Chiamatelo “Hemp Bill”

Giovedì 13 dicembre è un’altra di quelle date da segnare con il circolino rosso, in questo 2018 così generoso per la canapa a livello mondiale. Dopo che, infatti, più di un quinto degli Stati americani ha legalizzato l’uso ricreativo di marijuana e dopo che oltre due terzi ha liberalizzato l’uso di cannabis terapeutica, con la firma del Farm Bill, la canapa industriale viene ufficialmente depenalizzata in tutto il territorio a stelle e strisce. E il fatto che a firmare questo atto sia stato il presidente Donald Trump, presentatosi solo due anni fa come il nuovo paladino della War on Drugs indiscriminata, la dice lunga sul processo che si è messo in moto Oltreoceano e che non accenna ad arrestarsi, anzi.

Il Farm Bill è un imponente atto legislativo, rinnovato una volta ogni cinque anni dal 1933, che regola tutto ciò che ha a che fare con agricoltura e ambiente. La grande novità di quest’anno è la legalizzazione della coltivazione (e della commercializzazione) di prodotti a base di canapa industriale, comprese quelle utilizzate per la produzione di olio di CBD. Come in Italia, anche negli USA, il CBD ha subito un’impennata di popolarità, a causa delle sue proprietà terapeutiche, tanto che, nonostante il vuoto normativo, nel solo 2017 ha superato i 350 milioni di dollari nelle vendite al consumo e si prevede un nuovo boom, una volta che entrerà in vigore la legge prevista per il 2019.

Mentre il precedente Farm Bill del 2014 attenuava alcuni regolamenti federali restrittivi sulla produzione di CBD, questa volta si è andati decisamente oltre. La canapa, con i suoi derivati, viene infatti rimossa dal cosiddetto Controlled Substances Act, separandola legalmente dalla marijuana e sottoponendone la supervisione al Dipartimento dell’Agricoltura. Saranno tre gli usi principali previsti: produzione di fibra (carta e stoffa), semi (per olio di canapa e alimenti) e oli di cannabinoidi, sicuramente il più redditizio e quello con più margine di crescita. Il disegno di legge definisce la canapa come qualsiasi parte o derivato della cannabis con una percentuale di THC pari o inferiore allo 0,3 per cento.

Ogni Stato americano dovrà presentare un piano al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) su come intende organizzare la coltivazione entro i propri confini. In assenza di un piano statale, i singoli produttori potranno rivolgersi direttamente al governo federale. Il piano delle autorizzazioni, insieme ad una possibile confusione che potrà essere ingenerata nella classificazione dei farmaci a base di CBD (ora perseguiti dalla Drug Enforcement Agency, la famosa DEA), sono i grandi interrogativi lasciati aperti dal disegno di legge.

Ma nonostante queste possibili complicazioni, gli addetti ai lavori esultano: “E’ un punto di svolta”, dice Erin Holland, CMO della compagnia di genetica della canapa Tree of Life Seeds, che produce semi di canapa per l’agricoltura. “Siamo entusiasti. In questo momento, affrontiamo molti ostacoli con le banche e altre cose. Non riesco a pubblicare un annuncio a pagamento su Facebook o Google, perché siamo considerati una droga. Questa legge aprirà molte porte per noi”.

In effetti è un cambio d’approccio radicale rispetto alle scelte del ventesimo secolo, che hanno mostrato tutta l’insensatezza delle politiche antidroga perseguite negli Stati Uniti, equiparando canapa e marijuana, ignorando che la prima sia stata coltivata dall’uomo per migliaia di anni ed utilizzata con ottimi risultati in svariati settori. “Con questo Farm Bill – conclude il CEO di Tree of Life Seeds Jason Martin – le persone che operano in questo settore non avranno più paura. Chi è rimasto fuori dal recinto, ora è ansioso di entrare“. Con in mano milioni di dollari.

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