Ultima chiamata per salvare il pianeta (e noi stessi)

Tra il 2020 e il 2030 i politici mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi legati al climate change e perdono l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche per costruire un’economia a emissione zero. Nel 2030, come avevano ammonito tredici anni prima gli scienziati Yangyang Xu e Veerabhadran Ramathan, le emissioni di anidride carbonica raggiungono livelli mai visti negli ultimi due milioni di anni. Nei vent’anni successivi si cerca di porre rimedio, ma ormai è troppo tardi e la catastrofe annunciata diventa realtà. Nel 2050 il riscaldamento globale raggiunge tre gradi.

E’ l’inizio della fine. Buona parte degli ecosistemi terrestri collassano. Il 35% della superficie terrestre, dove vive il 55% della popolazione mondiale, viene investita per almeno venti giorni l’anno da ondate di calore letali. Il 30% della superficie terrestre diventa arida. Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interna e sud-ovest degli Stati Uniti diventano inabitabili. Una crisi idrica colossale investe circa due miliardi di persone, l’agricoltura globale implode, con il crollo dei raccolti e i prezzi che volano alle stelle, portando ad almeno un miliardo di profughi climatici. Seguono guerre e carestie, che portano alla fine della civiltà per come l’abbiamo intesa fino ad oggi

Fantascienza? Purtroppo no. E’ il risultato di uno studio scientifico dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano, guidati da David Spratt e Ian Dunlop, secondo i quali esistono rischi di riscaldamento globale non calcolati dagli Accordi di Parigi, in grado di porre “rischi esistenziali” per la civiltà umana. Il vero problema, per gli studiosi, è rappresentato dalle “soglie di non ritorno”, come la distruzione delle calotte polari. 

Uno scenario drammatico, che dovrebbe far riflettere tutti, in particolare gli irresponsabili che ci governano, troppo impegnati a creare emergenze che non esistono per lucrare consenso elettorale. Un consenso di cui, tra qualche anno, non sapranno più che fare.

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