Archiviata a Taranto la maxi inchiesta sulla cannabis light. Il commento di uno degli indagati

Arriva un nuovo caso in cui i magistrati mostrano un minimo di buon senso. Il tribunale di Taranto archivia un’inchiesta sulla cannabis light in cui erano coinvolti 56 indagati. La maxi inchiesta, che comprendeva ben 48 negozi (la maggior parte nella provincia di Taranto), era partita a inizio ottobre 2018 con il sequestro di circa 9 chilogrammi in un distributore automatico che si trovava nelle vicinanze di due scuole di Taranto.

È passato più di un anno da quel sequestro e la Procura, finalmente, ha ritenuto di valorizzare la “situazione di incertezza” normativa citata dalla ormai famosa sentenza della Cassazione pubblicata lo scorso luglio. È proprio grazie all’incertezza normativa, infatti, che ai gestori coinvolti non è stato possibile configurare l’art. 73 del 309, ovvero lo spaccio.

Con questa archiviazione si chiude così il sipario su un capitolo amaro, che ha ingiustamente tartassato tanti imprenditori. Tra questi c’è anche il breeder romano Flavio, titolare di Spumoni Growshop e The Weed Shop, coinvolto in prima persona in quanto fornitore della società di Taranto da cui tutto è partito. Uno degli aspetti assurdi che ci sottolinea è il fatto che non verrà restituito nulla ai soggetti coinvolti, nonostante il caso sia stato archiviato e ne siano usciti tutti completamente indenni. Stiamo parlando di materiale da vendere nei growshop che andrà completamente distrutto: rotoli di etichette, bong, grinder, oli senza Thc, riviste (anche la nostra oltretutto!). Ne riportiamo volentieri un suo commento:

“Questa archiviazione non mi lascia né sorpreso né sollevato, dal momento che l’operazione mirava solo a distruggere il lavoro onesto che avevamo svolto fino a quel momento, non per altro l’indagine si chiamava “affari in fumo”…
Sapevamo bene di essere sul filo della legalità, anche se nettamente all’interno, ma non ci saremmo mai aspettati un trattamento così severo, a dir poco ingiusto, che ci ha fatto passare un anno terribile soprattutto psicologicamente, con l’ombra dello Stato proibizionista che ha aleggiato sulle nostre teste.
Fortunatamente con i TANTISSIMI sacrifici siamo riusciti a rimanere in piedi, allargando i nostri orizzonti e lavorando su Growshop, Seedbank e cannabis medica. E una cosa è certa, Stato o non Stato continueremo la nostra battaglia fino a quando tutti capiranno l’utilità di questa fantastica pianta!”

Adesso la speranza, alla luce di tutto ciò, è che una notizia del genere possa creare un nuovo precedente nella giurisprudenza italiana. Perché, purtroppo, non c’è uniformità di intenti e non tutti i magistrati operano nella stessa maniera. Quantomeno si trovi la quadra per tutti i casi avvenuti prima di luglio scorso, quei casi che la stessa Cassazione ha inquadrato in una situazione di “incertezza normativa”.

Ma è chiaro che allo stesso tempo va rilanciato un forte appello alla politica, affinché metta finalmente una pezza al buco normativo che lei stessa ha creato quando ha approvato una legge incompleta, la 242 del 2016.

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