Gli USA alzano il limite di tolleranza di THC per la coltivazione di canapa industriale

Del percorso intrapreso negli USA verso una progressiva legalizzazione della cannabis a scopo medico e ricreativo – che potrebbe culminare con l’approvazione di una legge a livello federale, visto il cambio di inquilino alla Casa Bianca e la vittoria dei democratici in entrambi i rami del Parlamento – abbiamo parlato spesso ultimamente.

Più raramente, invece, abbiamo affrontato un altro tema, non certo secondario. Nel corso dell’amministrazione Trump, infatti, il famoso Farm Bill ha liberalizzato in tutto il Paese la coltivazione di canapa a scopo industriale e la sua commercializzazione con percentuale di principio psicotropo (THC) inferiore allo 0,3%. Una norma che ha rivitalizzato in tutto il Paese la filiera della canapa, un po’ come è stato in Italia con la legge 242/2016 (che però ha tutti i limiti che conosciamo molto bene).

Ebbene, negli ultimi giorni è arrivato un altro segnale che testimonia come il cambio di approccio culturale nei confronti della canapa sia ormai un un dato di fatto dall’altra parte dell’Oceano.

Nella stesura finale di una risoluzione dedicata proprio all’industria della canapa, l’USDA (U.S. Department of Agriculture) ha alzato dallo 0,5 all’1% il limite entro il quale è previsto lo sradicamento delle piante di canapa che non rispettano il limite fissato per legge allo 0,3%. Si tratta di un gesto che evidentemente va incontro a tutti quei coltivatori che possono incontrare difficoltà nel mantenere i limiti di THC entro il livello consentito.

E sempre nell’ottica di “semplificare la vita” a chi opera nel settore, le nuove regole federali aumentano da 15 a 30 giorni il limite di tempo per testare i campioni. Insomma, un approccio che tende sempre più alla tolleranza e sempre meno alla complicazione. Esattamente il contrario di quanto sta succedendo in Italia.

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