Cannabis, ultima chiamata

Il Truce ministro dell’Interno ha lasciato il Viminale. Non sappiamo quanto durerà questo esilio forzato (dovuto in gran parte ai suoi stessi errori, spiegabili a loro volta con i suoi deliri di onnipotenza), ma già di per sé è una buona notizia. Lo è per l’Italia e per i cittadini italiani, ovviamente. Ma non può non esserlo per un settore, quello della canapa, preso di mira scientificamente (e apparentemente inspiegabilmente) da Matteo Salvini e i suoi sodali.

La caccia alla streghe scateneta a tavolino dal leader leghista – e aizzata di continuo dai soliti replicanti, tipo Giorgia Meloni – ha creato incertezze tra i produttori, i rivenditori, i negozianti e i consumatori finali. Una situazione che si è ripercossa negativamente su uno dei pochi mercati in crescita in Italia, dalle potenzialità tutte ancora da far maturare. Per non parlare dell’ormai celebre sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione, che, invece di fare chiarezza, ha lasciato sul tavolo tutti i dubbi, e quindi tutte le angosce di chi in questo settore ha creduto e ha investito tempo, denaro e speranze. 

Ciò che ha fatto Salvini – per un uso cinico e spavaldo del mix ignoranza e calcoli propagandistici – non è però immutabile. Tutt’altro. Ciò che sembra irreversibile è la poderosa crescita di consapevolezza che nel mondo si sta manifestando nei confronti della cannabis. Ogni settimana arrivano notizie di Paesi che hanno cominciato o stanno per cominciare il loro percorso verso la legalizzazione, la regolamentazione, la liberalizzazione, la depenalizzazione. E’ un processo che coinvolge i cinque continenti, il nord e il sud del mondo, i Paesi più avanzati, come quelli in via di sviluppo. E’ un mare, le cui onde non si fermano con le mani di un piccolo (ex) ministro di un piccolo Paese. 

C’è però bisogno di un segnale, immediato. Dal nuovo esecutivo (e dalla nuova maggioranza parlamentare) ci si aspettano fatti. In primo luogo per porre fine alla mattanza della “libera interpretazione” della legge 242/2016 per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti derivanti dalla canapa. Bastano poche parole da inserire nella legge, che chiariscano definitivamente che promuovere la filiera della canapa significa anche consentire la vendita di infiorescenze, oli e resine. Altrimenti la filiera muore. 

In secondo luogo va portato avanti il processo per la legalizzazione del consumo e del possesso della cannabis per uso ricreativo. Trovino loro la formula: autoproduzione, liberalizzazione, cannabis social club, coffee shop: prendano ad esempio uno dei tanti modelli sperimentati nel mondo e lo applichino anche in Italia. I benefici della legalizzazione li abbiamo elencati più volte e sono sotto gli occhi di tutti. Ci limitiamo a riprendere alcuni titoli: toglie ossigeno alla criminalità organizzata, produce entrate e crea posti di lavoro, aumenta la sicurezza del prodotto. E chi più ne ha, più ne metta.

Nel mondo se ne sono accorti da tempo, anche l’Europa si sta svegliando. Da noi, a dire il vero, i primi passi del nuovo corso giallo-rosso non sono incoraggianti. La questione canapa è al centro di un confusionario rimbalzo di responsabilità tra le varie commissioni competenti, i due partiti di maggioranza, Pd e M5s, non hanno ancora affrontato coralmente l’argomento. Sul tema legalizzazione, poi, sembra tutto in alto mare, lasciato solo alle iniziative estemporanee di alcuni volenterosi parlamentari. Basterebbe forse riprendere il lavoro svolto nella scorsa legislatura dall’intergruppo parlamentare per riavviare un discorso che non può essere archiviato. 

E infine, sulla cannabis terapeutica (per la quale a livello normativo siamo tra i Paesi più avanzati) serve più coraggio. Formazione, informazione, produzione per soddisfare il fabbisogno, cultura. Va fatto tutto e va fatto in fretta. La speranza è che questa partenza lenta e ambigua si trasformi in qualcosa di diverso. I dubbi sono tanti, ma ci vogliamo, ci dobbiamo credere. Ora o mai più. 

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