La NFL, l’epidemia degli oppioidi e l’impegno degli ex giocatori per la cannabis terapeutica

Gli Stati Uniti si avvicinano ad ampie falcate alle elezioni del 2020 e una delle questioni principali, di cui in Italia si parla sempre troppo poco, è la gravissima emergenza legata al consumo di oppioidi, una vera e propria piaga che ha infettato larghe fette della società americana.

Si stima che, dal 1999 ad oggi, più di 200mila persone abbiano perso la vita a causa di overdose da oppioidi, 31.473 nel solo 2018. Le persone dipendenti, al di là dell’oceano, sono circa un milione e 700mila. La causa principale è da attribuire all’eccesso di prescrizioni (ben al di sopra della reale necessità) rilasciate negli anni scorsi e ancora oggi.

Un altro aspetto, anch’esso abbastanza sconosciuto da queste parti, di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, è che l’epidemia di oppioidi ha colpito, specialmente negli anni scorsi, il mondo dello sport professionistico Usa, una punta di eccellenza a stelle e strisce seguita e ammirata in tutto il globo.

In particolare è l’iconica lega professionistica di football americano (National Football League, NFL) ad essere contagiata da questo morbo. Ne ha parlato recentemente, in una lunga intervista rilasciata a Sports Illustrated, l’ex wide receiver dei Detroit Lions, Calvin Johnson, che ha rilasciato importanti rivelazioni.

“Quando sono arrivato nella Lega (nel 2006, ndr) – ha detto Johnson – l’abuso di oppio era sotto gli occhi di tutti. Un giocatore aveva a disposizione letteralmente qualunque cosa volesse. Vicodin, Oxycontin, Percocet e altra roba del genere: tutto era disponibile, tutto era concesso. Ma non mi piaceva affatto lo stato in cui mi riducevano quei medicinali, la mia medicina era un’altra, la cannabis“.

Per chi non lo conoscesse, il football americano è uno sport durissimo, e la NFL – con la mole di soldi che girano attorno a questa realtà – è una Lega molto esigente. Le pressioni sono enormi e gli infortuni (che sono all’ordine del giorno) possono condizionare intere carriere (soprattutto dal punto di vista economico).

E’ per questo che i giocatori sono disponibili a fare qualsiasi cosa, spesso mettendo a rischio la loro stessa integrità, pur di recuperare in fretta dagli infortuni. Per fare l’esempio di Calvin Johnson, si pensi che in nove anni di carriera ha saltato solo nove partite, nonostante alcuni incidenti gravissimi occorsigli sul campo di gioco.

Entrambe le ginocchia, il piede, l’anca, un dito rotto che gli ha sfigurato per sempre la mano sinistra, perdite di conoscenza dovute agli scontri durissimi: a dispetto di tutto questo, racconta, “il team ha sempre chiesto di giocare, giocare e giocare. La salute dei giocatori non conta nulla, conta solo la vendita del prodotto“.

Di tutto questo e di come attutire il dolore fisico, Calvin Johnson ha fatto la sua ragione di vita, una volta arrivato al ritiro dal football giocato, nel 2015. E così ha deciso, insieme all’ex compagno di squadra Rob Sims, di dedicarsi allo sviluppo e alla diffusione della cultura della cannabis medica. I due sono in stretto contatto con l’università di Harvard, che sta portando avanti un’intensa attività di ricerca sull’argomento.

“Stiamo sviluppando un trattamento speciale a base di CBD – ha detto Sims ad ESPN – soprattutto sul lato delle malattie cognitive”. A differenza degli oppioidi, la marijuana è ancora considerata dal governo federale una vera e propria droga. Ma a differenza degli oppioidi, che hanno provocato la prematura scomparsa di un giocatore di college, la cannabis non provoca morti per overdose. La NFL apra gli occhi e le orecchie, è ora di una grande battaglia culturale.

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