“La legge non è chiara”. La Cassazione verso una ‘non decisione’?


Aspettavamo una risposta definitiva e chiara ma forse non arriverà oggi.La Procura della Cassazione, rappresentata dal pg Maria Giuseppina Fodaroni, ha chiesto alle sezioni unite della Suprema Corte di Cassazione di inviare gli atti alla Consulta sulla questione della Cannabis light, su cui si erano già espresse, con contrarie interpretazioni, la Quarta e la Sesta sezione della Cassazione (per la prima il commercio di canapa light è vietato, per la seconda è lecito).

Che cosa vuol dire? Che si procrastina la decisione.

Nel riferire le conclusioni del pg della Cassazione, l’avvocato penalista Carlo Alberto Zaina, ha spiegato che “tutto ciò prevederà un allungamento dei tempi anche fino ad un anno e mezzo” prima di dirimere la questione.

“Il pg della Cassazione ha evidenziato che non c’e’ ragionevolezza nel sistema legislativo attuale e che le indicazioni fornite dal legislatore, sul tema della Cannabis ligth, non sono chiare: pertanto non vi è la prevedibilità, da parte del cittadino e del commerciante, sulle condizioni suscettibili di essere sanzionate”, spiega ancora Zaina. Ad avviso dell’Avvocato, legale della difesa, “se gli atti andranno alla Consulta si potrarrà una situazione di assurda incertezza: credo che la Cassazione abbia tutti gli elementi per decidere”.  Lo farà? O deciderà di non decidere? Il verdetto è atteso in serata.

Che cosa doveva decidere la Cassazione?

Chiarire in via definitiva se sia punibile o meno chi mette in commercio prodotti derivati da infiorescenze o resine della cannabis con Thc inferiore allo 0,6%. A sollevare il caso davanti al massimo consesso della Suprema Corte e’ stata la quarta sezione penale, nell’ambito di un procedimento riguardante il sequestro effettuato nei confronti di un commerciante: il Riesame di Ancona aveva annullato il sequestro e il procuratore capo del capoluogo marchigiano si era quindi rivolto alla Cassazione. Con un’ordinanza dello scorso 27 febbraio, i giudici di piazza Cavour, evidenziando il “contrasto giurisprudenziale” emerso negli ultimi mesi, hanno trasmesso gli atti alle sezioni unite. Un “primo indirizzo interpretativo”, infatti, ha dato “risposta negativa” al quesito se la legge consenta la commercializzazione dei derivati della coltivazione della canapa (hashish e marijuana), ritenendo che la normativa in vigore dal 2016 “disciplini esclusivamente la coltivazione della canapa”, consentendola, in limitate condizioni, “soltanto per i fini commerciali” elencati nella stessa legge “tra i quali non rientra la commercializzazione dei prodotti costituiti dalle infiorescenze e dalla resina”, per cui “i valori di tolleranza di Thc consentiti (0,2-0,6%) si riferiscono solo al principio attivo rinvenuto sulle piante in coltivazione e non al prodotto oggetto di commercio” e “la detenzione e commercializzazione dei derivati della coltivazione disciplinata dalla predetta legge, costituiti dalle infiorescenze (marijuana) e dalla resina (hashish), rimangono, conseguentemente, sottoposte alla disciplina” prevista dal Testo unico sulle droghe.

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