Le chiavi per la svolta ecologica ci sono. Usiamole

Se c’è un aspetto positivo che abbiamo notato tutti durante la fase più alta della pandemia da COVID-19 è il calo dei livelli di inquinamento. Ce lo hanno mostrato le immagini satellitari diffuse dall’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, ma ce ne siamo accorti semplicemente perché l’aria era più pulita. Anche le emissioni di gas serra sono decisamente diminuite, con cali fino al 75% nelle città più densamente abitate. Senza dimenticare un altro tipo di inquinamento, quello acustico. In quei mesi abbiamo riscoperto i suoni della natura che ci circonda, anche in città. Con la progressiva ripresa delle attività sono tornati i veicoli motorizzati sulle strade, come a ricordarci quella che era la colonna sonora dei nostri spostamenti quotidiani prima del COVID19. 

Se è vero che niente sarà più come prima, che siamo alla ricerca di una nuova normalità, forse dobbiamo tenere bene a mente queste sensazioni, per ricordarci che anche le nostre città sono degli ecosistemi, e che la loro qualità e funzionalità dipende da noi che ci viviamo dentro. Ma per ridare un volto ecologico alle nostre città dobbiamo riprendere con forza il percorso della decarbonizzazione ed essere ben consapevoli di quali sono i settori prioritari in cui dobbiamo intervenire.

La diminuzione degli inquinanti registrata nel periodo del lockdown è stata generata in particolare dal blocco dei trasporti terrestri ed aerei, dallo stop alle attività produttive e da una minore domanda di energia elettrica. Sono invece aumentati i consumi energetici delle utenze domestiche, per il fatto che tutti dovevamo stare a casa, ma complessivamente, i consumi di energia sono calati del 20% nel primo trimestre 2020, con una riduzione del 20% dei consumi di elettricità, del 30% dei consumi di gas naturale e del 43% di prodotti petroliferi. Tutto ciò ci dimostra una volta di più l’impatto, enorme in termini di emissioni, che hanno questi tre settori messi assieme, e come questi possano contribuire a determinare la nostra qualità della vita.

Sono proprio i settori per i quali il Piano Nazionale per l’Energia e il Clima 2030 stabilisce obiettivi ambiziosi: riduzione del 33% delle emissioni di CO2 nell’industria e del 43% nel settore civile rispetto al 2005, diminuzione dei consumi finali di energia dello 0,8% all’anno rispetto al triennio 2016 – 2018 e aumento della copertura da fonti rinnovabili al 30% (di cui il 55,4% consumi elettrici, 21,6% l’energia impiegata nei trasporti e 33% il settore termico). Una rivoluzione verde insomma, o un Green New Deal, che è quanto mai necessario voler realizzare per poter uscire dalla crisi economica e sociale generata dal virus. L’alternativa è solo una: rimanere intrappolati in una visione economica, culturale e di sviluppo ormai moribonda.

La necessità di una svolta Green riguarda tutti, ma realizzare concretamente questa visione è un processo lungo e complesso, destinato a durare decenni, e che non può essere realizzato con scorciatoie o furbizie. Le soluzioni ci sono e vanno realizzate progressivamente tenendo in debito conto le esigenze delle comunità locali.

La transizione deve riguardare infatti tre dimensioni: energia, efficienza energetica e mobilità. In tutti questi settori le comunità locali devono intervenire attivamente per poter orientare il processo di sviluppo in un’ottica che bilanci la sostenibilità economica e ambientale con quella sociale, e che generi benefici reali per il territorio.

La generazione decentrata di energia da fonti rinnovabili è la strada da seguire, in quanto sistemi di produzione e distribuzione dell’energia destinati a soddisfare il fabbisogno locale sfruttando risorse rinnovabili disponibili sul territorio consentono di evitare al massimo le perdite di rete.

Dall’altra, l’efficienza energetica in edilizia e nei processi produttivi, ovvero ridurre al massimo gli sprechi. Complessivamente si stima che il mercato italiano dell’efficienza energetica possa raggiungere entro il 2022 un valore compreso tra I 35 e i 40 miliardi di Euro. Anche in questo caso devono essere le comunità locali a gestire il processo e a vigilare affinché le risorse messe in campo vengano effettivamente orientate a produrre benessere per tutta la comunità.

Infine, la mobilità, che è il settore il cui impatto in termini di emissioni ed inquinanti è più evidente, soprattutto nelle nostre città. Con la fine del lock-down sono tornati i veicoli in strada ma sono anche aumentati considerevolmente gli acquisti di biciclette e altri mezzi alternativi, e questo è sicuramente un segnale positivo. La mobilità dolce è la strada da seguire ma a molte delle nostre città mancano le infrastrutture necessarie. Anche in questo caso sono le comunità locali a dover orientare il processo di sviluppo.

Rispetto ad altri territori in Europa siamo ancora indietro, soprattutto per quanto riguarda efficienza energetica e mobilità sostenibile (mentre sulla produzione di energia da fonti rinnovabili abbiamo già raggiunto risultati importanti). Ciò significa però che ci sono maggiori potenziali di intervento e ciò può essere particolarmente importante soprattutto nella fase economica in cui siamo, fungendo da volano per la ripresa.

Un altro elemento importante per la buona riuscita dei processi è la partecipazione. In Europa i territori in cui si sono già raggiunti i risultati migliori sono quelli in cui i governi locali non hanno imposto decisioni dall’alto ma hanno agito piuttosto come facilitatori, aprendo alla partecipazione di centinaia tra comitati e cittadini, e coinvolgendoli in tutte le fasi del processo decisionale. Questo approccio ha garantito la trasparenza e la sostenibilità nel lungo periodo delle decisioni prese e una maggiore responsabilizzazione della cittadinanza.

Abbiamo in mano le chiavi per dare un volto ecologico alle nostre città. Usiamole.

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