Il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per riclassificare la marijuana come sostanza meno pericolosa secondo la legge federale statunitense. Una mossa storica, attesa da anni dal settore, ma che apre più interrogativi di quanti ne risolva, soprattutto per l’industria legale della cannabis da 32 miliardi di dollari.
Se i benefici potenziali sono evidenti, il percorso normativo e le conseguenze concrete restano tutt’altro che lineari.
Una riclassificazione annunciata, ma dai contorni incerti
Il presidente ha ordinato lo spostamento della cannabis dalla Schedule I alla Schedule III del Controlled Substances Act. Tuttavia, il “come” e il “quando” questo cambiamento produrrà effetti tangibili rimane poco chiaro.
«È difficile dire con precisione quale forma assumerà il processo di riclassificazione», spiega Tim Swain, partner dello studio legale Vicente LLP. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche una possibile ripresa delle audizioni avviate lo scorso anno dalla DEA, poi congelate alla vigilia dell’insediamento di Trump.
Non è ancora chiaro se l’attuale amministrazione seguirà il percorso avviato sotto Biden o se opterà per una strategia più rapida e aggressiva.
Il grande vantaggio: l’addio (parziale) alla 280E
Per le aziende “plant-touching”, ovvero quelle che coltivano, trasformano e vendono cannabis, il vantaggio principale è fiscale.
La riclassificazione in Schedule III rende infatti inapplicabile la famigerata sezione 280E del codice fiscale, che oggi impedisce alle imprese cannabis di dedurre la maggior parte delle spese operative.
«È un sollievo immediato in termini di margini e flussi di cassa», afferma Jason DeLand, fondatore del brand dosist. «Può fare la differenza tra sopravvivere e investire in persone, ricerca, sicurezza, retail e brand».
Ma attenzione: Schedule III non equivale a legalizzazione federale.
Cosa NON cambia: banche, investimenti e commercio interstatale
La riclassificazione non risolve uno dei nodi più critici del settore: l’accesso ai servizi finanziari.
Senza un intervento del Congresso – come l’approvazione di una legge bancaria specifica – restano in piedi:
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le restrizioni del Bank Secrecy Act
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la dipendenza dal contante
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l’incertezza normativa per banche e investitori istituzionali
«Le sfide fondamentali del cannabis banking restano invariate», spiega Terry Mendez, CEO di Safe Harbor Financial. «Ci sarà interesse, ma senza riforme strutturali molte istituzioni resteranno caute».
Non a caso, molte grandi aziende del settore stanno pianificando il 2026 come se nulla dovesse cambiare nel breve termine.
Ricerca scientifica e riconoscimento medico
Lo spostamento in Schedule III rappresenta però un passaggio simbolico e politico fondamentale: il riconoscimento ufficiale che la cannabis ha un uso medico accettato.
Questo potrebbe facilitare:
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studi clinici negli Stati Uniti
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il coinvolgimento di università pubbliche
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il riconoscimento di ricerche internazionali, come quelle condotte nel Regno Unito sul dolore neuropatico
Secondo molti analisti, un’eventuale futura descheduling totale della cannabis passerà proprio da questo percorso.
Effetti collaterali: il settore hemp e il THC
La riclassificazione potrebbe anche riaprire il dibattito sul THC derivato dalla canapa, recentemente colpito da restrizioni federali firmate dallo stesso Trump.
Molti operatori dell’hemp sperano che questo nuovo contesto spinga il Congresso verso una regolamentazione unificata di tutti i prodotti a base di THC, creando un mercato potenziale da oltre 60 miliardi di dollari l’anno.
«La riclassificazione aumenta la probabilità di un quadro normativo coerente», afferma Joe Gerrity, CEO di Crescent Canna.
Un processo iniziato sotto Biden… e poi bloccato
Il percorso verso la Schedule III non nasce oggi. Nel 2023 le autorità sanitarie federali avevano riconosciuto l’uso medico della cannabis, aprendo la strada a una proposta formale del Dipartimento di Giustizia.
Tuttavia, il processo si è arenato tra richieste di audizioni pubbliche, accuse di parzialità alla DEA e la cancellazione delle udienze previste per fine 2024.
Ora Trump sembra voler sbloccare la situazione con un atto diretto.
Una minaccia per l’industria esistente?
Non tutti nel settore festeggiano.
Alcuni temono che la Schedule III apra la porta alle big pharma, dato che i farmaci di questa categoria vengono venduti solo in farmacia e su prescrizione, dopo approvazione FDA.
Josh Kesselman, fondatore di RAW Rolling Papers e nuovo editore di High Times, parla apertamente di “falso segnale”:
«Il rischio è che le multinazionali lancino THC sintetico su prescrizione, mentre i dispensari vengano criminalizzati».
Altri, come Boris Jordan di Curaleaf, vedono l’ingresso dei grandi player come inevitabile:
«Il settore è sotto minaccia, sì. Ma dobbiamo costruire aziende capaci di competere. Altrimenti, perderemo».
E in Italia? Le possibili ricadute pratiche e politiche della riclassificazione USA
Anche se la riclassificazione della cannabis negli Stati Uniti riguarda formalmente solo il diritto federale americano, le sue conseguenze potrebbero riverberarsi anche sul mercato italiano ed europeo, sia sul piano concreto sia su quello politico-culturale.
Impatti pratici: filiere, investimenti e ricerca
Dal punto di vista operativo, un riconoscimento ufficiale dell’uso medico della cannabis da parte del governo statunitense rafforza ulteriormente la legittimità internazionale della cannabis terapeutica, già riconosciuta in Italia ma ancora fortemente vincolata da limiti produttivi e burocratici.
In particolare:
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Ricerca scientifica: un aumento degli studi clinici statunitensi, condotti secondo standard FDA, potrebbe diventare un riferimento anche per le autorità sanitarie europee e italiane, accelerando l’aggiornamento delle linee guida cliniche e l’ampliamento delle indicazioni terapeutiche.
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Fornitura e know-how: le aziende italiane ed europee potrebbero beneficiare di partnership tecnologiche e scientifiche con operatori USA, soprattutto su genetiche, standard di qualità e formulazioni farmaceutiche.
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Attrazione di capitali: la normalizzazione della cannabis negli USA rende il settore più “investibile” a livello globale. Fondi europei oggi prudenti potrebbero riconsiderare il mercato italiano, in particolare quello della cannabis medica e del CBD regolamentato.
Per contro, una maggiore apertura americana potrebbe anche accentuare la pressione competitiva su un mercato italiano ancora fragile, frammentato e fortemente dipendente da decisioni amministrative.
Effetti sul settore hemp e sui cannabinoidi “borderline”
Un possibile riordino federale del THC negli Stati Uniti potrebbe influenzare indirettamente anche il dibattito italiano su canapa industriale, CBD e derivati.
Se Washington dovesse muoversi verso una regolamentazione unificata di tutti i prodotti contenenti THC, diventerebbe sempre più difficile per l’Europa – e per l’Italia in particolare – mantenere una posizione ambigua e disomogenea, fatta di divieti intermittenti, circolari ministeriali e interpretazioni giudiziarie contrastanti.
In altre parole, gli USA potrebbero diventare un benchmark normativo anche per i prodotti “low THC”, oggi al centro di forti tensioni politiche nel nostro Paese.
Il riflesso politico: una leva (scomoda) nel dibattito italiano
Sul piano politico, una riclassificazione americana ha un peso simbolico rilevante.
Gli Stati Uniti, storicamente promotori delle politiche proibizioniste globali, mandano un segnale opposto: la cannabis non è più equiparabile alle droghe prive di valore medico. Questo rende più complesso, anche in Italia, sostenere narrazioni esclusivamente securitarie o ideologiche.
Per le forze politiche favorevoli a una riforma, la mossa di Trump – peraltro proveniente da un’area tradizionalmente conservatrice – potrebbe diventare un argomento potente: se cambia l’America, perché l’Italia resta ferma?
Al contrario, i partiti più restrittivi potrebbero irrigidirsi ulteriormente, temendo un “effetto trascinamento” culturale e normativo.
Un’occasione (non automatica) per il mercato italiano
È importante sottolineare che nulla cambierà automaticamente in Italia. Le norme su cannabis medica, uso adulto e canapa industriale restano di competenza nazionale ed europea.
Tuttavia, la riclassificazione USA potrebbe:
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legittimare nuove proposte di riforma parlamentare
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rafforzare il peso degli attori industriali e scientifici nel dibattito pubblico
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spostare lentamente l’asse del confronto da ideologico a economico-sanitario
In sintesi, per il mercato italiano la riclassificazione americana non è una svolta immediata, ma un possibile catalizzatore. Un segnale forte che, se intercettato politicamente, potrebbe aprire spazi di sviluppo oggi bloccati. Se ignorato, rischia invece di ampliare ulteriormente il divario tra l’Italia e i Paesi che stanno costruendo una filiera regolamentata, competitiva e trasparente.






