L’utilizzo della cannabis terapeutica è legale in Italia da circa vent’anni e viene impiegato per il trattamento di diverse condizioni cliniche, tra cui dolore cronico, nausea associata alle terapie oncologiche, sclerosi multipla e alcune malattie rare. Nonostante ciò, nelle ultime settimane numerosi pazienti hanno riferito di essere stati convocati dai Carabinieri per fornire chiarimenti sulle modalità di prescrizione e distribuzione dei preparati a base di cannabis.
Secondo quanto riportato da Il Post in un’inchiesta pubblicata a giugno 2026, le convocazioni sarebbero partite a seguito di un’ispezione effettuata dal NAS di Bologna presso una farmacia dell’Emilia-Romagna specializzata nella preparazione e distribuzione di prodotti a base di cannabis terapeutica in tutta Italia.
Le verifiche sulle prescrizioni
Dalle testimonianze raccolte emerge che ai pazienti sarebbero state rivolte domande molto dettagliate riguardanti i medici prescrittori, le modalità attraverso cui sono entrati in contatto con loro e le motivazioni cliniche alla base della terapia. In alcuni casi sarebbe stata richiesta anche l’esibizione di documentazione sanitaria, referti ed esami medici.
L’attività investigativa sembrerebbe concentrarsi su due aspetti principali. Da un lato, la regolarità delle prescrizioni, con l’ipotesi che possano essere stati utilizzati certificati non autentici oppure che alcuni trattamenti siano stati prescritti a soggetti privi di reali indicazioni terapeutiche. Dall’altro, le modalità di consegna dei farmaci, in particolare la spedizione diretta al domicilio del paziente.
Il nodo della consegna a domicilio
La distribuzione della cannabis terapeutica rappresenta da anni uno dei principali problemi del sistema italiano. Le farmacie autorizzate ad allestire preparazioni magistrali a base di cannabis sono infatti poche centinaia rispetto alle circa 21.000 presenti sul territorio nazionale.
Per questo motivo molti pazienti, soprattutto quelli residenti lontano dai centri specializzati o con difficoltà negli spostamenti, si sono affidati alla consegna a domicilio. Tuttavia una circolare del Ministero della Salute del 2020 ha vietato la spedizione diretta al paziente, prevedendo invece che il farmaco possa essere inviato alla farmacia più vicina al luogo di residenza. Tale orientamento è stato successivamente confermato da una sentenza del Consiglio di Stato del 2022.
Secondo quanto riferito dal titolare della farmacia oggetto dell’ispezione, questa procedura si sarebbe spesso scontrata con il rifiuto di molte farmacie territoriali di ricevere e consegnare preparazioni a base di cannabis, talvolta per una conoscenza insufficiente della normativa vigente. Per garantire la continuità terapeutica ai pazienti, la farmacia avrebbe quindi adottato un sistema interpretativo basato sulla figura del “delegato” prevista dalla stessa circolare ministeriale.
Le preoccupazioni di medici e associazioni
Le convocazioni hanno suscitato critiche da parte di alcuni professionisti sanitari e associazioni di tutela dei pazienti. Diversi medici evidenziano il rischio che tali controlli possano compromettere il rapporto di fiducia tra medico e paziente e scoraggiare persone fragili dal proseguire terapie prescritte nel rispetto delle norme.
Anche il Movimento Cannabis Medica, associazione impegnata nella difesa del diritto di accesso alle cure, ha raccolto numerose segnalazioni da parte di pazienti che hanno dichiarato di essersi rivolti a prescrittori privati dopo aver incontrato difficoltà nel reperire la terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale.
La questione è arrivata anche in Parlamento attraverso diverse interrogazioni presentate da esponenti delle opposizioni. Tra questi Marco Grimaldi, deputato di Sinistra Italiana, che ha parlato di un possibile “clima di intimidazione” nei confronti dei pazienti, sottolineando il rischio di compromettere la continuità terapeutica di persone già impegnate nella gestione di patologie complesse.
Un problema strutturale
Al di là dell’indagine in corso, la vicenda riporta l’attenzione su una criticità nota da tempo: la difficoltà di approvvigionamento della cannabis terapeutica in Italia.
La produzione nazionale è affidata principalmente allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, struttura gestita dal Ministero della Difesa. Le quantità disponibili risultano però insufficienti rispetto alla domanda, rendendo necessario il ricorso all’importazione dall’estero attraverso procedure caratterizzate da quote e autorizzazioni particolarmente rigide.
Le associazioni dei pazienti denunciano da anni carenze nelle forniture, tempi di attesa elevati e differenze territoriali nell’accesso alle cure. In questo contesto, sostengono, la questione delle spedizioni e delle prescrizioni rappresenta solo l’ultimo capitolo di un sistema che fatica ancora a garantire un accesso uniforme alla cannabis terapeutica sul territorio nazionale.
Le verifiche avviate dai Carabinieri mirano ad accertare eventuali irregolarità nelle prescrizioni e nella distribuzione dei farmaci a base di cannabis. Al momento, tuttavia, non emerge alcun elemento che metta in discussione la legittimità dell’utilizzo della cannabis terapeutica da parte dei pazienti regolarmente in cura.
La vicenda evidenzia piuttosto le criticità di un settore che continua a essere caratterizzato da carenze organizzative, difficoltà di approvvigionamento e interpretazioni normative controverse, con conseguenze che ricadono direttamente sulle persone più fragili.






