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Le sentenze sulla vita, il carcere che è morte

Il carcere è un luogo angusto, in cui il sovraffollamento è costante nonostante una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dove l’articolo...
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Le sentenze sulla vita, il carcere che è morte

Il carcere è un luogo angusto, in cui il sovraffollamento è costante nonostante una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dove l’articolo 27 della costituzione viene costantemente disatteso. Un macigno, per molti, una ristrettezza che non tiene fede al principio di proporzionalità della pena: pensiamo che ⅓ della popolazione carceraria è all’interno delle mura per reati droga-correlati, per lo più relativi al piccolo spaccio. Ecco: in carcere non si trovano i grandi trafficanti, ma in questi anni abbiamo invece trovato numerose vittime.

C’è stato Stefano Cucchi, ucciso non dalla droga (come più volte ripetuto da Giovanardi) ma per mano di due agenti. C’era Federico Aldrovandi, ucciso a 18 anni da quattro poliziotti. Potremmo parlare dal caso Uva e arrivare a Carlo Giuliani, bollato come ‘drogato’, aggettivo da cui partì la giustificazione di tutti gli abusi commessi a Genova durante il G8. Nomi noti alle cronache, chissà quanti nomi non sono finiti sulle pagine dei giornali, chissà quante persone in reale stato di tossicodipendenza sono state trattate come criminali, invece che come persone che hanno dei problemi e che necessitano di uno Stato che stia al loro fianco. Il nostro è uno Stato che oltre ad etichettare chi ‘sbaglia moralmente’, mette sotto processo anche i malati che si auto coltivano la propria pianta perchè non c’è abbastanza cannabis terapeutica, oppure anche se c’è, in alcune regioni è talmente cara che molte persone non se la possono permettere. Walter De Benedetto, per fare un nome, ha rischiato di finire in cella.

Il carcere: il luogo dove lo Stato imprigiona ⅓ delle persone che hanno problemi di tossicodipendenza, evidentemente incurabile all’interno di quelle mura e con i protocolli attuali. Una ferita quasi incurabile, viste le caratteristiche mortifere del luogo.

La prima cosa a cambiare quando si mette piede in un carcere è la luce: si entra in un mondo altro illuminato da una luce diversa, livida e parassita, che s’attacca alle pareti, agli oggetti, alle persone. Impregna e uniforma tutto. Nel microcosmo del carcere cambia la luce, ma non la società, che si traspone netta nella separazione tra le sezioni: la media sicurezza sovraffollata da storie di disperazione e povertà, e quindi tossicodipendenti e stranieri; l’articolazione salute mentale che cura (poco e male) chi dovrebbe essere curato altrove; la sezione protetti che protegge i detenuti dimenticandoli; l’alta sicurezza popolata per lo più da persone compassate e preparatissime, come se in qualche modo subdolo il male fosse correlato al livello culturale o spingesse ad accrescerlo per fronteggiare vita e processi.

Le condizioni del nostro paese in tema di Stato di Diritto ci lasciano attoniti, ma proprio per questo si devono rilanciare alcune battaglie su cui anche la giustizia, penso alla Corte Costituzionale, ci ha dato ragione. L’associazione Meglio Legale qualche settimana fa ha proposto di raccogliere le firme su tre proposte di legge, sulla regolamentazione medica, su una diversa legge di regolamentazione della cannabis light e sull’auto coltivazione. Questo governo non è dalla nostra parte, ma come dimostrato con il Referendum Cannabis, la popolazione lo è.

 

* Raffaella Stacciarini Associazione Enzo Tortora – Meglio Legale

 

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