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La cannabis che manca: il caso dell’Istituto farmaceutico militare di Firenze

Nonostante i pregiudizi, i tabù e la mala informazione, sono sempre di più i paesi nel mondo che guardano alla cannabis terapeutica come ad un efficace trattamento per alleviare diversi disturbi, spesso resistenti ai farmaci tradizionali. Non sono supposizioni o battaglie di principio, ormai gli studi scientifici che analizzano, dati alla mano, l’efficacia della cannabis sono parecchi, conclamati e attendibili. Si sa con certezza che la cannabis può trattare i disturbi legati al cancro e agli effetti collaterali della chemioterapia, calma gli spasmi dei malati di sclerosi multipla, aiuta negli attacchi di epilessia, dolore cronico e altre patologie come il glaucoma. A rigor di logica una pianta con questi benefici dovrebbe essere utilizzata, coltivata e diffusa tra i pazienti eppure, sappiamo bene, questo non avviene. Anzi lo stigma legato all’utilizzo di questa sostanza è diventato intollerabile. Unito alla mancanza di conoscenza da parte dei dottori che la dovrebbero prescrivere e, purtroppo, anche alla mancanza reale di questa sostanza nel nostro Paese. 

Eppure l’Italia avrebbe, almeno su carta, una legislazione in materia di cannabis molto avanzata. Dal 2006 infatti sono approvate le prescrizioni di preparazioni magistrali da parte dei medici e, dal 2015, il nostro Paese ha avviato la regolamentazione e la produzione nazionale attraverso la legge Lorenzin. 

Attualmente, sono due le sostanze di produzione nazionale disponibili nel nostro Paese: la Cannabis FM2, contenente tra il 5 e l’8% di THC e tra il 7,5 e il 12% di CBD, e la Cannabis FM1, che contiene tra il 13 e il 20% di THC e meno dell’1% di CBD. Entrambe le sostanze sono coltivate e prodotte esclusivamente nello Stabilimento Chimico Farmaceutico militare di Firenze, in conformità con le normative europee relative ai medicinali.

L’Istituto è un centro d’eccellenza storico. Nato alla fine dell’800, nel 1853 fu istituito a Torino da Vittorio Emanuele II con lo scopo di produrre tutti i medicamenti necessari al Servizio Sanitario e Veterinario per l’Armata di Terra, Ospedali Militari, Corpi Militari, Stabilimenti Militari ed Infermerie. Successivamente ha cambiato diverse denominazioni, diventando nel 1900 produttore del celebre “Chinino di Stato” ad opera del Col. Farmacista Carlo Martinotti, un farmaco per la cura della malaria. Nel 1920 ha assunto la denominazione di Istituto Chimico Farmaceutico Militare, poi dopo il trasferimento a Firenze nel 1931, ha assunto nel 1976 l’attuale denominazione di Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (SCFM). Attualmente lo Stabilimento è alle dipendenze dell’Agenzia Industrie Difesa.

Nonostante la sua lunga e gloriosa storia c’è un gravissimo problema che pende sull’Istituto: l’incapacità di produrre il giusto quantitativo di cannabis terapeutica per soddisfare il fabbisogno dei malati.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’Estimated World Requirements of Narcotic Drugs 2021 dell’International Narcotic Control Board, il fabbisogno dell’Italia è di  2900 kg/anno di cannabis a uso terapeutico. In aumento del 48,718% rispetto al fabbisogno dell’anno precedente, pari a 1950 kg/anno. L’Istituto, però, riesce a produrne solo 150 kili all’anno, da qui la necessità urgente di importare cannabis all’estero. Una scelta del tutto discutibile, visto che il nostro Paese ha tutte le capacità, le conoscenze e le caratteristiche geo territoriali per poterne produrre in autonomia e ovviamente ad un costo minore. Nel 2019 è stata indetta una gara per la fornitura di 400 kili di cannabis, una gara a cui nessun produttore italiano ha potuto partecipare. Tutte le aziende che hanno partecipato erano, infatti, straniere e il bando era stimato in circa 520.000 euro al netto di Iva, che lo stato avrebbe dovuto pagare. 

Perché oggi non è possibile coltivare cannabis terapeutica da privati in Italia?  Perché nella cannabis terapeutica il Thc è superiore allo 0,2%, limite che è previsto per la coltivazione di canapa industriale e per la cosiddetta cannabis light. 

Nell’aprile del 2022 qualcosa si è smosso: il ministero della difesa ha indetto un bando per ampliare la produzione di cannabis anche alle aziende private. C’è stato una gara ed è stata vinta da un’azienda italiana, una start up trentina che è specializzata in coltivazione idroponica a basso impatto ambientale, la Dolomitigrow. Insieme a questa azienda. altre 4 sono state ritenute idonee per passare alla seconda fase e sono: 

– Casa Italia 

– Just Feel Better 

– Pharma Puglia soc. agr. 

– Farmalabor 

– Gruppo Padana

Attualmente gli ispettori della commissione interministeriale stanno valutando gli impianti produttivi e, si spera, potranno dare una risposta all’aziende e a tutti i cittadini in attesa di una continuità di piano terapeutico, continuità che ad oggi non è garantita. A questa attuale fase seguirà la fase 3, che prevede la conferma della manifestazione d’interesse e la trasmissione degli inviti alla procedura ristretta e infine la fase 4, che prevede l’avvio della sperimentazione con valutazione finale e giudizio di idoneità degli Operatori Economici. La speranza è che queste fasi successive possano essere sveltite per arrivare il prima possibile al conferimento della cannabis. Il bando prevede una capacità produttiva di 500 kg l’anno di cannabis, che dovrà poi essere conferita allo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze.

Abbiamo parlato di continuità terapeutica, perché dietro i numeri e i kili ci sono le persone che stanno soffrendo. Conosciamo i casi eclatanti di Walter De Benedetto ma avete letto anche le storie kafkiane di Elisabetta Biavati e Alfredo Ossimo che più volte sono stati intervistati sul nostro giornale per raccontare il loro calvario quotidiano. E’ a loro che lo Stato deve dare risposte. Così come a tutti i malati che, per incapacità e indifferenza, non hanno possibilità di accedere a questi piani, nonostante la scienza dica che ne trarrebbero benefici. 

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