Efficienza energetica come chiave della svolta climatica

Con la Comunicazione sugli obiettivi climatici 2030 (2030 Climate Target Plan) la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha confermato la volontà di definire nuovi obiettivi per la lotta ai cambiamenti climatici. Obiettivi che secondo la Commissione sono sia economicamente fattibili che vantaggiosi per l’Europa, se promossi da politiche adeguate in tutti Paesi membri.

Nelle intenzioni della Commissione, l’UE dovrà puntare ad una riduzione delle emissioni tra il 50% e il 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990. Una previsione ambiziosa, anche se non quanto richiesto da molte associazioni e dallo stesso Parlamento Europeo, che puntava all’obiettivo del 60%.

In ogni caso la Commissione vuole imprimere una sostanziale accelerazione al percorso di decarbonizzazione del vecchio continente, con un aumento di ben 15 punti percentuali rispetto agli obiettivi quadro approvati dal Consiglio europeo nel 2014, e che prevedevano la riduzione delle emissioni del 20% al 2020 e del 40% al 2030.

L’esecutivo comunitario appare fiducioso, sulla base di valutazioni di impatto sociale, economico e ambientale, che l’UE possa diventare il primo continente a zero emissioni entro il 2050 e che questo percorso possa stimolare l’innovazione, la competitività, la ripresa economica e l’occupazione.

La sfida non sarà tuttavia facile. Se questo obiettivo verrà confermato anche dal Parlamento e dal Consiglio Europeo allora diventerà vincolante per tutti gli Stati membri e ogni Paese sarà chiamato a fare la sua parte, aggiornando la propria strategia di decarbonizzazione, per sintonizzarla con i nuovi obiettivi stabiliti a livello comunitario.

Per poter raggiungere una riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990 dovranno infatti essere rivisti gli obiettivi in due settori chiave per la transizione energetica, ovvero la produzione di energia da fonti rinnovabili e l’efficienza dei consumi. L’obiettivo non potrà essere raggiunto se non si arriverà a coprire il 38-40% della produzione di energia da fonti rinnovabili (+6-8% rispetto agli obiettivi 2014), con obiettivi specifici a seconda del settore considerato. Per il settore elettrico questa quota dovrà raggiungere il 75%, mentre per il settore termico e i trasporti il contributo da FER dovrà arrivare rispettivamente al 40% e 24%.

Parallelamente, sarà necessario intervenire fortemente nel settore dell’efficienza energetica e della riduzione dei consumi. Nelle previsioni della Commissione sarà necessario raggiungere una riduzione dei consumi di energia primaria e finale rispettivamente del 36-37% e 39-41% (+4% rispetto agli obiettivi stabiliti nel 2014). Soprattutto questi obiettivi risultano alquanto ambizioni se si considera che già quelli previsti per il 2020 non sono stati raggiunti. L’Unione Europea si era infatti impegnata a ridurre il consumo di energia del 20% entro il 2020., ma come pubblicato in una nota di Eurostat del 4 febbraio 2020 il consumo di energia primaria e finale è ancora del 5% e del 3% superiore al target previsto.

Anche per il nostro paese sarà necessario avviare una sostanziale revisione degli impegni presi. In concreto ciò significa che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (il c.d. PNIEC), presentato a gennaio 2020 alla Commissione, nasce già vecchio e dovrà essere rivisto.

Il PNIEC punta ancora a ridurre le emissioni del 40%. Questo prevede inoltre che al 2030 le rinnovabili arriveranno al 55,0% nel settore elettrico, al 33,9% nel settore termico e al 22,0% nei trasporti. Per quanto riguarda l’efficienza energetica il PNIEC prevede una riduzione complessiva dei consumi di energia primaria del 43%, ma questo obiettivo risulta comunque sovradimensionato se si considera che dal 2013 ad oggi, ad esclusione del periodo del lock-down, sia i consumi di energia primaria che di energia finale sono rimasti costanti.

La causa principale di questo ritardo è dovuta in particolare alla permanenza di tutta una serie di ostacoli burocratici ed autorizzativi, nonché finanziari legati al sistema di incentivi, che impediscono di procedere speditamente nel percorso di transizione energetica.

Il tasso di autorizzazioni per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili rimane ancora troppo basso e anche le recenti modifiche introdotte con il decreto Semplificazioni approvato nel settembre 2020 non hanno contribuito a risolvere tutta una serie di problematiche legate ad esempio allo sfruttamento dell’energia eolica e idroelettrica, nonché alla conversione del biogas in biometano da utilizzare per i trasporti. Buone notizie invece sul fronte del fotovoltaico e degli incentivi al risanamento energetico degli edifici esistenti, con il superbonus al 110% che verrà probabilmente esteso fino al 2023 e che dovrebbe imprimere una sostanziale accelerazione nel processo di efficientamento del parco edilizio nazionale.

Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi previsti dalla Commissione ciò non sarà sufficiente e servirà un approccio complessivo più ambizioso e coraggioso, che porti ad usare i fondi del recovery fund per favorire concretamente l’innovazione radicale del nostro sistema energetico, sia dal lato della produzione che dal lato del consumo, senza lasciare indietro nessuno.

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