A un quarto di secolo dalla storica riforma portoghese, il bilancio offre indicazioni importanti per il dibattito internazionale sulle politiche in materia di droghe. Il punto centrale non sembra essere soltanto la depenalizzazione del possesso, ma la costruzione di una rete stabile di trattamento, riduzione del danno e assistenza sociale. E anche la cannabis rientra in questo modello.
Sono passati 25 anni da quando il Portogallo ha scelto una strada che, all’epoca, appariva radicale: depenalizzare il possesso per uso personale di tutte le sostanze stupefacenti e spostare il baricentro delle politiche sulle droghe dalla repressione alla salute pubblica.
La riforma, entrata in vigore nel 2001, è diventata uno dei casi più studiati al mondo. Ma a distanza di un quarto di secolo, l’esperienza portoghese suggerisce qualcosa di più complesso rispetto alla semplice equazione “depenalizzazione uguale riduzione dei danni”.
Il vero elemento distintivo sembra essere l’infrastruttura costruita attorno alla riforma: prevenzione, trattamento, riduzione del danno, assistenza sanitaria e reinserimento sociale.
Dalla crisi dell’eroina alla svolta del 2001
Alla fine degli anni Novanta il Portogallo stava affrontando una grave crisi legata all’eroina. Si stimava che circa l’1% della popolazione avesse sviluppato una dipendenza dalla sostanza, mentre l’uso per via iniettiva contribuiva alla diffusione dell’HIV. All’inizio del nuovo millennio il Paese registrava la più alta incidenza di HIV nell’Unione europea tra le persone che facevano uso di droghe per via iniettiva.
Nel 1998 il governo affidò quindi a una commissione multidisciplinare, composta tra gli altri da medici, psichiatri, psicologi, giuristi e ricercatori, il compito di ripensare radicalmente la politica nazionale sulle droghe.
Le indicazioni della commissione portarono nel 1999 a una strategia nazionale fondata su quattro pilastri: prevenzione, trattamento, riduzione del danno e reinserimento sociale. Due anni dopo arrivò la depenalizzazione del possesso di sostanze destinate al consumo personale.
Depenalizzare non significa legalizzare
È una distinzione essenziale, soprattutto quando si parla di cannabis. In Portogallo le droghe non sono state legalizzate. Produzione e traffico continuano a costituire reati e anche il possesso per uso personale resta vietato. Ciò che è cambiato è la natura della risposta dello Stato.
Chi viene trovato con piccole quantità destinate al consumo personale non viene normalmente sottoposto a un procedimento penale o incarcerato per il semplice possesso. Il caso può invece essere indirizzato alle cosiddette commissioni per la dissuasione, organismi multidisciplinari che possono mettere la persona in contatto con servizi sanitari e sociali oppure applicare sanzioni amministrative.
La filosofia alla base del sistema parte da un presupposto pragmatico: eliminare completamente il consumo di sostanze è un obiettivo difficilmente raggiungibile, mentre è possibile intervenire concretamente per ridurne i danni individuali e collettivi.
Da qui derivano interventi di riduzione del danno come la distribuzione di materiale sterile, servizi dedicati alle persone che consumano sostanze e strutture nelle quali il consumo può avvenire sotto supervisione.
Overdose e HIV: cosa mostrano i dati
Uno degli aspetti più rilevanti dell’esperienza portoghese riguarda gli indicatori sanitari. Dopo l’introduzione del nuovo approccio, i decessi correlati alle droghe sono diminuiti nettamente rispetto agli anni della crisi e rimangono relativamente contenuti nel panorama europeo. Nel 2023 il Portogallo ha registrato 105 overdose fatali, contro 96 nel 2022 e 81 nel 2021.
Ancora più evidente è l’andamento delle nuove diagnosi di HIV associate all’uso di droghe per via iniettiva: dalle 583 registrate nel 2005 si è passati a 19 nel 2024, con una diminuzione di circa il 97%.
Il trattamento rimane inoltre una componente fondamentale del sistema. Nel 2023 oltre 24mila persone hanno ricevuto assistenza attraverso la rete pubblica specializzata ambulatoriale, composta da équipe multidisciplinari che offrono cure mediche e collegamenti con altri servizi sanitari e sociali.
Il ruolo della cannabis nel modello portoghese
Anche la cannabis offre un elemento interessante per chi segue le politiche di settore. In Portogallo il possesso di cannabis per consumo personale è depenalizzato secondo lo stesso impianto applicato alle altre sostanze, ma questo non equivale alla creazione di un mercato legale per uso adulto.
Allo stesso tempo, la cannabis figura oggi tra le principali sostanze associate all’ingresso nel sistema pubblico specializzato di trattamento.
È un dato che aiuta a comprendere la filosofia portoghese: la depenalizzazione non implica considerare il consumo privo di rischi. Significa piuttosto separare il problema sanitario dall’intervento penale e cercare di affrontare eventuali comportamenti problematici attraverso servizi di cura e sostegno.
Perché copiare il Portogallo non è così semplice
Il successo internazionale del “modello portoghese” ha portato altri territori a sperimentare politiche analoghe, ma con risultati differenti. La British Columbia, in Canada, ha avviato nel 2023 un progetto pilota di depenalizzazione. L’esperimento ha ridotto drasticamente i reati legati al possesso e i sequestri effettuati dalla polizia, ma non ha prodotto evidenze altrettanto chiare sul fronte dei benefici sanitari. Il progetto si è concluso nel gennaio 2026.
Secondo l’analisi degli autori, uno dei problemi è stato proprio il mancato sviluppo di un sistema integrato paragonabile a quello portoghese: non era previsto un obbligo per le forze dell’ordine di indirizzare le persone verso i servizi e il settore del trattamento non aveva ricevuto risorse aggiuntive sufficienti.
Ancora più discusso è stato il caso dell’Oregon. Nel 2020 gli elettori avevano approvato la Measure 110, depenalizzando il possesso e destinando parte delle entrate fiscali generate dalla cannabis al potenziamento dei servizi di trattamento e recupero.
L’attuazione, però, ha incontrato seri problemi organizzativi. Un audit statale pubblicato nel dicembre 2025 ha evidenziato instabilità nella leadership, ritardi nell’erogazione dei servizi e problemi di coordinamento. Nel frattempo, consumo visibile negli spazi pubblici, decessi legati al fentanyl e difficoltà nel collegare le persone ai servizi hanno alimentato una crescente opposizione politica. Nel 2024 l’Oregon ha quindi reintrodotto sanzioni penali per il possesso di determinate sostanze.
La vera lezione portoghese
A 25 anni dalla riforma, l’aspetto forse più interessante dell’esperienza portoghese è proprio questo: cambiare una legge non basta. La depenalizzazione può essere uno strumento all’interno di una strategia più ampia, ma necessita di strutture sanitarie accessibili, programmi di riduzione del danno, personale specializzato, coordinamento tra istituzioni e interventi sui fattori sociali che possono rendere più difficile il recupero, come disoccupazione e precarietà abitativa.
Il Portogallo ha continuato a finanziare questo sistema anche attraversando crisi economiche e tagli alla spesa pubblica. Ed è probabilmente qui che si trova la parte meno spettacolare, ma più importante, del modello portoghese: non tanto nella scelta di smettere di trattare il semplice possesso come un reato penale, quanto nella decisione di costruire e mantenere nel tempo un’alternativa concreta alla repressione.
Per il dibattito internazionale sulla cannabis e, più in generale, sulla riforma delle politiche sulle droghe, il caso portoghese ricorda quindi una distinzione fondamentale: depenalizzare è una decisione legislativa; trasformare una politica sulle droghe in una politica di salute pubblica richiede invece investimenti, servizi e continuità nel tempo.
Fonte: rielaborazione da un contributo di Karyn Sporer e Robert Glover (University of Maine), originariamente pubblicato su The Conversation e ripreso da Marijuana Moment.






