Giovedì è bastato qualche titolo sui giornali per far saltare il fragile castello del governo sulla cannabis light. In poche ore si è consumato l’ennesimo cortocircuito politico: dopo aver reso illegale il settore solo pochi mesi fa, dentro la legge di bilancio spuntava improvvisamente un emendamento — infilato con discrezione, quasi di nascosto — che avrebbe ri-legalizzato le infiorescenze. Ma a caro prezzo: una tassazione del 40%, vicina a quella delle sigarette.
Un ripensamento improvviso? Una conversione sulla via della ragionevolezza? Ovviamente no. L’emendamento, firmato dal senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti, non era il segnale di una nuova apertura culturale, bensì il tentativo di trasformare un settore prima demonizzato in una nuova macchina da soldi per lo Stato. La cannabis light, insomma, da pericolo sociale diventava magicamente tollerabile se adeguatamente tassata.
Quando la notizia è esplosa, Fratelli d’Italia ha però negato ogni volontà di legalizzazione, sostenendo che l’obiettivo fosse addirittura “contrastare la diffusione” della cannabis light tramite una super-tassa. Una giustificazione che ha sfiorato il grottesco e non ha convinto nessuno, tantomeno gli stessi elettori del partito, costringendo a un imbarazzante dietrofront: l’emendamento verrà ritirato. E il caos continua.
Danni reali, propaganda reale
Questa confusione potrebbe sembrare l’ennesima sceneggiata della politica italiana, ma le conseguenze sono state — e continuano a essere — drammaticamente concrete. Il divieto di vendita e coltivazione imposto ad aprile con il contestato “decreto sicurezza” ha affossato un intero settore, generando licenziamenti, chiusure e perdita di investimenti.
Il governo ha giustificato il divieto dipingendo la cannabis light come sostanza stupefacente, un’affermazione scientificamente falsa e giuridicamente strumentale. La cannabis light contiene livelli minimi di THC e maggiori quantità di CBD, non produce effetti psicoattivi comparabili con la cannabis tradizionale e, fino al 2016, era perfettamente coltivabile e commercializzabile grazie alla legge 242, che regolava la canapa industriale lasciando però un vuoto normativo sulle infiorescenze.
Per anni questo vuoto è stato una porta verso un mercato fiorente e legale. Poi l’arrivo del proibizionismo ideologico ha rimesso tutto in discussione, gettando migliaia di lavoratori nell’incertezza.
La contraddizione che tutti vedono, tranne chi governa
L’opposizione non ha perso tempo a sottolineare l’assurdità della situazione. Stefano Patuanelli (M5S) ha sintetizzato perfettamente il paradosso: «Secondo la destra la cannabis light uccide. Quella tassata al 40% un po’ meno».
Il punto è proprio questo: non esiste un vero orientamento politico, non esiste una linea coerente, non esiste un progetto. Esiste solo una narrazione propagandistica che demonizza quando serve e monetizza quando conviene.
Nel frattempo, la Corte costituzionale è stata chiamata in causa da un giudice di Brindisi che ha sollevato dubbi di legittimità proprio sul divieto introdotto dal governo. Anche qui: tempi incerti, settore paralizzato.
Tra manovra, emendamenti e improvvisazione
Il pasticcio sulla cannabis light è solo uno dei tanti nodi irrisolti che stanno rallentando la legge di bilancio. I lavori in Senato arrancano, mentre il governo prova a mettere insieme una maggioranza confusa su temi che spaziano dall’ISEE alle riserve auree, passando per le norme sulle basi USA e la proroga di Opzione Donna.
Un quadro che restituisce l’immagine di un esecutivo impreparato, costantemente costretto a correggere il tiro, più attento alla propaganda quotidiana che alla qualità delle leggi che produce.
E tutto questo per cosa? Per una non droga.
Il punto che rende il tutto ancora più surreale è semplice: parliamo di cannabis light, una sostanza che non è droga, non sballa, non crea dipendenza, non ha nulla a che vedere con il proibizionismo novecentesco che ancora guida le scelte del governo.
Mentre in Italia si scatena una crisi politica su un prodotto con meno effetti di una camomilla troppo carica, nel resto del mondo la cannabis vera viene legalizzata, regolamentata, studiata e tassata con logica, creando posti di lavoro e riducendo criminalità e rischi sanitari.
Il nostro Paese, invece, riesce a creare un’emergenza nazionale anche attorno a ciò che emergenza non è.
Un film tragicomico che il settore conosce fin troppo bene: ogni volta che il governo parla di cannabis, la realtà scompare, sostituita da ideologia, slogan e improvvisazione. Ma il mondo va avanti: noi no, impantanati nella guerra contro una “non droga” mentre altrove si costruisce un futuro basato sulla legalizzazione della cannabis vera.






