Cannabis, è tempo di evolvere

A inizio dicembre 2020, dopo un anno pandemico che ha visto minare le nostre convinzioni di sicurezza, benessere e prosperità, il tema “Cannabis” appare procedere in controtendenza al disfattismo generale. Questa volta, ad esprimersi, è un organo politico e regolatorio di tutto rispetto, la Commissione sulle droghe narcotiche (CND – Commission on Narcotic Drugs), l’organismo centrale del sistema ONU di controllo delle droghe e deputato alla definizione delle politiche in questa materia.

La decisione storica presa dall’assemblea è stata quella di riclassificare la Cannabis o meglio i componenti chimici D9-THC ed i suoi isomeri. La votazione di tutti i paesi mondiali si è conclusa con 27 voti a favore della risoluzione proposta e 25 contrari (con 1 solo astenuto). La cannabis, in seguito a questa votazione è stata quindi spostata dalla tabella IV della convenzione del 1961, che le attribuiva un elevato potere di abuso e proprietà mediche inesistenti, alla tabella I che comprende sostanze dalle riconosciute attività medicinali e con uno scarso potenziale d’abuso.

Il riconoscimento ufficiale del valore terapeutico del THC è un passo molto importante, in quanto, finalmente, apre quella discussione onesta circa il suo corretto utilizzo, tenuta a freno solo dal suo mancato riconoscimento sul piano normativo.

A stretto giro è arrivata anche un’altra espressione della Commissione europea, quella dell’ammissione della possibilità di utilizzo di un altro principio attivo della Cannabis, il CBD, come alimento. Tale espressione è avvenuta in seguito al riconoscimento della assoluta non psicoattività di tale componente.

Gli ultimi sorprendenti avvenimenti dovrebbero quindi, a mio avviso, condurre ad una ridiscussione in toto del tema “Cannabis sativa L.”. L’utilizzo di questa pianta dovrebbe essere riconsiderato come un tema inerente solo la salute dell’uomo e non più la sicurezza del nostro Paese come invece, purtroppo, avviene ancora oggi.

Il dibattito moderno sulla Cannabis dovrebbe essere orientato al suo utilizzo terapeutico a 360°. L’utilizzo in medicina di questa pianta, infatti, risale fino all’uomo preistorico e l’arte medica tradizionale svolta mediante la somministrazione di piante o loro estratti è molto differente da ciò che oggi consideriamo come “agente terapeutico”.

Questo concetto, infatti, è molto simile a quello di un proiettile, il più intelligente possibile, che vada a colpire e distruggere un preciso bersaglio. Questa ideazione deriva dalla considerazione che abbiamo del corpo umano come macchina virtualmente perfetta e tecnologicamente avanzatissima che può avere delle disfunzioni in alcuni suoi micro-componenti. Questi devono essere, di conseguenza, distrutti, controllati o sostituiti. Si ricerca costantemente il particolare tralasciando, spesso e volentieri, il quadro generale, considerato troppo complesso da comprendere.

Così le vie molecolari vengono studiate ad una ad una il più meticolosamente possibile, vengono creati setting di laboratorio che, sebbene rappresentino l’ideale impostazione sperimentale d’indagine di un singolo carattere, trascurano il fondamentale dettaglio che quel singolo carattere è parte di un intero essere vivente, spesso trascurato in nome del metodo scientifico.

La scienza microscopica sugli eso- ed endo- cannabinoidi sta progredendo a rapidi passi, si identificano nuove molecole, nuovi recettori, nuove ipotesi di vie di trasduzione del segnale e tutto ciò è estremamente importante per continuare a costruire il complessissimo quadro di questo sistema. Ciò che invece è meno oggettivabile, più contestabile ed al contempo più reale, però è l’arte clinica del medico. Un’arte che, visti gli ultimi sviluppi burocratici, dovrebbe essere necessariamente classificata ed inserita tra le specialità riconosciute dalla medicina come quell’arte di cura dell’Essere umano effettuata mediante la stimolazione del suo Sistema Endocannabinoide. 

In una singola parola, l’arte dell’Endocannabinoidoiatria. “Il miglior medico è la Natura: guarisce tre quarti delle malattie e non sparla dei suoi colleghi”. Louis Pasteur

 Ad maiora.

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