Mamma mi faccio le canne

L’idea di questo volume mi è venuta quando ho ricevuto una e-mail da un ragazzo che qui chiamerò Michele. Tutte le mattine la casella postale di Meglio Legale – la campagna per la legalizzazione della cannabis che coordino – è piena di messaggi: storie di pazienti che non riescono a ottenere la cannabis medica, imprenditori che vedono i loro sforzi andare in fumo, persone che coltivano per il proprio uso personale e finiscono nei guai.

La storia di Michele, però, è emblematica nella sua dolorosa semplicità. È la storia di un ragazzo qualsiasi che, da un giorno all’altro, ha visto il rapporto con la sua famiglia distrutto e la sua vita stravolta. Michele potrebbe essere chiunque, ciascuno di noi. Per questo ho deciso di aprire ciascuna delle tre parti di questo libro con le sue parole.

Ciao, non so scrivere un’email parto con questa premessa, per prima cosa mi devo scusare per farti perdere questo tempo. Sono un ragazzo di 16 anni, abito in un paesino del Sud di circa 1500 abitanti, sto scrivendo questo messaggio per raccontarti un evento accaduto l’estate scorsa, che potrebbe aiutarti nel tuo scopo e magari potrebbe aiutare anche me. La notte del 18 luglio mi trovavo sulla spiaggia con degli amici. Stavamo facendo un falò diciamo meglio una festa, ovviamente c’era alcool e marijuana a questa festa, io e altre otto persone ad un certo punto ci allontaniamo per fare una canna, dopo averla girata iniziamo a fumarla, appena iniziamo a fumarla arrivano i carabinieri. Io in quel momento non conoscevo i miei diritti e loro non me li hanno neanche detti, e senza una persona maggiorenne al mio fianco e senza il mio avvocato mi hanno perquisito. 

All’inizio mi hanno detto di svuotare le tasche, l’ho fatto e non avevo nulla però avevo un borsello con me, quando l’ho girato non è caduto niente, poi i carabinieri lo hanno preso e hanno trovato alcuni grammi di erba compresa la busta, un grinder, cartine e filtri. Hanno iniziato subito a sequestrarmi il tutto compreso il telefono e il borsello, cosa che non potevano fare, ma io non lo sapevo, l’ho saputo dopo studiando. Fatto ciò mi hanno chiesto con chi fossi venuto in spiaggia. Ho detto la verità: con i miei due fratelli maggiori, loro arrivano spaventati e giustamente, credo come tutti i fratelli del mondo, hanno iniziato a dire che era la loro e non la mia. Io insistevo dicendo la verità, dopo hanno perquisito la macchina e ci hanno portati in caserma. Lì hanno iniziato a fare terrorismo psicologico su di me, per esempio mi dicevano: tutti hanno fumato una canna da ragazzo, anch’io, se vuoi salvarti devi dirci dove l’hai comprata. Io, preso dalla paura, ho detto la verità, ma loro hanno iniziato a dire che non era vero, che non stavo dicendo la verità, che era meglio se dicevo la verità, che io non stavo aiutando loro e loro non avrebbero aiutato me. Poi sul telefono mi trovano delle foto con l’erba sul bilancino. Io credo che il bilancino ce l’abbiano tutti i fumatori di marijuana per controllare se l’erba che hanno acquistato sia del peso giusto, dato che la compriamo da spacciatori che non sono altro che fregatori. Ma i carabinieri iniziano a chiedermi aggressivamente a cosa mi servisse. Io ho spiegato che controllavo la quantità e basta, e che il bilancino era a casa. Allora iniziano a dire che vogliono fare la perquisizione a casa mia. Io li ho pregati di non andare solo per il fatto che abito in un posto dove c’è una mentalità un pò chiusa su queste cose, e loro vedendo questo mio atteggiamento sono voluti andare. Sono arrivati sotto casa mia con quattro macchine dei carabinieri, e mi hanno svuotato tutta la stanza trovando solo un grinder, alla fine li ho portati anch’io dal bilancino sennò non lo avrebbero trovato. Torniamo in caserma dopo sette ore che sono stato lì e iniziano a fare il verbale: alla fine mi denunciano per detenzione e spaccio di marijuana.

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI CANNABIS

Cannabis o marijuana?

Intanto va chiarito che parliamo della stessa identica sostanza ma, a seconda della parola che usiamo, il contesto e la connotazione assumono un diverso significato. Alcuni anni fa, quando ho iniziato a occuparmi di leggi sulle sostanze, ho notato che nei testi era utilizzata l’espressione “cannabis sativa” a indicare la cannabis con THC (tetraidrocannabinolo, il principio attivo psicotropo della cannabis) per distinguerla dalla “indica”, considerata senza THC. Ovviamente è sbagliato: si tratta solo di due diverse varietà, che presentano una forma delle foglie, della pianta e delle cime leggermente diversa.

Entrambe contengono THC, insieme a decine di altri composti, quali polifenoli, antociani e terpeni. La cannabis “senza THC” – cioè con un THC entro il limite dello 0,6% – è la cannabis cosiddetta industriale, la cui coltivazione è consentita dalla legge ma che, come vedremo, è anch’essa criminalizzata. Insomma, non mi dilungo oltre con le spiegazioni botaniche: quello che voglio dire, semplicemente, è che la scarsa conoscenza di questa pianta è stata così pervicace da arrivare a inficiare anche i testi delle stesse leggi che dovrebbero regolamentarla.

Una ministra della Salute, solo qualche anno fa, durante una popolare trasmissione televisiva in prima serata, per tutta la durata del suo intervento contro l’uso di questa sostanza si riferì alla cannabis chiamandola “cannàbis”, con l’accento sulla seconda “a”. A chiarire, insomma, che non sapeva esattamente di che cosa stesse parlando.

 

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