune ricerche sugli effetti e gli studi clinici dei fitocannabinoidi così come sull’impatto del nostro sistema BCE su diverse malattie come: anoressia, epilessia, Alzheimer, sclerosi multipla, glaucoma, spasmi, dolore o convulsioni e molte altre ancora. Tuttavia, raramente il risultato della ricerca è stato chiaro e risolutivo. Questo a causa della mancanza di una quantità significativa di studi clinici o effetti collaterali non scoperti. A causa del suo contenuto, la cannabis medica non è un farmaco facilmente definibile tale come avviene per il classico ibuprofene. Gli estratti di cannabis o i fiori secchi contengono una vasta gamma di composti di supporto. Oltre allo spettro dei cannabinoidi che ha il più forte effetto terapeutico, i pazienti con cannabis beneficiano anche del CBD e dei terpeni, creando il famoso “effetto entourage” che non è stato ancora sufficientemente oggetto di un’approfondita ricerca scientifica e clinica. Un diverso rapporto tra THC/CBD è stato identificato come più benefico per diverse malattie, il che significa che alcuni pazienti necessitano di un maggiore contenuto di THC, mente altri di CBD, altri ancora di un mix più equilibrato nella varietà della pianta usata per il loro trattamento. Per personalizzare la terapia per ogni singolo paziente e renderla più efficace, è necessario capire meglio i meccanismi sottesi, il che ci riporta al punto di partenza – fonte della maggior parte dei problemi nell’intero campo della cannabis medica: la mancanza di ricerca scientifica dettagliata e coordinata. A causa dello stato giuridico della sostanza di ricerca, è tutt’altro che facile per gli scienziati fare domanda per progetti, chiedere fondi e persino chiedere biomateriali su cui lavorare. Questo perché viene considerata una sostanza illegale spesso paragonata a sostanze come l’eroina o l’LSD. Negli USA, la FDA ha approvato pochissimi farmaci sviluppati a base di cannabis medica come l’Epidiolex CBD per le convulsioni o il Marinol/Cesamet per la nausea e il vomito da chemioterapia, evidenziando quanto siamo lontani dall’implementazione di un più ampio spettro di farmaci basati sulla cannabis medica. Una situazione in gran parte imputabile alla DEA che sta mantenendo la cannabis come droga della Tabella I. In Europa la situazione è simile, anche se differente da paese a paese. Di solito le università devono collaborare con una moltitudine di enti, tra cui una varietà d’istituzioni mediche, rendendo la ricerca più difficile e decentralizzata. Questo in effetti crea la necessità di più progetti di ricerca mirati che coinvolgano diverse università in un unico sforzo, come avviene per altri progetti rilasciati ogni anno dalla Commissione Europea. In questo modo potremmo assistere a risultati più rapidi e più conclusivi, portando allo sviluppo di nuovi e migliori trattamenti con la cannabis medica.

I progetti organizzati da tali enti potrebbero essere maggiormente riconosciuti dagli organi legislativi e spinti verso studi clinici e applicazioni che, in questo momento, non sono considerati come opzione valida e legale.

Le dure condizioni della ricerca richiedono un sistema di controllo più unito e comune, che permetterebbe non solo sforzi più centralizzati, ma anche un aumento significativo della qualità e dell’efficienza delle terapie.

Il controllo della qualità della cannabis medica è uno dei passi più impegnativi per il futuro del settore. È noto come negli Stati Uniti siano in vigore leggi sulla cannabis differenti da stato a stato, ma non dissimile è la situazione in Europa dove, nonostante i regolamenti di conformità GMP dell’UE, la maggior parte dei Paesi applica le proprie regole quando si tratta di standardizzare un prodotto che destinato all’ambito sanitario e registrato come un farmaco farmaceutico.

Mentre molti fautori applaudono le nuove leggi di Malta o le dichiarazioni politiche del governo tedesco sui cambiamenti della legislazione sulla cannabis, dobbiamo essere consapevoli che ciò che conta di più è ancora lontano dalle nostre mani. Il concetto di soluzione è molto semplice: una legislazione unificata gestita da un organismo geografico comune. Molti tentativi sono già stati fatti, istituendo commissioni e società, tuttavia nessuno di questi ha raggiunto lo status ufficiale di ente regolamentare. O almeno, non ancora. La standardizzazione del controllo di qualità della produzione di cannabis medica è cruciale sia per i pazienti che per le terapie. Non solo aiuterebbe i pazienti a ricevere trattamento di qualità farmaceutica e avere un supporto sanitario efficiente, ma introdurrebbe anche una maggiore consapevolezza di quale arsenale abbiamo a disposizione per combattere numerose malattie. Questo si potrebbe tradurre in sforzi di ricerca più centralizzati che allungherebbero la lista degli effetti benefici delle terapie a base di cannabis medica, rendendole maggiormente disponibili a persone che stanno soffrendo a causa di terapie inefficaci. Molti paesi lottano con la propria produzione destinandola ai propri bisogni, generando così una massiccia domanda. Una domanda che, tuttavia, trova risposta – principalmente o interamente – nelle importazioni da quei pochi paesi che sono riusciti a standardizzare i propri prodotti e implementare sistemi di controllo di qualità e soglie di specificazione, che hanno permesso la commercializzazione di un prodotto di alta qualità capace di soddisfare le esigenze dei pazienti.

La ricerca e il controllo di qualità sono i principali obiettivi da raggiungere e vanno di pari passo. La strada dello sviluppo e della ricerca in campo medico è ancora lunga e si richiede un passo più deciso. Dopotutto in ballo c’è la nostra salute e, per prendercene davvero cura, dobbiamo diffondere la consapevolezza dei bisogni e delle richieste forzando il cambiamento e rimanendo focalizzati sugli obiettivi con controllo e sforzi centralizzati.


* Dominik Marko, Quality Consultant – PQE Group

 

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