Un nuovo studio condotto su maratoneti e ultramaratoneti mostra che l’attività fisica prolungata stimola il sistema endocannabinoide per ore. Anandamide e 2-AG aumentano durante e dopo la corsa, offrendo nuovi indizi sul cosiddetto “runner’s high”.
Non serve assumere cannabis perché nel nostro organismo entrino in azione molecole capaci di interagire con il sistema cannabinoide. Il corpo umano produce infatti naturalmente gli endocannabinoidi, messaggeri chimici coinvolti nella regolazione di numerose funzioni, tra cui umore, risposta allo stress, percezione del dolore, metabolismo energetico e recupero.
Ora una nuova ricerca suggerisce che questa produzione non sia soltanto una risposta di breve durata all’esercizio fisico: durante una maratona può proseguire per ore e alcune molecole rimangono elevate anche dopo aver tagliato il traguardo.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica BMC Medicine, ha analizzato l’andamento del sistema endocannabinoide durante maratone e ultramaratone, arrivando a monitorare atleti impegnati in distanze fino a 230 chilometri.
Il sistema endocannabinoide durante una maratona
Il sistema endocannabinoide è formato da recettori, enzimi e molecole prodotte dal nostro organismo. Tra queste ultime figurano anandamide (AEA) e 2-arachidonoilglicerolo (2-AG).
Sono molecole diverse dai fitocannabinoidi prodotti dalla Cannabis sativa, come THC e CBD. Il collegamento con la cannabis deriva dal fatto che alcuni cannabinoidi vegetali e gli endocannabinoidi interagiscono con lo stesso sistema biologico e, in particolare, con recettori come CB1 e CB2.
Per capire cosa succede durante uno sforzo molto prolungato, i ricercatori hanno seguito 19 runner allenati durante una maratona. Gli stessi partecipanti, in un’altra occasione, hanno camminato per un periodo di tempo equivalente a quello impiegato per completare la corsa.
Gli scienziati hanno effettuato diversi prelievi di sangue prima, durante e dopo l’attività fisica, continuando il monitoraggio fino a 45 minuti dopo la conclusione della prova. Parallelamente, ai partecipanti è stato chiesto di valutare sensazioni come euforia, ansia e dolore.
L’anandamide aumenta chilometro dopo chilometro
Uno dei risultati più interessanti riguarda l’anandamide.
Il suo nome deriva dal termine sanscrito ananda, associato al concetto di beatitudine. Durante la maratona le sue concentrazioni nel sangue sono aumentate progressivamente e sono rimaste elevate anche durante la fase di recupero.
L’andamento del 2-AG è risultato invece differente. Il suo aumento è comparso soprattutto nelle fasi più avanzate della maratona e durante il recupero.
La differenza non sorprende particolarmente i ricercatori: anandamide e 2-AG vengono sintetizzati e degradati attraverso vie biochimiche differenti e potrebbero quindi rispondere in modo diverso allo sforzo fisico prolungato.
Gli autori sottolineano inoltre che attribuire una funzione esclusiva a ciascuna molecola sarebbe prematuro. L’aumento più tardivo del 2-AG, per esempio, potrebbe essere collegato ai processi di regolazione dell’infiammazione, del consumo energetico e del recupero dei tessuti, ma questa interpretazione resta ancora un’ipotesi.
Il “runner’s high” potrebbe passare dal sistema endocannabinoide
I risultati riportano l’attenzione anche sul celebre runner’s high, lo stato di benessere che alcuni runner descrivono durante o dopo una corsa prolungata: maggiore euforia e tranquillità, riduzione dell’ansia e, in alcuni casi, una minore percezione del dolore.
Per molto tempo il fenomeno è stato spiegato principalmente attraverso le endorfine. Negli ultimi anni, però, il sistema endocannabinoide è diventato uno dei principali candidati per spiegare almeno una parte di queste sensazioni.
Durante la maratona analizzata dai ricercatori, la corsa è stata associata a livelli maggiori di euforia e a una minore ansia rispetto alla sessione di camminata. Il dolore, invece, è aumentato significativamente nelle fasi più avanzate della gara.
La contemporanea crescita degli endocannabinoidi è suggestiva, ma non dimostra che siano direttamente responsabili delle sensazioni provate dagli atleti.
Cosa succede dopo 100, 160 o 230 chilometri?
La seconda parte della ricerca ha coinvolto 36 runner esperti impegnati nella TorTour de Ruhr, un’ultramaratona tedesca con distanze di 100, 160 e 230 chilometri.
Anche in questo caso i livelli di anandamide sono risultati maggiori dopo la gara, mentre aumenti del 2-AG sono stati rilevati al termine delle diverse distanze.
Ma è emerso un particolare interessante: correre più a lungo non significa necessariamente produrre quantità sempre maggiori di endocannabinoidi.
In alcuni casi la risposta osservata dopo la maratona tradizionale era più marcata rispetto a quella delle ultramaratone. Una possibile spiegazione riguarda l’intensità dello sforzo. Chi affronta distanze estreme tende infatti a mantenere ritmi inferiori per conservare energia, mentre fattori come affaticamento, dolore e progressivo esaurimento delle riserve energetiche possono modificare la risposta dell’organismo.
Più endocannabinoidi non significa automaticamente più euforia
Lo studio mette in evidenza anche un altro elemento importante.
Nonostante l’aumento degli endocannabinoidi e la diminuzione dell’ansia, negli ultramaratoneti non è stato osservato un incremento significativo dell’euforia al termine della prova. Soltanto 12 dei 36 partecipanti hanno dichiarato di aver sperimentato il runner’s high durante la gara.
In altre parole, avere più endocannabinoidi nel sangue non sembra sufficiente, da solo, a produrre quella particolare sensazione di benessere.
Il runner’s high è infatti un fenomeno transitorio e fortemente soggettivo. Inoltre, nelle ultramaratone le sensazioni positive potrebbero essere mascherate dalla stanchezza estrema e dal dolore.
Cannabis ed endocannabinoidi: simili, ma non sono la stessa cosa
Il risultato dello studio può facilmente prestarsi a titoli suggestivi, ma è importante fare una distinzione.
Il corpo non sta producendo cannabis né THC durante una maratona.
Gli endocannabinoidi sono sostanze prodotte naturalmente dall’organismo. I fitocannabinoidi della cannabis sono invece molecole di origine vegetale che possono interagire con alcune componenti dello stesso sistema biologico.
È proprio questa sovrapposizione nei bersagli molecolari ad aver dato origine al nome “sistema endocannabinoide”: la sua scoperta è stata strettamente legata agli studi sul meccanismo d’azione dei cannabinoidi.
La ricerca sull’esercizio fisico offre quindi un’ulteriore dimostrazione di quanto questo sistema vada ben oltre gli effetti della cannabis e partecipi normalmente alla regolazione dell’organismo umano.
Uno studio interessante, ma con alcuni limiti
Gli autori invitano comunque alla cautela.
Gli endocannabinoidi sono stati misurati nel sangue e non direttamente nel cervello. Di conseguenza, lo studio mostra un’associazione tra esercizio prolungato, variazioni del sistema endocannabinoide e cambiamenti dello stato soggettivo, ma non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto.
Anche il numero dei partecipanti era relativamente limitato e variabili come alimentazione, sonno e stress non potevano essere completamente controllate nelle condizioni reali di una gara.
Il lavoro offre comunque una delle osservazioni più dettagliate finora disponibili su ciò che accade al sistema endocannabinoide umano durante diverse ore di attività fisica.
E suggerisce qualcosa di affascinante: mentre un runner continua ad accumulare chilometri, il suo organismo modifica continuamente anche il proprio “tono” endocannabinoide. Anandamide e 2-AG sembrano seguire tempi differenti e potrebbero partecipare non soltanto alle sensazioni associate alla corsa, ma più in generale alla capacità del corpo di affrontare e recuperare da uno sforzo estremo.
Un altro tassello per comprendere un sistema biologico scoperto grazie alla cannabis, ma che oggi sappiamo essere coinvolto in moltissimi aspetti della fisiologia umana.
Fonte: Siebers M. et al., Endocannabinoid dynamics across marathon and ultramarathon running: evidence from two field studies, BMC Medicine, 2026. Articolo originale divulgativo: ScienceAlert, 9 settembre 2026.






