“Solo la politica può fare chiarezza. Ma non mi aspetto molto”. Parla l’avvocato Zaina

Le incertezze giuridiche, le campagne ideologiche della politica, la precarietà economica: sono tutti fattori che stanno contribuendo a rendere complicato da tracciare il futuro di un settore che – come ha già ampiamente dimostrato in Italia e soprattutto all’estero – ha potenzialità enormi sotto una miriade di punti di vista. Di questo e, in particolare, di come possa evolvere la situazione dal punto di vista del diritto specifico, abbiamo parlato con l’avvocato Carlo Alberto Zaina, uno dei professionisti più esperti e accreditati in materia di cannabis. 

Avvocato Zaina, lei è uno dei più importanti e apprezzati conoscitori del settore della canapa dal punto di vista giuridico. Possiamo dire che il 2019 per questo settore è stato un annus horribilis, dopo la strabiliante crescita dei due, tre anni precedenti?

Mi permetta di non condividere la definizione di annus horribilis, per quanto attiene il 2019. A mio avviso, prescindendo dalla decisione delle SSUU – che merita una valutazione a sé stante – devo rilevare che, sul piano giudiziario, abbiamo vissuto il consueto stato di assoluta incertezza giurisprudenziale (con decisioni favorevoli ed altre di segno opposto), una corsa sulle montagne russe del diritto, dovuta ad un approccio degli operatori del diritto caratterizzato sia da una diffusa impreparazione scientifica, sia da una ingiustificata prevenzione giustizialista in materia.

Indubbiamente, la decisione delle SSUU ha condizionato non solo il segmento giudiziario, ma anche la più complessiva situazione ambientale del settore, atteso che sia i coltivatori che i commercianti hanno avuto una reazione estremamente impaurita (qualche volta quasi isterica), che può essere in parte giustificata anche da una cattiva informazione da parte dei media, ma che, soprattutto, ritengo, derivi dall’incapacità della stessa Suprema Corte di dirimere in concreto il problema giuridica che la stessa era chiamata a risolvere.

Si può dire che la sentenza n. 30475/19 (e, in particolar modo, le motivazioni pubblicate a luglio), non ha assolutamente aiutato a comprendere concetti quali – ad esempio – “concreto effetto drogante della sostanza“, posto che i giudici di legittimità hanno utilizzato locuzioni ed espressioni sovente poco chiare e che, purtroppo, non tengono affatto conto delle posizioni scientifiche assunte da oltre un trentennio dalla tossicologia forense, in ordine alle metodiche per accertare l’effettiva idoneità drogante delle singole sostanze a base di cannabis.

Inutile dire che hanno inciso negativamente su tutto il settore sia la campagna denigratoria di una certa parte politica, che ha dato il via ad una ideologica caccia alle streghe, sia la già citata sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione, che non ha fornito le risposte sperate. Qual è la situazione oggi, soprattutto dal punto di vista dell’applicazione della legge sulla cannabis light?

La situazione nonostante quella incertezza determinata dalla poca chiarezza della pronunzia di SSUU, cui ho appena fatto riferimento è, però, fluida. Invero, esiste allo stato un minimo capisaldo interpretativo, che consiste nella circostanza che, (nonostante la scure dell’apparente divieto  di commercializzare infiorescenza, foglie, resine ed oli), la vendita di detti prodotti è, peraltro, ammessa, perchè non configura il reato di cui all’art. 73 co. 4 dpr 309/90, laddove le sostanze non contengano un livello di THC tale da produrre un concreto effetto drogante.

E’ sull’effettivo significato da conferire a questo concetto e sulle modalità per definirlo con buona approssimazione, che si sta giocando la partita. Le SSUU, in un passaggio della loro sentenza, peraltro, negano che si possa utilizzare, per dirimere la questione, il criterio percentuale (in base al quale solo in presenza di un THC > a 0,5% si potrebbe parlare di efficacia drogante), assumendo che solo un esame dell’effettivo peso del principio attivo contenuto possa risolvere il problematico quesito.

La soluzione offerta dai giudici di legittimità non è, per me, accettabile, in quanto risulta astratta e svincolata rispetto alla quotidiana realtà della vita processuale e delle indagini in materia di cannabis. E’, infatti, noto che tutte le perizie in materia di stupefacenti – e soprattutto di derivati della canapa – accertano in prima battuta il livello percentuale del THC presente nel campione oggetto di analisi, che sovente costituisce parte significativa del più ampio compendio che può essere stato sequestrato.

Dunque, appare evidente che sul piano tossicologico (con consequenziali riflessi in punto di diritto) il dato percentuale appare decisivo, preliminare e fondamentale per comprendere la natura effettiva della sostanza. Discorso differente deve involgere il peso specifico del THC del prodotto. Per la cannabis light, diversamente dalla cannabis ad alto tenore di principio attivo, succede spesso che siano oggetto di sequestro confezioni, che contengono quantitativi non modici, in quanto pervenuti direttamente dal coltivatore e che sono in attesa del confezionamento per la commercializzazione al dettaglio.

Appare, pertanto, illogico che, alla luce dell’analisi di un campione esemplificativo del prodotto completo (reperto che può essere usualmente inferiore al grammo), si moltiplichi il risultato ottenuto, per l’intero, amplificando abnormemente ed erroneamente l’esito finale. Chiunque, infatti, può comprendere che ciò che rileva, per la qualificazione dell’effetto drogante concreto, non è la quantità di THC in generale (sarebbe, infatti, impossibile l’assunzione di una sigaretta di un peso lordo di qualche decina di grammi) quanto piuttosto quella rinvenibile nelle singole dosi poste in vendita (che usualmente sono di 1 o 2 grammi lordi), ma questo concetto rimane astruso per i magistrati, soprattutto, per quelli di legittimità.

Essi, così, insistono, ad abbracciare un’ottica di potenziale pericolosità globale del prodotto, tralasciando di considerare il dato concreto che ho appena evidenziato. La situazione – salvo qualche pronunzia ispirata – è, quindi, indubbiamente allarmante, perché non vi è volontà di procedere ad un aggiornamento tecnico e scientifico per coloro che devono decidere queste delicate questioni.

I sequestri sembrano continuare, anche se con meno accanimento, e le sentenze continuano a differire (pensiamo a quelle del Riesame di Ancora e di Genova, ma anche alla situazione di Parma dove il Tribunale ha confermato i sequestri). La sensazione è che si potrebbe andare avanti così, nell’incertezza, ancora per molto tempo.

E’, purtroppo, una sensazione radicata e fondata. Non entro nel merito delle singole decisione, posto che sono interessato ad alcune di queste e qualunque mio commento potrebbe apparire condizionato dall’esito contingente del giudizio. E’ opportuno precisare che le decisioni – allo stato – maturate sono però, riferite solamente alla fase cautelare, vale a dire alla presunta legittimità dei sequestri, quindi, parziali e contingenti; suscettibili di modifica concreta. A molti sequestri ritenuti legittimi sono, infatti, poi seguite archiviazioni e, in un caso, a Milano, (allo stato l’unico) anche un’assoluzione con formula piena.

Dunque, ci troviamo in una fase processualmente fluida, dove una pronta indagine peritale può garantire le legalità dell’attività commerciale, escludendo, così la sussistenza del reato ipotizzato. I contrasti giurisprudenziali sono, però, sempre più marcati e radicali e credo, quindi, che solo un intervento normativo serio e competente sia l’unica strada per risolvere la questione di fondo. Non so, però, se vi sia un’effettiva volontà politica di risolvere il problema sia per quanto attiene al commercio di canapa light, sia per quanto concerne, invece, il contesto più ampio della leegalizzazione della cannabis.

A proposito di incertezza, il tema più ambiguo lasciato appeso dalla sentenza della Cassazione resta, appunto, quello della “soglia drogante”. Ci sono stati passi avanti, in questi mesi, nella definizione oggettiva di questo concetto. Oppure, anche da questo punto di vista, siamo condannati alla “libera interpretazione”?

Come già ho avuto modo di precisare, il nodo gordiano da risolvere è proprio quello della concreta efficacia drogante. Allo stato ci troviamo in quella situazione che Lei definisce di libera interpretazione, condizione che dipende anche da un’insufficiente conoscenza da parte dei magistrati dei profili scientifici del tema cannabis e da un approccio incomprensibilmente presuntuoso, in base al quale si vuole fare primeggiare il diritto sulla biologia, mentre dovrebbe essere esattamente l’opposto.

Quando il diritto è chiamato a regolare processi naturali (come è quello relativo alla cannabis), esso dovrebbe piegarsi e conformarsi alle indicazioni specifiche di settore che emergono. Quindi, nella specie, i giuristi dovrebbe fare un passo indietro e cedere il passo a coloro (tossicologici, chimici ed agronomi) che meglio conoscono i cicli di germinazione e di maturazione della canapa e tutti gli aspetti agronomici.

Così purtroppo non è, con le nocive conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

L’unico modo per porre fine all’incertezza è un intervento della politica. Il cambio di governo e di maggioranza potrebbero portare ad un cambio di approccio anche dal punto di vista della canapa e della legalizzazione della cannabis? Mi sembra d’aver capito che non si aspetta nulla di buono da questo punto di vista. 

Ribadisco la mia sfiducia. Si tratta di una sfiducia orientata in senso generale, anche se sono molto deluso da alcuni politici che dopo avere vestito i panni di promotori del tema cannabis, una volta entrati nelle stanze del potere hanno cessato ogni manifestazione di concreto interesse.

E’ una nemesi, un vero de ja vou, che si ripete ciclicamente, pensiamo a quanto è successo con il famoso intergruppo e non vado oltre, perchè qualsiasi altro commento costituirebbe una polemica inutile verso chi e coloro che non potrebbero difendersi, tanto è evidente il loro fallimento.

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