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Venezuela, droga e petrolio: le ambiguità della politica americana tra narcotraffico e affari

Per anni Washington ha utilizzato narcotraffico, sanzioni e isolamento economico come strumenti di pressione sul Venezuela. Oggi Caracas non figura più tra i Paesi considerati inadempienti nella lotta alla droga, mentre le compagnie statunitensi tornano a guardare alle immense riserve petrolifere venezuelane. Una svolta che mette in evidenza quanto i confini tra sicurezza, geopolitica e affari possano diventare sottili.

Per oltre vent’anni il Venezuela è stato uno dei bersagli principali della politica antidroga degli Stati Uniti in America Latina. Accuse di narcotraffico, corruzione e connivenza delle istituzioni con organizzazioni criminali hanno contribuito a giustificare una strategia fatta di pressioni diplomatiche, procedimenti giudiziari e sanzioni economiche. Oggi, però, Washington sembra guardare Caracas attraverso una lente diversa.

Il 16 settembre 2026 l’amministrazione Trump ha escluso il Venezuela dal gruppo dei Paesi ritenuti responsabili di aver fallito in maniera significativa nel rispetto degli obblighi internazionali sul controllo delle droghe. Il Paese rimane nella cosiddetta Major’s List, che comprende i principali territori di produzione o transito delle sostanze illegali, ma non figura più tra quelli giudicati inadempienti.

La distinzione è importante. E lo è soprattutto perché arriva mentre, parallelamente, gli Stati Uniti stanno riaprendo le porte al petrolio venezuelano e agli investimenti delle proprie compagnie energetiche.

Non esistono elementi sufficienti per affermare che le due decisioni siano direttamente collegate. Ma osservarle separatamente rischia di nascondere un aspetto fondamentale della vicenda: nella politica statunitense verso il Venezuela, lotta alla droga, interessi geopolitici e interessi economici si sono intrecciati per anni e continuano a farlo, anche se oggi in una direzione molto diversa.

Da Paese “inadempiente” a partner

Ancora nel settembre 2025 la Casa Bianca aveva inserito il Venezuela insieme ad Afghanistan, Bolivia, Myanmar e Colombia tra i cinque Stati considerati gravemente inadempienti rispetto agli obblighi internazionali in materia di controllo degli stupefacenti. Un anno dopo, il Venezuela è scomparso da quella categoria. Secondo l’amministrazione Trump, la nuova valutazione deriva principalmente dalla cooperazione instaurata con il governo ad interim di Delcy Rodríguez dopo la cattura di Nicolas Maduro nel gennaio 2026.

Il cambio di atteggiamento è particolarmente evidente se si considera ciò che era accaduto soltanto pochi mesi prima. Nel settembre 2025 gli Stati Uniti avevano avviato operazioni militari nei Caraibi contro imbarcazioni che Washington sosteneva fossero coinvolte nel traffico di droga. Alcuni attacchi provocarono diverse vittime e sollevarono contestazioni sulla loro legalità; per alcuni episodi, inoltre, l’amministrazione non rese pubbliche prove sull’identità delle persone uccise o sulla natura dei carichi trasportati.

Dopo la cattura di Maduro, lo scenario cambia rapidamente. Delcy Rodríguez assume la guida del governo ad interim e Washington passa dalla pressione alla cooperazione. Ed è proprio in questa nuova fase che cambia anche la valutazione americana dell’impegno venezuelano contro il narcotraffico.

Il “Cartello dei Soli” e una narrazione che cambia

Un’altra ambiguità riguarda il cosiddetto Cartel de los Soles, il “Cartello dei Soli”. Nel 2020 il Dipartimento di Giustizia americano accusò Maduro e altri importanti funzionari venezuelani di aver utilizzato istituzioni politiche e militari per facilitare il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. Si trattava di accuse penali formulate dalle autorità americane, non di condanne definitive. Nel 2025 Washington arrivò inoltre a qualificare il Cartello dei Soli come organizzazione terroristica.

Dopo la cattura di Maduro, però, la formulazione dell’accusa è cambiata significativamente. Il riferimento è diventato soprattutto quello a un sistema di corruzione e patronato attraverso il quale membri delle élite venezuelane avrebbero tratto profitto dal narcotraffico e garantito protezione ai trafficanti. Le accuse di narcotraffico non sono quindi scomparse. A cambiare è la rappresentazione di ciò che il “Cartello dei Soli” sarebbe: meno una struttura criminale centralizzata e gerarchica e più una rete di interessi e protezioni all’interno dell’apparato statale.

È un cambiamento che acquista particolare rilevanza nel momento in cui Washington passa dal tentativo di isolare Caracas alla costruzione di un nuovo rapporto con le autorità venezuelane.

Quando la guerra alla droga incontra il petrolio

Il punto centrale è che la politica americana verso il Venezuela non è mai stata soltanto una questione di droga. Negli anni Washington ha costruito un articolato sistema di sanzioni motivandolo con accuse di corruzione, violazioni dei diritti umani, repressione politica, deterioramento delle istituzioni democratiche e presunti rapporti tra esponenti dello Stato e narcotrafficanti. Ma al centro della pressione economica è inevitabilmente finito anche il petrolio.

Nel gennaio 2019 il Tesoro statunitense impose sanzioni direttamente a PDVSA, la compagnia petrolifera statale e principale fonte di valuta estera del Venezuela. L’obiettivo dichiarato era privare il governo Maduro di risorse e aumentare la pressione per favorire una transizione politica. Il controllo dell’accesso al mercato statunitense, al dollaro e al sistema finanziario internazionale diventava così uno strumento di politica estera.

Washington intervenne anche contro società e intermediari di Paesi terzi coinvolti nella commercializzazione del greggio venezuelano. Le sanzioni energetiche non erano quindi un effetto collaterale dello scontro politico: ne erano uno degli strumenti principali. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti della vicenda. Lo stesso petrolio utilizzato per anni come leva per mettere sotto pressione Caracas è oggi al centro della nuova apertura americana.

Il petrolio torna a essere un’opportunità

Dal gennaio 2026 le restrizioni vengono progressivamente allentate. Il Tesoro statunitense autorizza attività che per anni erano state fortemente limitate: acquisto e vendita del greggio venezuelano, fornitura di diluenti americani, servizi e attrezzature per l’industria petrolifera, nuovi investimenti e determinate operazioni collegate direttamente a PDVSA.

A marzo, l’Office of Foreign Assets Control autorizza alcune compagnie ad avviare nuovi investimenti e ad ampliare attività di esplorazione, produzione e sviluppo di petrolio e gas. Il 27 agosto arrivano ulteriori modifiche alle licenze. Il Tesoro collega le nuove autorizzazioni alle riforme introdotte dalle autorità venezuelane, ma sottolinea anche l’obiettivo di facilitare il ritorno delle imprese statunitensi. E gli affari ripartono.

Secondo i dati riportati da High Times, a gennaio le esportazioni venezuelane di petrolio raggiungono circa 800mila barili al giorno, contro i circa 498mila di dicembre. Chevron esporta circa 220mila barili quotidiani verso gli Stati Uniti, mentre operatori internazionali come Trafigura e Vitol tornano sul mercato grazie alle nuove autorizzazioni. Il cambio di politica antidroga avviene quindi mentre si sta ricostruendo, a grande velocità, anche un rapporto commerciale che le sanzioni avevano contribuito a interrompere.

303 miliardi di barili sullo sfondo

Il peso economico della questione è difficile da sottovalutare. Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve petrolifere provate, pari a circa il 17% delle riserve mondiali secondo i dati dell’Energy Information Administration statunitense. Una parte consistente si trova nella Fascia dell’Orinoco ed è costituita da greggio extra-pesante.

Per gli Stati Uniti non si tratta di un petrolio qualsiasi. Numerose raffinerie della costa del Golfo sono già attrezzate per lavorarlo. Prima delle sanzioni del 2019, gli Stati Uniti erano infatti il principale acquirente del greggio venezuelano: nel 2018 ne importavano circa 505mila barili al giorno.

Il rapporto commerciale non si era dunque interrotto per mancanza di interesse economico. Era stata una scelta politica: sacrificare, almeno temporaneamente, quel rapporto per utilizzare l’isolamento economico come strumento di pressione sul governo Maduro. Oggi la scelta politica è cambiata. E con essa cambia nuovamente anche la convenienza economica.

Le compagnie americane tornano in Venezuela

Dopo la cattura di Maduro, il ritorno del petrolio al centro delle relazioni tra Washington e Caracas è quasi immediato. Trump dichiara che le compagnie statunitensi investiranno miliardi di dollari per recuperare le infrastrutture venezuelane e aumentare la produzione. L’amministrazione presenta inoltre l’energia come una questione strategica, collegando la presenza delle imprese americane alla volontà di limitare l’influenza dei rivali geopolitici degli Stati Uniti nel Paese.

Pochi giorni dopo il cambio di governo, Washington e Caracas concordano di reindirizzare verso il mercato americano fino a 2 miliardi di dollari di petrolio venezuelano precedentemente soggetto a sanzioni. Poi arriva una coincidenza significativa. Il 16 settembre, lo stesso giorno in cui emerge la decisione di eliminare il Venezuela dalla lista dei Paesi considerati inadempienti sul fronte antidroga, la statunitense Continental Resources firma un memorandum d’intesa con PDVSA per lo sviluppo di Ayacucho 2, un blocco della Fascia dell’Orinoco le cui risorse sono stimate in circa 30 miliardi di barili.

La società punta a trasformare l’intesa preliminare in un contratto di condivisione della produzione e ritiene possibile iniziare l’estrazione in circa 18 mesi. La coincidenza temporale non dimostra che una decisione sia stata presa in funzione dell’altra. Ma fotografa efficacemente la nuova fase delle relazioni tra i due Paesi: mentre Washington rivaluta il comportamento venezuelano nella lotta alla droga, il capitale americano torna a interessarsi a uno dei più grandi giacimenti petroliferi del pianeta.

Principi o pragmatismo?

È qui che la vicenda diventa interessante anche oltre il caso venezuelano. La politica antidroga americana è spesso presentata come una questione di sicurezza nazionale: contrastare le organizzazioni criminali, interrompere i flussi di sostanze illegali e fare pressione sui governi accusati di tollerarli o favorirli. Ma il Venezuela mostra quanto questa politica possa essere difficile da separare dagli altri interessi di Washington.

Quando Maduro era il principale avversario politico, le accuse di narcotraffico convivevano con sanzioni economiche, isolamento diplomatico e restrizioni petrolifere. Dopo la sua cattura e l’insediamento di un governo con cui Washington ritiene possibile collaborare, la valutazione sulla lotta alla droga migliora mentre, contemporaneamente, vengono riaperte opportunità commerciali per il settore energetico.

Questo non significa che le accuse formulate negli anni precedenti fossero necessariamente costruite per giustificare interessi petroliferi, né che l’attuale cambio di posizione possa essere spiegato esclusivamente attraverso il petrolio. Significa però che la “guerra alla droga” non opera in un vuoto politico. Le categorie attraverso cui Washington distingue alleati, partner e avversari convivono con interessi strategici, finanziari e commerciali. Nel caso venezuelano, questa sovrapposizione appare particolarmente evidente.

Il paradosso di Silk Road

C’è poi un altro episodio che rende ancora più complesso il quadro della politica americana sulle droghe: la grazia concessa da Trump a Ross Ulbricht, fondatore di Silk Road. Il 21 gennaio 2025 il presidente gli ha concesso una grazia completa e incondizionata.

Ulbricht stava scontando due ergastoli più 40 anni dopo essere stato condannato per sette capi d’accusa, tra cui distribuzione di stupefacenti, distribuzione di droga attraverso internet, associazione finalizzata allo spaccio, gestione di un’attività criminale continuativa e riciclaggio.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, tra il 2011 e il 2013 Silk Road fu utilizzato da migliaia di venditori per commercializzare sostanze illegali a oltre 100mila acquirenti, con transazioni superiori ai 200 milioni di dollari. Trump ha motivato la grazia nel quadro della propria critica alla politicizzazione del sistema giudiziario e mantenendo una promessa fatta ai libertari durante la campagna elettorale.

Il caso non è direttamente comparabile con quello venezuelano: una grazia presidenziale e una politica estera verso uno Stato sovrano rispondono a strumenti e logiche differenti.

Il contrasto, tuttavia, mostra quanto l’approccio americano alla droga possa cambiare a seconda del contesto politico. Da una parte Washington utilizza il narcotraffico come questione di sicurezza nazionale e strumento di pressione internazionale; dall’altra il presidente esercita il proprio potere di grazia nei confronti dell’uomo che aveva creato uno dei più importanti mercati online di sostanze illegali della sua epoca.

La domanda che resta aperta

Alla fine, la questione decisiva è forse la più semplice: che cosa è concretamente cambiato sul fronte del narcotraffico venezuelano?

La spiegazione fornita da Washington insiste sulla maggiore cooperazione del governo ad interim di Delcy Rodríguez. Ma, secondo l’analisi di High Times, la determinazione presidenziale non presenta indicatori quantitativi dettagliati che consentano di verificare quanto siano diminuiti i traffici, quanto siano aumentati i sequestri o quali altri risultati concreti distinguano il Venezuela del 2026 da quello che appena un anno prima veniva giudicato gravemente inadempiente.

Lo stesso Trump ha indicato la necessità di ulteriori progressi misurabili. È dunque troppo presto per stabilire quanto sia cambiata la realtà del narcotraffico. È invece molto più semplice constatare quanto sia cambiata la relazione politica ed economica tra Washington e Caracas.

Il Venezuela resta un territorio importante nelle rotte internazionali della droga. Le sue immense riserve petrolifere sono sempre lì. A essere cambiati sono il governo con cui gli Stati Uniti si confrontano e gli interessi che Washington ritiene oggi possibile perseguire attraverso la cooperazione anziché attraverso l’isolamento.

Ed è forse proprio questa sovrapposizione a rendere il caso venezuelano emblematico: nella politica internazionale sulle droghe, la linea che separa principi dichiarati, obiettivi geopolitici e convenienze economiche è spesso molto meno netta di quanto suggerisca la retorica ufficiale.

Fonte principale: High Times, “Venezuela, Drugs and Oil: How Washington’s Policy Has Changed”, Camila Berriex, 18 settembre 2026.

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