Over the influence. Il consumo controllato di cannabis

In Europa, 90 milioni di persone tra i 15 e 64 hanno usato cannabis almeno una volta nella vita, 25 milioni l’hanno usata nell’ultimo anno, si tratta rispettivamente del 27,2%  e del 7,6% degli europei. Tra loro, sono 131.941 ad aver chiesto un aiuto ai servizi. In Italia i valori sono  il 32,7%  e l’11%  della popolazione in questa fascia di età; gli under34 anni che hanno usato nell’ultimo anno  sono il 20,9%;  tra tutti, sono 8.514 quelli che afferiscono ai servizi per problemi correlati (anche) alla cannabis.[1] Si direbbe, quindi, una popolazione che usa in maniera prevalentemente controllata e non problematica, quando non sperimentale e sporadica, a giudicare dallo scarto tra i dati relativi a chi ha usato nella vita e chi negli ultimi dodici mesi. 

Di fronte a questa popolazione, che per lo stile di consumo possiamo definire over the influence più che under the influence della cannabis[2], si schiera un esercito in armi: nell’Unione (2018), su 100 sequestri eseguiti dalle forze dell’ordine, 40 riguardano la pianta  e altri 29 la resina, dunque il 69% delle operazioni. Nel 2018, nella UE sono stati perseguiti 1,5 milioni di reati droga correlati (con un aumento di +22% rispetto al 2017), e di questi 1,2 milioni riguarda non certo il narcotraffico ma i reati minori, le condotte correlate all’uso personale. Tra questi, il 75% riguarda l’uso di cannabis[3]. In Italia, delle 38.000 segnalazioni alle Prefetture (2019) il 73% riguarda la cannabis.

Le due dimensioni – i modelli di consumo e l’approccio penale – viaggiano sempre più su due traiettorie destinate ad allontanarsi all’infinito, in una prospettiva priva di razionalità, carica di inefficacia e di pesanti danni correlati per i singoli e per la società.

Lo aveva capito, già nel 1968, Louk Hulsman, chiamato dal governo olandese a dare un parere sulla penalizzazione del consumo personale di cannabis: «Se noi optiamo per la legge penale come principale strumento di lotta al consumo di droghe, ci troveremmo a fare i conti con un’opzione non solo inadeguata ma anche pericolosa. Ci troveremmo in una situazione che anno dopo anno cresce e ingigantisce centinaia di volte. Ci troveremmo di fronte a una  polarizzazione tra parti diverse della nostra società»[4]. Da qui nacquero i Coffee shops.

 Normalizzazione dei consumi e apprendimento sociale

L’alternativa saggia a un governo penale del fenomeno dei consumi di droghe è quella del governo basato su culture, norme e rituali sociali: l’alcool nelle culture mediterranee né è il miglior esempio. Per decenni il pensiero dominante ha invocato l’impossibilità per le droghe illegali di processi di apprendimento sociale paragonabili a quelli dell’alcool, additando ora le caratteristiche farmacologiche (ma sappiamo bene che le droghe illegali non sono tali perché più pericolose) ora le personalità devianti di chi le assume (confondendo la realtà con l’etichettamento), fino a che clinici e ricercatori, a cominciare da Norman Zinberg, con il suo Droghe, set e setting. Le basi del consumo controllato di sostanze psicoattive[5], non hanno reso chiara agli occhi di tutti la realtà: le persone che usano sostanze apprendono a farlo, a conoscerle, a conoscersi, a regolarsi, a cercare il proprio uso funzionale. E accade per tutte le sostanze, per quelle illegali è più difficile ma solo perché il contesto spinge alla clandestinità e inceppa i dispositivi di socializzazione e produzione e circolazione di norme sociali informali. Ma accade, comunque. E per la cannabis è accaduto in misura maggiore grazie a un diffuso e avanzato processo di normalizzazione. Che non dipende tanto da una chimica “favorevole” né solo dall’essere un uso di massa, quanto dal fatto di essere un comportamento ormai “dentro la vita” sociale, che ha prodotto attorno a sé, appunto, norme condivise, rituali sociali, culture. Come dice Blackman, «Per capire il consumo di  un numero sempre crescente di giovani, la prospettiva della normalizzazione non guarda tanto alle cifre della prevalenza, quanto suggerisce di leggere il consumo come una attività della vita di ogni giorno»[6]. E, ai fini della strategie e della pratiche di autoregolazione del consumo, è cruciale quello che sottolinea Zinberg, che ha a che fare con la soggettività di chi consuma e con il ruolo che il setting, il contesto può giocare: «La prima generazione dei consumatori di droghe illegali viene sempre vista come deviante. Usano marijuana in una situazione di ansia. Ma gradualmente, la conoscenza cresce, i concetti errati vengono corretti,  i consumatori diventano più sicuri e smettono di pensare a se stessi come a dei devianti»[7]. Dunque, i modelli di consumo controllato e le strategie di autoregolazione che proteggono dallo sperimentare danni correlati all’uso hanno radici da un lato nelle culture, nelle pratiche sociali quotidiane e nei processi di apprendimento sociale, dall’altro nel percepirsi dei consumatori come soggetti liberi da etichette stigmatizzanti.

Questo doppio virtuoso movimento, grazie al quale la cannabis può essere usata in maniera funzionale agli obiettivi di ognuno e non rischiosa, trova continui ostacoli nel contesto.  Zimmer e Morgan ricordano come a decorrere dagli anni ’20 del secolo scorso la cannabis fosse rappresentata come la droga della devianza, secondo il paradigma morale, e come a decorrere dagli anni 2000 sia diventata la canapa della malattia, secondo il paradigma disease e farmacocentrico[8]: certo, i processi di normalizzazione rendevano al limite del ridicolo la definizione del consumatore come deviante, mentre con la potenza della patologizzazione stiamo ancora facendo i conti oggi (ricordate i “buchi nel cervello?).

Consumatori si diventa. Le strategie di autoregolazione

Mentre i consumi si diffondevano, socializzavano, normalizzavano, e milioni di consumatori di cannabis, nonostante e oltre la proibizione,  elaboravano e socializzavano culture e strategie regolative entro la propria quotidianità, schiere di ricercatori[9] cercavano di uscire da quel tunnel – secondo la definizione di Decorte[10]  – che limita la ricerca ai consumi problematici e ai consumatori istituzionalizzati, impedendo di “vedere” la maggioranza di chi consuma in maniera controllata e di apprendere da questa maggioranza culture, norme e rituali utili a prevenire e contenere stili rischiosi e dannosi e promuovere, di contro, modelli di consumo sicuro. Un compito difficile, perché si tratta innanzitutto di rompere il dominio degli sguardi neobiodeterministici, quelli della brain disease e del farmacocentrismo, e poi fare breccia nel  conformismo di una comunità scientifica che troppo spesso invece di sfidare il senso comune e l’inerzia delle politiche grazie a scoperte inedite e sguardi non conformi, in questa inerzia non innocente si annida, finendo con l’esserne ciclica conferma.

Come Forum Droghe anche noi ci siamo inseriti in questo filone di ricerca qualitativa che dà voce alle esperienze soggettive, le legge sotto il profilo degli apprendimenti, dei significati, delle strategie e dei modelli di uso. E’ una ricerca mirata alla spendibilità  – anche nelle politiche – e centrata sui soggetti, di cui adotta la prospettiva e l’esperienza. Nel 2010 abbiamo sviluppato due cicli di ricerca con i consumatori controllati di cocaina[11], nel 2017 abbiamo potuto lavorare con i consumatori di cannabis, grazie al progetto europeo NAHRPP[12], sviluppando la ricerca oltre che in Italia, in Belgio e in Spagna. Rimando per un approfondimento ai materiali e al Report della ricerca[13], ma vale qui la pena sottolineare alcuni punti chiave.

Intanto, non esiste una definizione unica, oggettiva, di cosa sia “consumo controllato” in termini di frequenza o dosaggi o altro indicatore, ma ognuno sa descriverlo benissimo per sé, indicando quando sia rispettata o viceversa perduta la funzionalità dell’uso in termini di significazione, obiettivi, piacere, benessere, compatibilità con la vita personale e sociale. Il concetto di controllo / fuori controllo è descritto da una lunga serie di indicatori, spesso ricorrenti, ma tutti declinati soggettivamente.  Poi: il controllo (o il recupero del controllo) non riguarda gruppi specifici di consumatori (chi “sa” esercitarlo e chi no) ma è dinamico, presente in ogni storia personale di consumo, in un continuum di alternanza tra periodi di maggior e minor uso e/o temporanea astinenza. Variabili di set e setting influenzano tempi, modalità e risultati, ma la ricerca dice che nessun consumatore è escluso dai processi autoregolativi. In generale, queste oscillazioni tendono, nell’arco della vita,  a stabilizzarsi in un consumo funzionale, e il recupero del controllo avviene senza interventi professionali,  grazie a  strategie personali e positive risorse  del contesto. Questa evidenza contesta l’approccio “tutto o niente”, o astinente o dipendente, tipico del paradigma dominante, e offre una prospettiva di regolazione sociale dei consumi che supera l’obiettivo unico (irrealistico) dell’astinenza. Quando chi consuma sperimenta una disfunzionalità (nei compiti sociali e di vita, nel benessere psicofisico, negli effetti desiderati) il processo di autoregolazione tende a ripristinare la funzionalità perduta o diminuita, il rispetto degli effetti desiderati (a cominciare dal piacere) gioca un ruolo cruciale nel ritorno al controllo. Norme e rituali sociali (i “controlli sociali” informali) svolgono un ruolo significativo nei processi autoregolativi e di esercizio / recupero del controllo, a conferma del ruolo cruciale del setting e delle culture. La ricerca ha avuto anche un focus sui Cannabis Social Club (CSC), visti come variabile di contesto: facilitano lo scambio e  l’informazione, la creazione di una cultura della cannabis e rappresentano un tessuto relazionale facilitante il social learning e i processi di de-stigmatizzazione, che influenzano le capacità autoregolative dei singoli e l’affermarsi di un contesto sociale favorevole. Consentono poi maggior controllo su qualità e accessibilità della sostanza, due variabili cruciali per l’autoregolazione, che il mercato illegale mette a rischio.  

Alla fine della ricerca, tra le nostre conclusioni, questa [14]: «A fronte del processo di normalizzazione del consumo di cannabis nelle nostre società, ciclicamente le sirene del “panico morale” sulla sua diffusione ripropongono approcci di allarme, proibizione e patologizzazione dei consumi. Le politiche dovrebbero, al contrario, considerare che la normalizzazione ha in sé gli antidoti alla perdita di controllo sul fenomeno, proprio nei controlli sociali, informali e formali, che sono funzionali al governo di un consumo così ampio». Che ci riporta, all’alba del 2020, alla conclusione con cui Norman Zinberg, nel 1984,  chiude il suo Drugs, set and setting, che, come Forum Droghe, facciamo nostra: «Durante tutta la durata del mio progetto, i miei soggetti hanno continuato a mettere in chiaro un punto: in certi momenti, se non durante tutta la loro carriera di consumatori, hanno sperimentato i benefici del loro uso di droghe e dei diversi modelli di consumo. Così, nonostante la morale dominante, i futuri studi sull’uso di sostanze psicoattive dovranno prendere in considerazione non solo gli svantaggi ma anche i benefici dell’uso e dei diversi modelli di consumo».


[1]EMCDDA (2020) European Drug Report. Trends and Developments, https://www.emcdda.europa.eu/publications/edr/trends-developments/2020_en
[2]L’espressione è di Pat Denning, in Denning et al (2004) Over the influence. The harm reduction guide to manage drugs and alcohol, Guilford Press
[3]EMCDDA, cit.
[4]Cohen, P (1994), The case of the two Dutch drug policy commissions. An exercise in harm reduction 1968-1976,  https://pure.uva.nl/ws/files/971668/2218_cohen.case.html
[5]Zinberg N. (1984) versione italiana, traduzione a cura di Ronconi S. (2019) Droghe, set e setting. Le basi del consumo controllato di sostanze psicoattive, EGA
[6]Blackman, S. 2010. Youth subcultures, normalisation and drug prohibition: The politics of contemporary crisis and change? British Politics. 5 (3), pp. 337-366
[7]Zinberg N., cit
[8] Zimmer L. e Morgan J (2005) Marijuana. I miti e i fatti, Vallecchi
[9]Per una bibliografia esaustiva sul tema del consumo controllato e dell’autoregolazione vedi in Zuffa e Ronconi, Droghe e autoregolazione. Note per consumatori e operatori, Ediesse 2018
[10]Decorte, T. (2000) The taming of cocaine, VUB Universitu Press
[11]Zuffa G. (a cura di) Cocaina. Il consumo controllato. EGA
[12]NAHRPP- New Approaches in Harm Reduction Policies and Practices. Action   “Cannabis self regulation model in a harm reduction perspective”, 2016-2018, ente Coordinatore TNI-Transnational Institute (NL)
[13]NAHRPP-  “Cannabis self regulation model in a harm reduction perspective” – Report nd Recommendations, in https://www.fuoriluogo.it/ricerca/nahrpp-nuovi-approcci-riduzione-del-danno/#.X3G7tmgzbIV
[14]NAHRPP-  Report nd Recommendations, cit

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