Del CBD illegale e altre amenità

Il cielo di Spagna si fa sempre più caotico e nuove nubi tolgono luce a quello che ci piace vedere come un cammino inarrestabile. Se in passato avevamo ben sperato nelle benauguranti parole della già ministra alla salute Carmen Monton, che apriva alla regolazione della cannabis medicinale, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un numero consistente di fatti dal sapore amaro. Innanzitutto, la stessa neo ministra Monton ha dovuto abbandonare repentinamente l’incarico, travolta da uno scandalo legato al suo master universitario, risultato poi “taroccato” -prassi comune, pare, fra i politici iberici-. Il giovin primo ministro Pedro Sanchez, in un viaggio diplomaticoal lato del cinematografico Justin Trudeau, il capo del governo canadese che passerà alla storia per aver legalizzato la cannabis per primo fra i paesi del G8, sollecitato da una domanda diretta sull’argomento, il buon Pedro ha posto una pietra tombale sulle prospettive di un rapido avanzamento dei diritti per milioni di consumatori e coltivatori. “Già troppi sono i grattacapi che tengo”, il senso delle sue parole, “ e non vi aggiungeremo quello della legalizzazione della marijuana”. Tranchant, e affetto da un miope realismo politico che non fa comprendere a lui, e a gran parte dei dirigenti politici, che la società spagnola è ormai pronta per lasciarsi alle spalle la tragedia del proibizionismo, almeno in materia di cannabis, come tutti i sondaggi rivelano. E tutto questo mentre Podemos, il partito del divin codino Pablo Iglesias, e già ostile nei suoi inizi alle istanze cannabiche, segna la sua definitiva rottura con il movimento sociale spagnolo, usato e gettato senza troppi riguardi. Podemos sta infatti per presentare in parlamento una proposta di legge sulla regolamentazione della cannabis. Concepita e scritta in oscure stanze, priva di qualsiasi collaborazione con la società civile – e da essa già rigettata con veemenza-, e ancor più enigmatica nei suoi contenuti. Giacché dal suo testo parrebbe voler chiudere con l’esperienza dei Cannabis Social Club, punta avanzata dell’attivismo spagnolo, a favore di non ben chiare alternative, di più marcato sapore mercantilistico. Una proposta che, alla luce delle parole di Sanchez, rimarrà lettera morta, ma che segna uno iato sempre più profondo fra politica e società. E che lascia sempre più soli noi milioni di consumatori.

Altra notizia importante è che la Corte Costituzionale ha definitivamente bocciato la Ley Catalana, dopo il ricorso – e la sospensione preventiva- del governo spagnolo, al tempo guidato dal PP. Sotto l’etichetta di Ley Catalana si cela(va) il tentativo più ambizioso, e ahìnoi velleitario, di regolamentazione partorito dalle comunità autonome. In quel testo, infatti, oltre a disciplinare aspetti salienti dei Cannabis Social Club come già nei Paesi Baschi e Navarra, si prevedeva la deroga al divieto statuale di coltivazione e distribuzione della cannabis a favore dei CSC. Insomma, una legge che colpiva a fondo nella pancia del proibizionismo locale e che di fatto legalizzava i club catalani. Una legge che aveva suscitato vivo entusiasmo in ampie fasce del movimento e fra i membri della comunità cannabica, più attenti forse ai titoli che alle virgole. Vi hanno pensato però i giudici dell’augusto consesso, e all’unanimità, a rimettere le cose in ordine, almeno dal punto di vista giuridico denunciando una lampante invasione delle competenze dello stato da parte della Catalogna.

Nell’opinione di chi vi scrive l’esito della vicenda era piuttosto scontato, e frutto probabilmente dell’illusione catalana d’essere indipendente dallo stato spagnolo. Ma in uno stato unitario, ancorché caratterizzato dalle forti autonomie (tanto che dovrei parlare di stato regionale), temi del codice penale come coltivazione, distribuzione e vendita della marijuana sono temi che appartengono al parlamento centrale. Non sono temi disponibili per le regioni, piaccia o meno il contenuto puntuale della decisione.

A ben vedere, la sonora bocciatura della Consulta segna il definitivo fallimento della strategia localistica, regionalistica, adottata dal movimento spagnolo in questi ultimi anni. E che probabilmente ha sottratto energie e risorse preziose a un’azione unitaria e concertata rivolta al cuore del problema: il parlamento -e governo- centrale.

La decisione della Consulta si rifletterà sull’agibilità immediata dei club che hanno reso Barcellona la mecca europea della cannabis? No, probabilmente no, almeno fino a nuove direttive o a cambi repentini degli umori generali.

Il movimento farà ammenda dei suoi errori e proporrà nuove strategie? No, probabilmente no, almeno nel breve periodo, a giudicare dalle reazioni del comitato organizzatore Rosa Verda, il promotore della Ley Catalana. All’indomani della diffusione dell’infausta notizia, infatti, il comunicato stampa diffuso, piuttosto che essere improntato a una sana autocritica, chiama il parlamento catalano a riapprovare tout court la normativa appena bocciata. Esiste un vecchio e conosciutissimo detto, a proposito di errori, perseveranza e “diabolicità”. Ecco, quella cosa lì, senza troppo aggiungere.  

E infine e sorprendente. Cbd e cannabis light dichiarati illegali in Spagna?

Mentre i negozi e le televisioni spagnole sono inondate dalla prima crema al CBD prodotta da una multinazionale – con tanto d’invasivi spot televisivi con foglia a cinque punte-, un autentico tornado si è abbattuto sul fiorentissimo mercato spagnolo del Cannabidiol e suoi derivati, eccezion fatta appunto per la cosmetica.

Un passo alla volta. Al principio di agosto si diffondeva la notizia che l’EFSA – l’agenzia europea alimentare- aveva dichiarato il CBD “nuovo alimento non autorizzato”, demandando ai singoli stati le decisioni finali. Successivamente, si veniva a sapere che l’omologa agenzia spagnola, l’AECOSAN, aveva optato per l’interpretazione più restrittiva, dichiarando illegale la vendita di prodotti alimentari contenenti CBD e fino a quando la sostanza non verrà regolata da Spagna o UE stessa. Dapprima, vi fu l’invio di lettere ai tanti, tantissimi produttori e distributori di prodotti contenenti cannabidiol, ai quali si intimava di interrompere produzione e vendita degli stessi. E poi, la settimana passata, ecco la violenza di autentici raid della polizia nelle sedi di alcuni dei principali imprenditori legati al CBD come Hortitec, in cui sono stati requisiti tutti i prodotti -inclusi oli e cristalli, fiori ed estrazioni-, ad eccezione appunto della cosmetica.

Fino alla diffusione della notizia che ha lasciato di stucco numerosissimi operatori che ha ha posto il timbro dell’ufficialità al cambio repentino: la Spannabis, la più grande fiera della cannabis al mondo e centro del “sistema cannabico” spagnolo, come raccontatovi nei primi numeri di BeLeaf Magazine, ha bandito il CBD dai suoi padiglioni.

Quella stessa Spannabis che l’anno scorso era stata presa d’assalto dai prodotti al cannabidiol, che fu il vero e proprio protagonista della passata edizione.  

Leggiamo il comunicato: “Stimati clienti e amici, di fronte al panorama legislativo e alle recenti operazioni di polizia relazionate alla distribuzione e vendita in Spagna di differenti prodotti che contengono cannabidiol, ci vediamo costretti a proibire tanto la vendita come la mera esposizione degli stessi nella prossima Spannabis 2019.”

Un colpo durissimo per un’industria nascente e assai dinamica -e certo, per la stessa Spannabis…- , e per i tantissimi pazienti che quei prodotti utilizzano con gran giovamento.

 

*Articolo pubblicato sul numero 10 di Beleaf Magazine/ ottobre 2018

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