“La canapa ci unisce”, così il settore si organizza per combattere il caos

Trascorsi pochi giorni dalla sentenza che è riuscita soltanto ad alimentare incertezze anziché sciogliere dubbi, qualcosa si sta muovendo nel mondo della Cannabis. C’è un intero settore in fermento: incontri sul territorio di produttori e commercianti, chat su Whatsapp che si moltiplicano su praticamente tutte le regioni, proposte di class action, incontri di penalisti in giro per l’Italia che provano a rassicurare gli esercenti con le loro interpretazioni giuridiche.

Insomma, l’intera galassia che ruota attorno alla Canapa si sta muovendo per prendere di petto una situazione diventata ormai insostenibile.

La gente è spaventata e non sa più come muoversi. È stanca di convivere con l’ingiustizia di essere continuamente paragonata alla criminalità. C’è chi ha paura di aprire il proprio negozio di Cannabis light, seppur consapevole di stare dalla parte giusta. Chi non riesce a fare cassa per pagare la rata del finanziamento che ha dovuto ottenere per aprire la propria attività.

E poi c’è la paura che le cose possano addirittura peggiorare: si teme ad esempio che Salvini possa aumentare l’intensità dei controlli massacrando definitivamente il settore.

Ma in tanti vogliono reagire e come spesso accade nei processi di autodifesa, il settore dalla Cannabis sta creando i propri anticorpi: ci si raggruppa per avere più forza e raggiungere meglio l’opinione pubblica, con l’intento di dialogare con le istituzioni in maniera costruttiva.

E’ un fenomeno davvero interessante da osservare: nel giro di pochissimi giorni si sono creati spontaneamente almeno 14 gruppi di coordinamento regionale, e in ognuno di essi ci si ritrova su Whatsapp in gruppi composti da almeno 150 utenti di media. Stiamo parlando in totale di circa 2000 giovani imprenditori che cercano di condividere le prossime mosse da intraprendere. Un movimento gigantesco, partito dal basso, propositivo e spontaneo.

Tutti si stanno muovendo nella stessa direzione, compresa la componente del settore che ha sempre considerato la cannabis light un freno al vero processo di legalizzazione. Quel muro (soprattutto ideologico) eretto solo dieci giorni fa dalla Cassazione è praticamente indigesto a chiunque.

Come procedere? Per evitare di disperdere le forze è stato creato un gruppo nazionale formato dai singoli referenti dei coordinamenti locali, che si prenderà la briga di sintetizzare la linea comune da intraprendere insieme. Una delle chiavi per avere più forza è infatti proprio quella di agire insieme, ribadiscono alcuni responsabili. Non a caso l’hastag scelto per la comunicazione è #lacanapaciunisce.

E il messaggio principale che intendono trasmettere è quello della serietà. “Siamo imprenditori”, sottolineano i responsabili di Roma e Milano, “non possiamo lavorare nell’incertezza e vogliamo tutelare i nostri diritti”.

Tra i vari gruppi molto attivi c’è quello del Lazio, creatosi spontaneamente pochi giorni fa e che raggruppa oltre 200 persone (il più numeroso della penisola), tutte strettamente legate al settore. Ci si coordina in chat, ma in molti si riuniscono anche fisicamente. Un paio di incontri, nei giorni scorsi, si sono svolti ad esempio all’interno della Città dell’altra economia, nel cuore di Testaccio.

E tra i vari ragionamenti, in queste ore si sta mettendo in piedi un importante sit-in, martedì 11 giugno davanti al ministero dello Sviluppo economico a Roma. Sarà il primo atto pubblico del settore dopo la pronuncia della Cassazione e servirà a smuovere le coscienze della politica, rintanate ormai in un conservatorismo davvero raccapricciante. Perché l’unica vera soluzione per uscire dall’incertezza di oggi, dopo lo schiaffo del 30 maggio, non può che arrivare da una presa di coscienza della politica, che una volta tanto dovrebbe agire con buon senso e partorire un provvedimento finalmente risolutivo. Basterebbe anche un semplice emendamento, sebbene a Montecitorio e a Palazzo Madama ci siano già ben 9 disegni di legge che parlano in generale di legalizzazione e che sono in attesa di essere discussi.

“Sarà un sit-in pacifico in cui si chiederà un incontro con le istituzioni”, ci spiega Andrea Batticani del coordinamento del Lazio. “Il messaggio che deve uscire da Roma è uno solo: noi vogliamo semplicemente lavorare. E per farlo abbiamo bisogno di certezze. Siamo in tanti, rappresentiamo un settore in crescita e pretendiamo una risposta dalla politica. Vogliamo essere i primi produttori in Europa. E come facciamo il miglior vino e il miglior food, vogliamo fare anche la migliore canapa”.

“Sarebbe molto utile – ci spiega Alessio Mingoia, sempre del coordinamento Lazio – unire tutte le forze da Nord a Sud, senza creare nessuna frammentazione. E il messaggio generale che deve passare è: siamo imprenditori e non vogliamo perdere il nostro lavoro. Prima lo Stato ci ha concesso i permessi per aprire le attività, addirittura i finanziamenti con il microcredito, poi ci toglie tutto. Gli unici che stanno ridendo, adesso, sono i rappresentati della malavita – ci dice amareggiato Alessio – che vedono tornare da loro i clienti visto che il nostro settore è praticamente paralizzato”.

Ma nella Capitale c’è anche chi, singolarmente, sta provando a mettere in piedi una convenzione con studi di penalisti per tutelare i singoli soggetti che subiscono sequestri. Perché le spese legali per ottenere un dissequestro non sono certo di poca rilevanza, visto che raggiungono in un attimo anche 2-3000 euro.

Ed è proprio sul concetto di tutela legale che sta provando a muoversi anche il coordinamento della Lombardia. Due giorni fa in moltissimi si sono incontrati a Rho, dove per scelta non c’era nemmeno una presidenza, ci racconta la referente regionale Emanuela Nurzia: “Ci si presentava senza specificare la realtà aziendale di appartenenza, un approccio di anonimato per far sentire tutti uguali”.  E in quel contesto c’era anche un tavolo tecnico, tra cui l’Avvocato Carlo Alberto Zaina, Alberto Gava e alcuni economisti.

“Noi da imprenditori daremo le indicazioni che loro trasformeranno in tecnica giuridica”, evidenzia Emanuela. E ora quel tavolo sta lavorando a una linea da prendere ben precisa da poter consigliare all’intero settore. E soprattutto sta elaborando una serie di indicazioni di massima per permettere a tutti di lavorare nel modo più “legale” possibile. Si stanno studiando i consigli che vanno dal packaging a come vendere le infiorescenze, e anche sulle quantità ritenute a rischio secondo la posologia forense (appena sarà tutto pronto BeLeaf lo diffonderà, ndr).

E sarà utile soprattutto per arginare i sequestri, i quali ormai stanno raggiungendo una quantità davvero spropositata. D’altra parte, in attesa che la politica si degni di mettere una pezza al problema che ha colpevolmente creato, è questa la priorità del settore: regolare il sistema dei controlli per evitare altri sequestri random, dannosi e senza senso.

Anche per questo l’intenzione del coordinamento lombardo, sottolinea la referente, “è instaurare un dialogo costruttivo con le istituzioni, anche nel lungo termine. Solo così il settore potrà davvero crescere”.

E poi c’è chi, come il Consorzio nazionale di tutela della canapa, ha deciso di commissionare uno studio di ricerca scientifica di grande rilievo per risolvere in poche settimane l’insistente dubbio legato al limite drogante. Lo farà seguendo le indicazioni dell’Oms. Altro esempio di come il settore, dall’interno, cerca di trovare una soluzione efficace.

“Dobbiamo essere proprio noi imprenditori a confrontarci internamente” sottolinea infine Nicolo Savodelli, altro referente del coordinamento di Milano, che aggiunge: “Presenteremo con serietà le nostre regole, come farebbe chiunque in qualsiasi altro settore. Obiettivi seri e veloci da realizzare, utili alla creazione di una solida filiera di professionisti. E l’obiettivo è quello di raggiungere la normalità che anche il nostro settore merita”.

Perché in fin dei conti è proprio questa l’anomalia di fondo: considerare fuorilegge un settore che invece è esattamente come tutti gli altri.

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