Che cosa vuol dire per un ricercatore vivere in un Paese dove la cannabis è legale?

Quando parliamo di legalizzazione, pensiamo subito a liberalizzare un mercato che esiste di fatto ma che viene proibito da leggi anacronistiche e piene di pregiudizi. Ma quando si decide di legalizzare, come successo in Canada, pochi giorni fa, le ripercussione sono immediate e molteplici.

Pensiamo al campo della medicina e della ricerca: che cosa vuol dire per un ricercatore vivere in un Paese dove la cannabis è legale? Vuol dire soprattutto avere molte più opportunità di fare scoperte utili al bene della collettività.

In un articolo apparso su Nature, si racconta la storia di un ricercatore che in questo processo ci è passato: Jonathan Page è nel mondo della cannabis da una vita, ma non è stato sempre semplice. Sulla sua strada ha trovato molti ostacoli – legali e burocratici- che gli hanno impedito di fare seriamene ricerca perché mancavano sempre finanziatori coraggiosi. Ma ora le cose sono cambiate.

Si legge su Nature: “Sebbene il Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada non abbia un’iniziativa dedicata alla cannabis, l’agenzia ha finanziato decine di progetti focalizzati su biologia e coltivazione della cannabis. Anche Genome Canada e altre organizzazioni sostenute dal governo hanno messo a disposizione fondi per la ricerca. Capitali più sostanziosi sono arrivati da investitori privati. Solo lo scorso anno le aziende canadesi di cannabis hanno raccolto quasi due miliardi di dollari canadesi (1,3 miliardi di euro) – più della metà di tutti i finanziamenti raccolti dalle aziende legali di cannabis in tutto il mondo – e l’industria è sulla buona strada per triplicare questo valore nel 2018”.

Una vera e propria rivoluzione che permetterà di capire meglio questa pianta – per esempio mappando il suo genoma- e di utilizzare le sue proprietà per curare malattie. “Possiamo vederla in vari modi, come farmaco o come droga – dice Page- ma non possiamo dimenticare che al centro di questa rivoluzione c’è la pianta. Tutto si riduce a una pianta”. Sull’articolo vengono quindi citate alcuni esempi di studio che permetterebbero di portare ad un livello superiore la nostra conoscenza.

Come ad esempio quello che stanno facendo dei ricercatori di Toronto: “Gli scienziati coinvolti nello spin-off di TerrAscend, tra cui i genetisti vegetali Peter McCourt e Shelley Lumba dell’Università di Toronto, progettano di mutagenizzare sei varietà di cannabis con l’obiettivo di ottenere versioni migliorate di alcune delle attuali cultivar dell’azienda. “Il nostro obiettivo principale – dice Lumba – è quello di trasformare la cannabis in una vera e propria coltura orticola”. Un’altra pratica decennale per il miglioramento delle piante agricole consiste nel raddoppiare o triplicare intenzionalmente i loro genomi: questo tende a conferire alle piante cellule più grandi, caratteristiche strutturali più grandi e maggiori rese in composti chimici. Le specie di grano domesticate, per esempio, hanno 4-6 copie del loro genoma; la canna da zucchero può averne fino a 16 copie”.

Altrove, i ricercatori stanno cercando di controllare e ottimizzare le condizioni ambientali per le varie fasi del ciclo di crescita. Queste modifiche potrebbero rivelarsi importanti per massimizzare i profitti derivanti dalle costose operazioni di coltivazione indoor, che sono una delle principali fonti di cannabis di qualità in Canada. Ma c’è anche chi studia come ingegnerizzare nuove proprietà nella pianta, questo potrebbe – o non potrebbe- produrre altri cannabinoidi di cui il mondo non è ancora a conoscenza.

Insomma il mondo della cannabis è ancora tutto da scoprire.

 

foto:  James MacDonald per Nature

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