Nel settore della canapa industriale l’unica vera costante degli ultimi anni è l’incertezza. Un’incertezza prodotta non dal mercato, né dalla scienza, ma da una gestione politica confusa, contraddittoria e ideologica. L’ennesima sospensione da parte del Consiglio di Stato del decreto che aveva reso illegale la vendita dei prodotti contenenti cannabidiolo (CBD) al di fuori delle farmacie e senza ricetta medica non fa che confermare un dato ormai evidente: il governo non ha una strategia sulla cannabis light e sta trascinando imprenditori e consumatori in un limbo giuridico permanente.
Non è la prima volta che la giustizia amministrativa interviene su questo tema. Al contrario, negli ultimi anni tribunali e giudici sono diventati i veri arbitri della politica sulla canapa, chiamati a correggere – o quantomeno sospendere – decisioni governative che sembrano ignorare sia l’evoluzione del settore sia le evidenze scientifiche. Il risultato è una stratificazione di divieti, ricorsi, sospensioni e controricorsi che rende praticamente impossibile pianificare un’attività d’impresa.
Il primo spartiacque risale all’agosto 2023, quando il ministro della Salute Orazio Schillaci decise di inserire il CBD nella tabella delle sostanze stupefacenti, equiparandolo di fatto al THC. Una scelta fortemente contestata dagli operatori del settore, perché il cannabidiolo non ha effetti psicotropi e viene utilizzato in tutta Europa in prodotti per il benessere, la cosmetica e l’alimentazione. Eppure, tutta l’impostazione del governo sulla cannabis light si fonda su un presupposto tanto fragile quanto strumentale: trattare la canapa a basso contenuto di THC come una droga.
Come se non bastasse, nell’aprile scorso è arrivato il colpo di grazia con il cosiddetto decreto sicurezza, che vieta in modo pressoché totale la coltivazione, la lavorazione e la vendita delle infiorescenze di canapa e di qualsiasi prodotto che ne derivi. Un divieto generalizzato che non distingue tra usi, concentrazioni o finalità, e che ha avuto effetti devastanti sull’intero comparto: aziende costrette a chiudere, investimenti bloccati, lavoratori licenziati. In altre parole, un settore agricolo e industriale sacrificato sull’altare della propaganda.
La vicenda giudiziaria del primo divieto è emblematica del caos attuale. Dopo una prima bocciatura al TAR, nel giugno 2024 il ministro ha riproposto lo stesso testo, forte di un parere dell’Istituto Superiore di Sanità. Nuovi ricorsi, nuove sentenze, fino alla recente sospensione del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto le gravi conseguenze economiche del provvedimento e ha consentito nuovamente la vendita dei prodotti a base di CBD. Ma qui emerge il paradosso: mentre i giudici riaprono alla commercializzazione per tutelare imprese e lavoratori, il decreto sicurezza continua a vietare “di fatto tutto”.
Il risultato è una confusione operativa che si riflette anche nell’azione delle forze dell’ordine, costrette a muoversi in un quadro normativo opaco: in alcuni casi si procede per spaccio di stupefacenti, in altri ci si limita al sequestro della merce. Una discrezionalità che espone gli operatori a rischi enormi e mina qualsiasi principio di certezza del diritto.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’ingorgo giudiziario. I ricorsi sono così numerosi che le decisioni arrivano quando il mercato è già stato stravolto. Non a caso, il Consiglio di Stato ha deciso di rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiarire se le norme italiane – a partire dalla legge del 2016 – siano compatibili con i principi comunitari di libera circolazione delle merci e concorrenza. Una mossa che certifica il fallimento della politica nazionale: quando manca una visione, ci si affida ai giudici, magari europei.
L’eventuale bocciatura da parte della Corte di Giustizia potrebbe costringere l’Italia a rivedere l’intero impianto normativo, decreto sicurezza compreso. Ma intanto il danno è fatto. In un contesto europeo (e forse non solo) in cui la canapa è considerata una risorsa agricola, industriale e ambientale, il nostro Paese sceglie la strada del divieto e dell’ambiguità, allontanando investimenti e competenze.
Per gli imprenditori della canapa e per i consumatori il messaggio è chiaro, anche se non dichiarato: oggi si può, domani forse no. È questa l’unica vera politica del governo sulla cannabis light. Una politica che non tutela la salute pubblica, non combatte l’illegalità e non sostiene l’economia, ma produce solo incertezza. E in un settore giovane e innovativo, l’incertezza è la forma più efficace di repressione.






