E se fosse l’inquinamento a far muovere più velocemente la diffusione del Corona virus?

Non solo in Cina. La diffusione drammatica del Corona virus nel mondo ha portato anche un ‘effetto collaterale’ diffuso: l’abbassamento dei livelli di biossido di azoto nell’aria. Lo abbiamo visto sulla Pianura Padana, lo stiamo vedendo anche nelle capitali europee come Roma, Parigi e Madrid.

Il satellite Sentinel-5P ha fornito una mappa dell’inquinamento atmosferico in Europa.

Gli studiosi del Reale Istituto Meteorologico d’Olanda (Knmi), hanno utilizzato i dati capire cosa stesse succedendo e hanno capito che c’è davvero una forte riduzione delle concentrazioni. “Le concentrazioni di biossido di azoto – spiega Henk Eskes del Knmi – variano di giorno in giorno a causa dei cambiamenti meteo. Non si possono trarre conclusioni basandosi soltanto su un solo giorno di dati”.

Per questo, aggiunge, “combinando i dati per uno specifico periodo di tempo, in questo caso 10 giorni, la variabile meteorologica in parte si stabilizza e cominciamo a vedere l’impatto del cambiamento dovuto all’attività dell’uomo”.

Quanto durerà? Purtroppo non molto, basterà riprendere le attività ( e noi ovviamente ci auguriamo di tornare presto alla normalità). Ma queste sono anche informazioni interessanti per capire quali politiche vogliamo attuare in futuro nei nostri Paesi.

In più una domanda sorge spontanea: e se il nord Italia fosse stato colpito con particolare ferocia dal coronavirus proprio a causa dei suoi elevati livelli di inquinamento atmosferico? Se lo è chiesto anche un team composto da dodici ricercatori italiani (delle Università di Bologna, di Bari, di Milano, di Trieste e della Società italiana medicina ambientale), che ha appena pubblicato un position paper nel merito.

Si legge nel documento «il particolato atmosferico (PM10, PM2.5) costituisce un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali». Questa forma di inquinamento atmosferico funziona infatti da «carrier, ovvero da vettore di trasporto» per molti contaminanti e anche per i virus che «si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze».

Come è noto la Pianura Padana è popolata dal 40% della popolazione italiana (oltre 23 milioni di persone) e lì si concentra oltre il 50% del Pil nazionale. I problemi ambientali sono noti e spesso sono stati affrontati con troppa timidezza.

Lo studio appena pubblicato sembra dimostrare che «in relazione al periodo 10-29 febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo».

«Le polveri stanno veicolando il virus, fanno da carrier – spiega uno degli autori del position paper, Gianluigi de Gennaro dell’Università di Bari – Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi”. Ridurre al minimo le emissioni e sperare in una meteorologia favorevole sembra essere quindi un aiuto per riuscire finalmente ad arginare l’epidemia.

Il gruppo di ricercatori sta continuando ad approfondire il tema per contribuire ad una comprensione del fenomeno più approfondita, ma nel frattempo le conclusioni sono nette: «La specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico, che ha esercitato un’azione di carrier e di boost».

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