Tartufi, canapa e zafferano. I sapori della Valnerina

Sant’Anatolia di Narco è un comune in provincia di Perugia, nei pressi del fiume Nera. Venne abitato prima dai Sabini e poi dai Romani, ma il suo aspetto attuale risale alla fine del Medioevo. Il castello che domina il borgo è della seconda metà del XII secolo, mentre le mura furono costruite due secoli dopo. Siamo nel pieno della Valnerina. In Umbria. Un territorio in cui la natura s’intreccia con la mano dell’uomo. Un luogo dove poter vivere immersi tra memoria e tradizione, arte e contemporaneità.

L’ex palazzo comunale ospita il Museo della canapa – Ecomuseo della Dorsale Appenninica Umbra. Siamo in centro paese.

Un posto dove le istituzioni e le nuove generazioni di professionisti museali s’incontrano per intrecciare i rispettivi saperi e scambiarsi opinioni per rendere unica la visita al museo della canapa; infatti, per le scuole di ogni ordine e grado c’è ogni anno un ricco e diverso programma per far conoscere agli studenti, le tappe di un processo che ha portato alla rinascita della canapa e della tessitura tradizionale. Ma le iniziative proseguono d’estate con un calendario di iniziative e attività.

Si possono ripercorrere, in meno di due ore, le varie fasi della lavorazione della canapa con macchinari antichi, ritrovati (o donati) in zona. Fino ad arrivare ai giorni nostri con strumenti, sempre manuali, ma più attuali. L’allestimento, invita il visitatore a scoprire le relazioni tra gli oggetti, la loro funzione e la loro storia, attraverso testimonianze multimediali ed espedienti espositivi di carattere multisensoriale. È un museo etnografico, per cui, oltre ad aver recuperato telai di varie misure, conserva e tramanda le storie dei tessitori e delle tessitrici della valle. Viene spiegato come si coltivava la canapa, la trasformazione della fibra in filo e, infine la tessitura. Quindi, segue la realizzazione di schede di archeologia tessile. E ancora, vengono fatte riconoscere dagli studenti le fibre tessili: dalle naturali alle artificiali da quelle sintetiche alle ecofibre.

Il museo, nato nel 2008, è un’istituzione permanente destinata al servizio della società e del suo sviluppo, con il compito primario di custodire e conservare il patrimonio ad essa affidato.

Altresì l’istituzione, si propone di tutelare e valorizzare, con il coinvolgimento degli abitanti, la memoria storica, il patrimonio materiale ed immateriale, l’ambiente, il paesaggio, i saperi, per tramandare e rafforzare i legami museo-comunità e uomo-territorio.

Come cita l’art. 3 dell’atto costitutivo: il museo espone e valorizza oggetti legati al ciclo di lavorazione della canapa, pianta tradizionalmente coltivata in tutta la Valnerina e soprattutto nei terreni che costeggiano il fiume Nera, denominati tuttora “le Canapine”.

Il museo raccoglie ed espone oggetti di interesse etnografico, quali strumenti legati al ciclo di lavorazione della canapa e della tessitura. Accanto, il visitatore trova un laboratorio, dotato di tutte le strumentazioni per la tessitura della canapa e delle fibre tessili in generale.

È diviso in antenne, ovvero centri di ricerca etnografica dislocati nel territorio, che hanno come finalità quella di conservare la cultura locale. Canapa e tessitura, norcineria, tartufo, scuola chirurgica e tradizione orale sono solo alcuni degli argomenti di queste antenne.

Sono almeno trenta i musei umbri dedicati al tema del tessile o che possiedono nelle loro collezioni manufatti in pizzo, merletti, paramenti sacri, abiti, costumi e accessori.

Le arti tessili trasmettono abilità e saperi – spesso esclusivi del mondo femminile – e testimoniano l’economia domestica, i riti sacri e civili.

I vestiti e la biancheria venivano dati in dote e facevano parte del patrimonio stimabile in moneta. Le tecniche di produzione, insegnate nelle case, nei conventi e nelle scuole, fornivano alle donne una possibilità di riscatto sociale, oltre che di fonte di reddito.

Il territorio di cui stiamo parlando vive grazie a percorsi tematici che promuovono la sua conoscenza attraverso l’integrazione di diversi aspetti e realtà ambientali, che compongono il connubio fra natura e cultura. Ne sono un esempio il Parco Geologico della Valnerina, il tracciato dell’ex-ferrovia Spoleto-Norcia, la Greenway del Nera.

La Valnerina è terra d’arte di un certo pregio e degne di nomina sono le sculture sacre di Madonne col Bambino, Crocifissi e Santi (S. Rocco, S. Caterina), presenti in chiese e musei. I pittori hanno spesso immortalato sulle loro tele i vigneti, la raccolta dell’uva, banchetti, osterie, in quanto anche l’Umbria ha una tradizione vitivinicola antica e oggi ci sono le strade del vino e le cantine a testimoniare le fatiche contadine nei poderi alle prese con gli innesti, potature nei filari, concimazione e cure meticolose per arrivare ad avere “bianchi” e “rossi” favolosi.

Ma la Valnerina è anche rinomata per il prelibato tartufo nero di Norcia, e per lo zafferano, la cui produzione era scomparsa, senza che nessuno fosse in grado di spiegarne il perché: forse era troppo costoso per chi viveva intorno al Seicento; oggi, gli ettari vocati alla produzione di questa spezia aumentano ogni anno, contribuendo a far salire la produzione ed il giro d’affari. E poi la lenticchia di Castelluccio, nota in tutto il mondo per il suo inconfondibile sapore, e le dimensioni molto piccole.

C’è il farro prodotto a Monteleone di Spoleto, che contribuisce a rendere la Valnerina famosa per la sua coltivazione. Ma, uno dei prodotti di maggior pregio di questa terra del centr’Italia è il miele, a base di fiori di leguminose, dove spicca la lupinella dal sapore soave. Il miele viene usato nei risotti, fatto con battuto di cipolla, sedano e carota, con aggiunta di brodo bollente e una spolverata di parmigiano e di burro.

Tra i piatti e le ricette tipiche di Terni e della Valnerina trovano posto le ciriole alla ternana, cioè fettuccine spesse fatte a mano con sugo piccante. Anche i fiumi offrono prodotti ittici succulenti, come le trote del Nera.

Questo breve excursus fra le specialità gastronomiche è per invogliare i visitatori a recarsi in questa zona, non solo per visitare il museo, ma anche per riportare proprio il turismo, infatti sono stati molti i danni riportati in provincia a seguito del terremoto del 30 ottobre 2016 e ora la Valnerina ha desiderio di riscatto, come il resto del circondario. Basti pensare che queste zone erano già battute dai viaggiatori del Settecento e il grande scrittore tedesco Goethe nel suo “Viaggio in Italia” definì questi posti come: “luoghi stupendi”. In tempi più recenti, l’etnologo e orientalista italiano Fosco Maraini (padre della più celebre Dacia) definì l’area: “Il luogo più simile al Tibet che esista in Europa”. E se lo diceva lui, c’è da credergli.

Tornando al museo della canapa è uno stabile di grande valore storico, che conserva al suo interno numerose riviste di moda d’inizio Novecento e le prove di produzione di carta con fibra di canapa del Poligrafico dello Stato.

Recentemente sono stati allestiti dei nuovi laboratori di tessitura ristrutturati con un intervento di bioarchitettura in canapa e calce. Dove d’estate ci sono 18 gradi e si sta da Dio, afferma lo staff. Grazie a questo intervento innovativo il Museo ha ottenuto il marchio Green Heart Quality.

L’allestimento museale è stato curato da: Glenda Giampaoli, Patrizia Cirino, Francesco Farabi e Paolo Sacchetti.

Il Museo della Canapa prevede la possibilità di svolgere un periodo di stage formativo per giovani laureandi e laureati. Il lunedì è chiuso. Info: 0743.613149.

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